A mia madre, che mi insegnò…

di Mario Prontera 21 febbraio 2010  
Pubblicato in Poesia, Pubblicato dagli autori

A mia madre, che mi insegnò a scrivere con la mano destra

Mancino, daltonico, del Capo di Lèuca,
‘acquario’ un po’ geniale, forse,
di certo sregolato e appassionato,
<indefinito presente>,… indefinito ma PRESENTE io,
ho ricevuto in dono da mia madre
il piacere curioso di scrivere piano e bene,
di scrivere CHIARO insomma;
ed è con la metà sinistra del cuore
che accarezzo e corteggio il senso delle parole,
provando a imbrigliarne i toni più sfumati.

Era il 24 dicembre 2008

Guerra

Camminammo stretti
gli uni agli altri
un umido uragano
d’orrore.
Sfilarono
sotto cieli d’acciaio
le mandrie dei deportati.
Fummo profondi occhi
d’autunno
dietro persiane chiuse.
Fummo rami librati
d’inquietudine
tra fili spinati.
Un turbine di spari
di pianti.
Sussulti di vita
poi silenzio.
L’Europa pianse.
E la ripresa.
Ognuno contò i suoi morti.
Passammo anni a fare
funerali.

GUERRA

Camminammo stretti

gli uni agli altri

un umido uragano

d’orrore.

Sfilarono

sotto cieli d’acciaio

le mandrie dei deportati.

Fummo profondi occhi

d’autunno

dietro persiane chiuse.

Fummo rami librati

d’inquietudine

tra fili spinati.

Un turbine di spari

di pianti.

Sussulti di vita

poi silenzio.

L’Europa pianse.

E la ripresa.

Ognuno contò i suoi morti.

Passammo anni a fare

funerali.

AnimaAuschwitz

di Lerri Baldo 27 gennaio 2010  
Pubblicato in Poesia, Pubblicato dagli autori

Dopo i pochi anni
che non sono tornata.
Ripercorro con gli occhi come una trina sottile la vita
fatta di punta all’uncinetto.
Quella luce,
quello sguardo del soldato alla porta
e una bambola di pezza dentro al vuoto in soffitta
che mia madre cercava.
Mi vien fatto di pensare
di non esser salita anch’io su quel treno
forse di non volerlo nemmeno sapere
- con quel freddo
e quella mano che non mollavo mai
nel ricordarla. Avevan deportato
i tedeschi anche l’anima.
E la mia famiglia in Polonia.
E questa bambola di pezza qui sul mio letto
divorata dai ragni.

Uno squarcio di sogno di Daniela Quieti

Scusami se so darti solo
uno squarcio di sogno
sbiadito d’anima e di cielo.
Ampi strappi schiudono
la cavità del mio essere
attraversato da fremiti elettrici
folgorato da luce bruciante
battuto da vento gelido.
Fragili desideri sorgono
perseguitati da bugiardi idoli.
Ma come fata morgana
una superstite isola mi adula
una corrente celeste mi consegna
alla riva di un nuovo istante
oltre l’asfalto percorso da ore avare
dilatate dal filo di un tempo
che mi conduce a te
nel pensiero di una fresca acqua
di una carezza sul cuore
di un antico pane.

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Nastri di raso

Scendevano allineati
splendenti fiocchi bianchi
che un pupazzo
attendeva per indossare
e la neve era felicità
incanto e mistero

Nastri di raso
rubavo alle bambole
e a te nonno
il vecchio inseparabile cappello
Sotto le tue ali
correvo giù
calpestando e amalgamando
quel manto che ingentiliva
ogni forma irregolare
ed il paesaggio era magia
solamente magia

Ora nevica
su arbusti spogli di ogni colore
nevica
su pietre di me incise
e su pietre che annebbiano il tuo sguardo
Niente da appianare
e nessun nastro di raso
a vestire pupazzi
Niente da rubare
dietro quella finestra
che disappanno con le mani
per ricomporre immagini
di giocattoli da tempo accantonati

Preghiera di Natale

d’oggi il mio viso in Te tutto è riflesso,
Verbo che sveli all’Uomo la sua effigie,
siedi nell’universo e nella carne,
quella corrosa, quella crocefissa,
dall’alto a noi, da un non distinto luogo,
entri nel mondo a spendere l’essenza,
tra gli oscuri dirupi
tra i densi labirinti
tra i nostri mancamenti.
Amor che muovi sì le stelle e il sole,
ma molto più per noi doni la Vita

- Preghiera di Natale 2009 -

Natale

C’è nell’aria pungente sentore di neve
un silenzio bianco di perla
e nello spirito un ricordo di giorni lontani.
Dovrei essere triste ma non lo sono…
è stato il cielo che mi ha fatto dono
di una pace che non ho trovata
se non nel tempo a cui solo la memoria
mi lega ancora con affetto eterno

Dolce Natale, rimembranza fanciulla,
sii benedetto, anche se nel coro d’allegria,
nello sfolgorio di luci delle strade
qualche voce manca
ma non importa…
è nei nostri cuori che viva la sentiamo
che gioiosa ci chiama,
ci invita a soffocare nel riso i tormenti,
a sognare, ad amare tutti
lasciando i rimpianti ai crocicchi del tempo.

Sei tu Natale che ancora unisci
le membra sparse di uno stesso corpo
ed è la voce che riudiamo, non un’implorazione
ma un richiamo alla vita
anche se vien dal nulla o da una croce.

Il mio presepe

Paesino in legno sughero e cartone,
luci soffuse fra alberi e pastori
con animali, doni e tanta gioia,
verso la grotta e la mangiatoia.
Madonna, San Giuseppe e bambinello
e dietro a loro il bue e l’asinello.
Io non ho più riavuto quel presepe,
io non ho avuto più gli occhi incantati,
della mia infanzia nel luogo abbandonato.
E quel presepe adesso lo rivedo,
con gli occhi della mente e, nel ricordo,
mi sembra di sentir le ciaramelle
venir dalle stradine del passato,
mamma, papà, le voci ricordate
risento in questa sera di Natale
in cui vorrei un presepe tale e quale
e tutto il resto che è scappato via
insieme agli anni della vita mia.

Questo è Natale

Natale non è tavole imbandite,
alberi, presepi,
panettoni, spumanti.

Natale non è
luci, addobbi, festoni,
palline colorate,
luci intermittenti.

Al mattino
mi recherò fuori,
nel paesaggio di neve,
tra le case
ancora addormentate,
nelle strade
dure di ghiaccio
dove tu dimori
da sempre
e ti dirò
vieni amico mio,
dai, vieni con me,
non temere.
Oggi
mangeremo insieme,
staremo insieme
io e te,
parleremo insieme,
non m’importa
il colore della tua pelle,
so che sei
mio fratello
e questo mi basta.

Ecco, questo è Natale.

Natale 1944

Dalla finestra spalancata,
il volto di giovani in divisa,
che a noi bambini
incuteva terrore e spavento.
Erano: il nemico!
Stavano nella casa accanto.
Quei ragazzi erano i nemici!
Un desiderio infinito di pace
nel nostro cuore bambino
ci guidò:
Ci guardammo negli occhi,
prendemmo una matita,
un foglietto,
una caramella e
con occhi amici, arditamente
lanciammo il nostro invito
che venne colto al volo,
alla nostra povera
tavola del Natale.
Vennero, mangiarono
sorrisero di continuo,
sussurrando parole tedesche
che ci facevano tremare.
A quell’Agape
Avemmo la forza di
sorridere e di mangiare
guardando Gesù nel presepe,
ignorando che dopo qualche tempo,
una bomba ci avrebbe scaraventati
a metri di distanza.
Era andata a conficcarsi
nel terreno, poco più in la
della nostra casa.
Nessuno era morto!
Non era stata vana
la nostra speranza.
Il sorriso sul volto di
quei ragazzi ci riemerse
sinistro nei cuori ma,
le loro mani avevano
sbagliato il tiro,
Forse volutamente,
chissa!
E così, il ricordo di quel Natale,
non fu mai amaro.

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