Quella era una casa come tante altre, e cioè “normale”; chissà poi perché chi ci abitava amava definirla così!
Antonietta Partinico ne era la padrona incontrastata, “normale” anche lei, se per tale s’intende ancorata alla routine e priva di ambizioni. Quando aveva sposato Guglielmo Tauriello, il loro matrimonio era stato dato per scontato già da un pezzo. I due, vicini di casa, avevano frequentato insieme la scuola elementare e sperimentato quei primi giochini di un eros bambino che, nel caso loro, era stato preludio all’intimità.
Antonietta e Guglielmino si piacevano ed erano inseparabili e, così, quando a lei erano spuntati due seni turgidi e tondi e a lui la voce era diventata cavernosa e il petto villoso, era giusto che si pensasse alle loro nozze.
«È ovvio che Antonia e Guglielmo si sposino!» aveva detto Rachele, la madre di lei che, vedendo la figlia un po’ scialba e sempre appiccicata a Guglielmino, pensava che, affibbiargliela per tutta la vita, fosse la soluzione migliore.
«Hai ragione, Rachele!» aveva risposto Rosella, che vedeva bene quella ragazza così garbata accanto a quel figlio buono come il pane. I due promessi, erano diventati sposi negli anni cinquanta quando, finito da qualche tempo il secondo conflitto mondiale, era stata superata la fase più critica del dopoguerra. A conclusione di eventi tragici che avevano portato dolore e morte in quasi tutto il mondo, ognuno aveva vissuto la propria tragedia e condiviso quella degli altri, senza possibilità d’appello. A mano a mano che gli eventi drammatici si allontanavano, alla totale destabilizzazione della quotidianità, era seguita una lenta risalita che aveva reso preziosa la quiete conquistata. Le deportazioni di massa erano finite, i soldati erano tornati dal fronte, ma restavano le città distrutte, le famiglie smembrate, i tanti reduci monchi o imbalsamati sulle carrozzine, le molte vittime delle esplosioni atomiche di Hiroshima e Nagasaki, nel centellinare lento di sofferenza, preludio della fine annunziata. Le lacrime di chi non aveva più voglia di ricominciare, diventavano neve per il gelo del cuore. Nei più giovani, però, rinasceva la fame di vita insieme a esplosioni di entusiasmo e smodata voglia di felicità. [Continua...]
Note senza fine di Adalgisa Licastro
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Il morbo di Neon di Gabriele De Cosmo
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I -
Seguirà un epos di suoni dipinti
per dar vita al viaggio iniziato
a vent’anni nella stremante
mitosi del suo nucleo…
Labile virus di terra
ma imprendibile come la pineta
sbranata dal fuoco,
morbo dolciastro
che gli occhi incatena
su vacui orgasmi di neon.
II
Bavaglianti fari, una teoria
di vaghi sintomi, di sterili indizi,
la causa (perfetta) inarrivabile…
malattia reale per la scienza
o da quella non ancora scoperta?
Per noi accecante invenzione!
III
Placida malia della luce
in cui persino il medico augure
che la inventò fa Neon all’anagrafe;
fluorescente patìa che colpì,
tra tufi e cacao, la città
in un giorno di folgori ambigue…
***
Bufera
Ugole di cigni annoda
di colibrì cementa giravolte
lucchetti scaraventa ai piedi
e sciarpe ricamate d’inox
su lanceolate labbra veleggianti.
Simil bufera è ben altro
che imperiosi ventagli
…tediosa ipotesi di guerra.
***
Primi segni
Stupefazione!
Ventata seducente ove disperda e venda
in pie mani l’acre odore ed invadente
del tubone cittadino; (ben nuovi aromi
le folaghe di lago o i sognati cormorani!)
Stupefazione: peluria d’ali zuppe
del catrame glassato di robotiche baccanti.
Nebulosi e corruschi,
siamo un padre involontario che s’addorme
sotto fosfori di valvole.
IL MORBO DI NEON di Gabriele De Cosmo – GUERRA EDIZIONI, 2011 pag. 123
Il commento di NICLA MORLETTI
Ed eccoci a sfogliare un libro di poesia di indubbio valore, dal verso mobile, ermetico e creativo arricchito da vocaboli che si intrecciano in giochi di duttilità e sapienza linguistica, or tesa al romanticismo, or alla metafora e tante altre cose ancora. Sfilano nella mente del lettore visioni di paesaggi, animali, crociere, scene di vita sul mare e familiare. Non mancano elementi di letteratura latina e greca e chiari sono i riferimenti mitologici. Una poesia varia, sensibile, calda, lega il lettore per quella espressione ritmica e musicale che la caratterizza.
Il tempo dei tulipani di Rosa Perrone
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I – Il tempo dei tulipani -
Accolsi la notizia senza batter ciglio. In fondo, lo sapevo già. E non da ieri. Mi consegnò le carte scusandosi per la brutalità. Gli sorrisi, quasi senza imbarazzo. Mi alzai dalla seggiola e gli strinsi la mano salutandolo. Andandomene ripiegai con cura quelle cartelle e le infilai nella borsa. Senza guardarle. Tanto non ci capivo nulla. In quei numeri e tra quelle righe c’era un pezzo della mia vita, quello che non capivo e che in fondo fino a quel momento non mi era appartenuto. Il suo tono sicuro e i suoi occhi tranquilli mi dicevano già tanto. Non c’erano dubbi, la sua diagnosi era azzeccata. Anche il suo imbarazzo me la confermava. M’infilai nell’ascensore, sperando di essere sola almeno in quel momento. Il corridoio era troppo lungo e la gente troppo qualunque. Mi sentivo quasi soffocare. Mi accorsi di avere un passo troppo svelto mentre uscivo fuori all’ aria aperta. Il sole di aprile mi accolse accecandomi e feci fatica a ricordare dove avevo parcheggiato. Entrai nella macchina con un senso di sollievo e, sedendomi, mi accorsi di essere sudata. Aspettai un attimo prima di mettere in moto, ma poi mi avviai, confondendomi nel traffico di città. Era l’ora di punta ed era difficile pensare, riflettere. Negozi, semafori, ragazzi con lo zaino, donne con la carrozzina, anziani con la busta della spesa, gente tranquilla su e giù. Mi avviai verso il parco, camminando piano lungo il fiume. [Continua...]
Di sole non ce n’è mai abbastanza di Cristina Cappellini
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Dal racconto: Il punto -
«Giulia non avrebbe mai immaginato che un semplice “punto” avrebbe fatto la differenza in quel ginepraio di sentimenti che era diventata la sua vita. Non si trattava di un “punto di svolta”, né di un “punto di non ritorno”, almeno in apparenza. Non era un neo, né un altro tipo di macchia delle pelle: era solo e semplicemente un “punto”, quel piccolissimo segno ortografico che normalmente separa una frase dall’altra e dopo il quale, il più delle volte, si va a capo e si ricomincia un nuovo periodo. Nel caso di Giulia si trattava di un minuscolo segno che identificava un comunissimo indirizzo di posta elettronica.
La sera in cui decise di scrivere un’e-mail all’amico Nicola, aveva proprio toccato il fondo e rischiava di restarci: nel giro di tre settimane, infatti, era rimasta senza lavoro, senza fidanzato e alla disperata ricerca di una casa dove andare a vivere. Il giornale per cui aveva sempre lavorato con scrupolo e dedizione aveva chiuso definitivamente i battenti. Alberto, il ragazzo che aveva frequentato nell’ultimo periodo, era sparito senza darle un’effettiva spiegazione; probabilmente aveva scambiato le preoccupazioni di Giulia per una sorta di ansia da vita di coppia. Quale che fosse la vera ragione, il giovanotto se n’era andato dalla sua sfera affettiva così com’era entrato: in punta di piedi. Per di più Alessia, la sua coinquilina, aveva deciso di sposare lo “storico” fidanzato, facendo ritorno in Sardegna per aprire un ristorante col marito sul lungomare di Alghero, la loro città natale. Il costo dell’affitto era quindi diventato impossibile per una persona sola che, tra l’altro, non poteva più contare sullo stipendio del giornale.
Ogni giorno che passava la povera ragazza si sentiva sempre più prossima al capolinea. [Continua...]
Il volto di quello sconosciuto (lettera ad un amico) di A.R.F.
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Caro amico,
finalmente!
È proprio il caso di dire “finalmente!”, dopo tanti inutili discorsi protrattisi per mesi. Durante i quali, non dicendoci nulla in realtà, ci siamo frequentati più che non negli ultimi trent’anni. Parlando per ore del comportamento degli amici, della possibilità di viaggi, degli affari, dei guadagni. Questo soltanto è stato il tema dei nostri discorsi, mentre la vita scorreva, sempre in avanti e, sempre, carica del suo mistero. Quella vita che, liberi e spensierati, abbiamo rincorso da ragazzi e che oggi ci si ripropone con un altro volto. La cui tristezza è espressa nella tua sofferenza.
Eravamo sulle scale di casa tua e tu, mentre mi stingevi la mano per salutarmi, te ne sei uscito con una domanda. Dopo tutti quegli inutili discorsi, protrattisi in mesi interminabili. Con la necessità di avere amici e persone che ti vogliono bene al tuo fianco, per rendere il tuo volto meno contratto e vedere talvolta, sullo stesso, un sorriso.
Ti dirò, con grande sincerità, che nelle mie ultime visite, mi sono sentito veramente un estraneo, proprio in quella tua casa, a me così cara. Sentivo che la singolarità dell’evento, che ti coinvolgeva, invece di unirci ci separava. Percepivo che la tua sofferenza mi spingeva a dirti quanto io ritenevo opportuno, ma non ne sono stato capace. In quanto reputavo che quell’immagine diversa della mia persona, che ne sarebbe uscita, avrebbe potuto rompere l’equilibrio del momento, da te costruito per fronteggiare un tuo momento difficile, con una esigenza che ancora non era in te.
Non c’è da stupirsi di quanto ti dico, perché quelle sensazioni da me provate sono sicuramente, con implicazioni diverse, ciò che prova una persona, in salute, in visita a chi non sta bene. Tutto allora sembra irreale e, credimi, non importa se la persona che si va a trovare sia un amico od un estraneo.
Un amico crea certamente una situazione più coinvolgente, ma il fatto non altera la situazione di confronto, tra le due persone. [Continua...]
Voglia di azzurro di Maria Bruno
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Manuela era china sul foglio, apparentemente assorta in chissà quale complicatissima operazione di matematica atta a risolvere quello stramaledetto compito; in realtà non ci aveva proprio provato perché nonostante gli sforzi quella materia le rimaneva sconosciuta e ostile.
«Ci vorrebbe un miracolo!» sospirò e riprese a tormentare con i denti il coperchio della biro, sbirciando di tanto in tanto il volto del professore, seminascosto dal giornale.
Il sole le illuminava i capelli castani, dandogli riflessi d’oro; con una mano scostò la frangetta dalla fronte e guardò fuori della finestra, dove intravide un cielo azzurro a tratti coperto da nuvole bianchissime.
“Sembra una montagna di panna” pensò, e lo avrebbe mangiato ben volentieri un bel gelato; lo stomaco dava segni d’impazienza e la colpa era certamente sua che non faceva mai colazione.
Si guardò intorno, le sue compagne parevano impegnatissime: ma solo lei era così negata?
Michela si alzò in quell’istante per consegnare il proprio compito e, avvicinandosi alla cattedra con andatura fiera, sollevò di più il mento per sottolineare l’orgoglio di essere stata la prima a finire.
”Antipatica” pensò Manuela e non per invidia ma solo perché detestava la superbia della compagna, con la quale non aveva nulla in comune.
Michela era una ragazza di ottima estrazione, elegante e signorile, arrogante come lo sa essere chi si sente superiore per nascita e ben protetto da una famiglia economicamente potente. Suo padre era un industriale molto noto e sua madre vantava addirittura natali nobili, cose che Michela non dimenticava mai di sottolineare.
La schiena arcuata e le braccia rigide, trionfalmente, Michela tornò al suo posto, mentre Manuela continuava a sospirare e a mangiucchiare il tappo che le lasciò uno strano sapore in bocca. [Continua...]
Natalie Island – L’isola del peccato di Margif
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C’era un’isola nel bel mezzo del Pacifico, che sembrava essere più che un paradiso.
Essa era dominata da una folta vegetazione, nel bel mezzo della quale si ergeva un possente e alto vulcano, di quelli che sembravano essere ormai inattivi da secoli.
Era di forma praticamente circolare; al suo bordo per tutto il perimetro sud, si estendeva una bellissima e incantevole spiaggia tropicale, fatta di una candida sabbia finissima e profumata quasi come il talco, e all’esterno era circondata da uno splendido atollo che le faceva da barriera, come ve ne sono tanti nell’oceano Pacifico.
La vegetazione al centro dell’isola era folta e rigogliosa, con moltissimi tipi di piante tropicali, ma la cosa strana era che ve ne si trovavano anche di molti non tropicali, quasi come se fosse stata in passato visitata da esploratori o navigatori che ve le avessero portate, che vi si fossero poi stabiliti per un certo tempo e che durante tale permanenza, le avessero piantate.
Apparentemente, infatti, all’interno sembravano esservi segni di passaggio, o di piccole costruzioni in legno, tipo vecchie capanne, costruite appositamente per riparo in maniera fortunosa, ma ormai inghiottite dalla vegetazione, che le aveva conglobate in se stessa.
Ma restava un mistero che non vi fossero altri segni di presenze remote, quali resti umani o altro, come se fosse stato tutto successivamente cancellato. Forse dal tempo? O da chi?
Fatto sta che l’isola sembrava essere emersa dalle acque come per incanto, nessun segno sulle cartine, nessun avvistamento da parte di naviganti o altri, fino a qualche settimana addietro, quando, per caso, un satellite militare nel corso di un’esplorazione, ne aveva rilevato la presenza. [Continua...]
Schegge di memoria di Mietta Brugnoli
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Matilde tamburellava distrattamente con le dita sul ripiano di granito del tavolo, mentre lo sguardo si spingeva oltre i vetri della grande finestra, oltre il tetto del palazzo di fronte, e si perdeva malinconico nel profondo azzurro del cielo terso, come solo può esserlo dopo una giornata di pioggia intensa, e dove le prime rondini volteggiavano sicure rincorrendosi nei loro giochi amorosi senza tralasciare di ripulire e riparare il vecchio nido, ritrovato dopo la lunga assenza.
Quante volte s’incantava a guardarle invidiandole proprio per quel loro ritorno al vecchio nido, anno dopo anno, che poteva essere impedito soltanto dalla morte; a quel vecchio nido che era la realtà dei suoi anni vissuti nella bella e pacata città antica; il ricordo costante della campagna del suo mondo infantile, per certi versi davvero magico, popolato di tanti amici, di animali, piante e gesti semplici e dal quale non avrebbe, forse nel suo più intimo io, mai voluto staccarsi.
Ed ecco allora che la spensieratezza e la luminosità di quel tempo, che si proiettavano a pochissima distanza da lei, si spengevano malinconicamente e Matilde capiva che erano soltanto apparenti e idealizzati dal trascorrere inesorabile della vita, nonostante tutto. Ma la sua incontrollabile immaginazione le faceva vedere le rondini proiettare, con delicatezza e maestria, colpi di colore sempre più intensi verso l’azzurro senza confini, si lasciava prendere per mano per intraprendere i loro stessi percorsi in quel piccolo paradiso dove riusciva ad aprire, come per incanto, porte e finestre sui chiari ricordi che affluivano dal più profondo del cuore.
Il trillo insistente del telefono la distolse prepotentemente dai suoi pensieri facendola sobbalzare dalla sedia, che trattenne a fatica per evitare di farla cadere con violenza sul pavimento appena tirato a lucido. Andò a rispondere con una sensazione di leggero fastidio, come sempre d’altronde quando qualcosa o qualcuno interrompeva le sue mille fantasticherie. [Continua...]
Terra addio di Giorgio Gavelli
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Kate (per l’anagrafe Katsumi Taylor) passeggiava rassegnata nella sala di comando della stazione orbitante mentre i piloti e gli altri tecnici addetti alla navigazione dormivano nell’adiacente box di guardia, pronti a riprendere il proprio posto in caso di anomalie.
Mancava ormai soltanto una mezz’oretta al cambio e avrebbe potuto tornare nella sua stanza, anche se chiamarla stanza era forse un po’ troppo, essendo più somigliante a un cubicolo.
Iniziava a essere particolarmente stanca di questa specie di isolamento sulla stazione orbitante Union Western World 7, per fortuna i tre anni di ferma volontaria stavano per scadere.
Non aveva ancora deciso sul suo futuro, cioè se chiedere di divenire un ufficiale effettivo permanente della Space Force, oppure se ritornare alla vita civile, quindi trovarsi un lavoro e riabituarsi a vivere in quella giungla di cemento e smog che era divenuta la Terra.
Di sicuro aveva bisogno di tre cose: un mese di libertà, portare un bel giovanotto nel proprio letto e comprarsi qualche nuovo vibratore.
Già, i vibratori… ne aveva comprati alcuni prima di salire sulla UWW7, ma dopo pochi giorni, quello che doveva essere l’ultima novità della tecnologia dell’onanismo femminile, si era irrimediabilmente bloccato, senza quindi mantenere la promessa di donare massimo piacere.
E risultava molto difficile farselo sostituire dal venditore, orbitando a 380 km dalla pianeta, mentre da mesi ne era rimasto uno solo funzionante, quello più tradizionale, che l’accompagnava da tanto tempo e che fra non molto avrebbe dovuto fare ancora una volta il suo “dovere”. [Continua...]
Suprema giustizia di Gianni Garagnani
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Lorenzo De Santis apparteneva ad una antica famiglia le cui origini si perdevano nel tempo. Il ramo cui apparteneva, pur essendo di nobile discendenza, era quello cadetto e col passare dei secoli aveva perso le iniziali ricchezze e le specifiche prerogative nobiliari. Da tempo immemorabile, però, i suoi antenati avevano fatto una scelta precisa: erano tutti militari di carriera. Pertanto, per quanto poteva ricordare, aveva sempre visto il nonno ed il padre indossare la divisa e comportarsi con la serietà e la rigidità propria dei militari.
Forse proprio per questo ricordava con gioia quelle poche occasioni in cui o il nonno o il padre se lo erano caricato sulle ginocchia. Ricordava le magnifiche sensazioni che provava allorché il nonno, per la verità molto rigido ed imbarazzato, si lasciava accarezzare e tirare gli enormi baffi a manubrio di cui era tanto fiero. Ricordava l’orgoglio che lo colmava quelle poche volte in cui il padre, indossando la sua bellissima divisa da maggiore di cavalleria, lo portava per mano a fare una passeggiata.
Dal basso della sua piccola statura, conforme alla sua giovane età, guardava di sottecchi l’alta ed imponente figura del padre e si sentiva riempire d’orgoglio: intuiva che anche lui, un giorno, molto lontano, sarebbe stato così. Aveva trascorso momenti bellissimi quando il padre ed il nonno, con il viso serio lo ascoltavano dire:
«Soldato Lorenzo a rapporto, signore, comandi!».
La frase era seguita da una indecisa battuta di tacchi.
«Parola accordata, soldato Lorenzo!».
«Le sarei grato, signore, se mi raccontasse il resoconto di una qualche battaglia». [Continua...]





































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