Fiera del libro per l’estate, libri omaggio per i lettori

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Fiera del libro per l'estate nel Blog degli Autori

FIERA DEL LIBRO PER L’ESTATE
Blog degli Autori – 1 giugno 2009 – 31 luglio 2009
Mostra dei libri presentati nel Portale letterario diretto da Nicla Morletti
Manuale di Mari
Poesia e letteratura nei mari del web
www.manualedimari.it
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Arriva l’estate, sole, vacanze e tante nuove letture. Cosa c’è di meglio di un buon libro da leggere in spiaggia o in montagna? Partecipa alla FIERA DEL LIBRO PER L’ESTATE: leggi e commenta, dal 1 giugno al 31 luglio, nel Blog degli Autori le anteprime dei libri presentati nel Portale Manuale di Mari e puoi ricevere direttamente dagli autori una copia omaggio!

DALL’AUTORE AI LETTORI: COPIE OMAGGIO DEI LIBRI ESPOSTI!
Gli autori dei libri esposti doneranno da una a tre copie (*) ai lettori che commenteranno nel Blog estratti delle loro opere. I libri saranno spediti direttamente dagli autori ai lettori.

COME SI COMMENTA
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GALLERIA DEI LIBRI ESPOSTI
Allora che aspetti? Comincia subito a leggere e commentare…
Naviga nella nella sezione della Fiera del libro per l’estate: CLICCA QUI

E ritorna spesso a visitarci, fino alla conclusione della Fiera (31 luglio 2009), troverai sempre nuovi libri da leggere e commentare!

Buona estate e buona lettura con i libri presentati da Manuale di Mari!

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Se sei un autore e desideri presentare il tuo libro nella FIERA DEL LIBRO PER L’ESTATE, impegnandoti a donare da una a tre copie ai lettori, contatta la Redazione.

(*) Su richiesta di molti autori abbiamo portato a 4 il numero delle copie omaggio che è possibile spedire ai lettori.

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Nell’immagine: Domenica al parco di Anthony Watkins, particolare

Pane per l’anima di Anna Laura Cittadino

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La luce filtrava appena da sotto l’imposta chiusa, quel poco che bastava a farmi capire che era ora di alzarmi.
Non ne avevo voglia.
Sentivo invece il bisogno di continuare a crogiolarmi sotto le coperte lasciando liberi i pensieri.
Mi sono girata verso di te e ti ho guardato, a te il mio sorriso e il primo buongiorno, poi mi sono ricordata ed ho aggiunto:”Auguri papà”.
Diciannove marzo, festa del papà,una data che avrei voluto cancellare dal calendario perché per me oramai priva di significato.
Ci ho provato sai, ho provato ha sedare quel dolore che sentivo ancor di più crescere dentro, non ci sono riuscita  perché tornava prepotente a urlare con tutta la sua forza.
Ho trovato rifugio nei ricordi, un balsamo per quel dolore che nulla voleva capire.
Mi aveva svegliato la tua voce al telefono, quello che credevo fosse il cuore della notte era in realtà la mattina.
Che fai ancora dormi? Mi hai chiesto.
No, ero già sveglia da un po’, ti ho risposto.
Vergognandomi della mia pigrizia perché tu, dopo sei ore di lavoro notturno, eri già pronto a viverti la tua giornata.
Se non hai da fare andiamo alla fiera di San Giuseppe, mi hai detto.
Acconsentii e venni a prenderti.
Durante il tragitto ascoltavo il tuo racconto sulla fiera dei tuoi tempi, fiera del dopo guerra dove la merce esposta per lo più proveniva dall’America, la fiera degli anni cinquanta, del bianco e del nero,dove gli unici colori  che riuscivi a portare a casa erano quelli delle arance e dei mostaccioli al miele di fichi,così duri che prima di riuscire a mandarli giù dovevi tenerli in bocca almeno per mezz’ora.
Nella fiera d’oggi tornavi ad essere il bambino di ieri.
Io a far da genitore, tu da figlio,per tener fede a quegli occhi da bambino di allora, che aveva mangiato solo con lo sguardo il mondo della fiera che lo circondava.
Nei miei c’era l’approvazione per poter comprare un panino con la salsiccia alla griglia.
In fiera ha un altro sapore mi hai detto.
Quello che oggi ti concedevano le tue tasche non ti era più concesso dalla tua salute.
Girovagammo per ore tra i banchi dei venditori, un pensiero per tutti da portare a casa in ricordo di quel giorno vissuto in piena libertà, senza orari, né diete,per tornare a casa con le tasche vuote ma con il cuore pieno.
Stavamo tornando quando Giammy mi chiese di comprare una paperetta,al mio rifiuto ti sei fatto avanti tu: “Ma dai compriamola,una volta cresciuta un po’ la porti da me in campagna, se Giammy non la uccide prima!”.Scoppiamo a ridere e la comprammo.
In macchina con lo schiamazzo della papera mezza chiusa in un sacchetto di plastica, passavamo a rassegna i minuti di quel giorno, ad ogni racconto buffo che ci tornava in mente scoppiavamo a ridere.
Avrò pensato solo per un istante che non avrei più consumato altri passi insieme a te per quelle vie?
Che non avrei più condiviso un’altra risata rincorrendo il palloncino che il vento ci aveva strappato dalle mani? Che non avrei più gioito nel sole di marzo insieme a te?
No, non ci ho pensato neanche per un istante.
Raccoglievo quei momenti e li tenevo chiusi nello scrigno che racchiude i ricordi più belli della memoria. Oggi l’ho aperto, anche se fa male.

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Leggiamo e commentiamo insieme questo brano tratto dal libro Pane per l’anima di Anna Laura Cittadino, recensito da Nicla Morletti nel Portale Manuale di Mari.

Da qui a Bond Street di Giusi Cristiano Romersa

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Giulia voleva essere come loro: dolce come Olga, intelligente come Lina, affascinante come Delia.
Era la cocca delle zie. In lei vedevano riflesse un po’ di se stesse, con pregi e difetti variabili, secondo chi ne parlava.
«Estrosa come Delia!» le ripeteva zia Olga.
«Vanitosa come Olga e testona come Lina» diceva zia Delia.
Una famiglia matriarcale, che avrebbe influenzato profondamente la vita di Giulia. Ed avrebbe in qualche modo condizionato il suo modo di vedere gli uomini.
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Le Vineis erano le ragazze più interessanti di Mongrando, un piccolo paese piemontese. La loro madre, Cesira, fu la capostipite di questa razza di donne senza paura. Si era innamorata a prima vista, a soli 17 anni, di Alessandro, un coetaneo bello, pieno di vita, generoso e irruente, di un’ingenuità disorientante, ma pessimo partito, senza un soldo, orfano e per di più analfabeta.
Tutto ciò non impedì il matrimonio di Cesira, figlia di un preside e di una maestra: due personalità, per l’epoca, che avevano cercato di dare una buona istruzione alla ragazza, che amava il teatro, la musica e la lettura. La libertà era stata uno degli insegnamenti dei suoi genitori. Non interferirono nella sua scelta, ma non se ne ebbero a pentire, perché la vita di Cesira e Alessandro fu lunga e felice.
Cesira provò ad insegnare ad Alessandro a leggere e scrivere: fu un fallimento e lui imparò solamente a firmare con mano incerta e a leggere quel tanto che basta per capire, nulla di più. Non era un uomo interessato alla cultura e di questo Cesira ne era piuttosto dispiaciuta, ma lo amava per quello che era e non gli chiese mai di cambiare.
Sapeva che suo marito era dotato di un grande talento naif.
Creava lame, coltelli, grate, balconi, ringhiere e cancelli con bellissimi disegni che forgiava sul fuoco. Nella piccola officina dove lavorava, Alessandro appariva a Cesira come un grande artista e si inteneriva nel vederlo così, rosso, affaticato, felice di mostrarle il lavoro finito, sempre con qualcosa di artistico, perché anche il più banale coltellino aveva un suo ricamo, un’incisione, una cifra che lo rendeva unico. Lei lo aveva capito e apprezzava i suoi lavori.
Nel giugno del 1893 nacque la loro primogenita, Delia.
Alessandro non si oppose a quel nome, anche se non gli piaceva. Si ripromise però che il suo secondogenito avrebbe avuto un nome di sua scelta e di suo gradimento.
«Ara, se sarà un’altra femmina la chiameremo Ara» disse Cesira, dal momento in cui restò incinta per la seconda volta.
Suo marito ascoltava spesso questo ritornello, ma faceva sempre finta di non sentire. Che diamine, il secondo figlio doveva per forza essere un maschio, così il nome l’avrebbe deciso lui, il padre!
Ma appena la levatrice fece entrare in camera da letto Alessandro, davanti a una puerpera esausta, che aveva appena partorito la sua secondogenita, le disse: «Allora, Cesira, come la chiamiamo?».
«Perché, come vorresti chiamarla? Margherita? Aurelia? Lo sai benissimo come la chiameremo!» gli aveva quasi urlato dal letto, provata dal travaglio. Non aveva perso la sua grinta.
Quell’uomo ogni tanto le sembrava tonto. Possibile che fingesse di non ricordare? Nei nomi che voleva per le sue figlie c’erano anche frammenti dei suoi sogni, lui avrebbe dovuto lasciarle almeno quello spazio, senza tanto recriminare! All’ufficiale dell’anagrafe, Alessandro disse con garbo: «Mi è nata un’altra bambina. La chiamiamo Margherita Aurelia».
La scenata di Cesira non pose rimedio a quel nome che sembrava uno scherzo. Ma la piccola Margherita Aurelia fu sempre, per tutti, solo e sempre Ara.
A ruota nacquero Virginia, Olga e Primo, che in realtà fu battezzato col nome del padre di Alessandro: Mattia.
Cesira pensava tutto il male possibile del suocero e aveva già deciso che non si meritava quella continuità. Sapeva quanto Alessandro era stato maltrattato da bambino, motivo sufficiente affinché il suo unico figlio maschio non si chiamasse come il nonno.
Anche Alessandro non poteva dimenticare la profonda ferita sull’avambraccio destro, ricordo di una delle tante violenze subite.
Per ultima nacque Giacomina. Quel nome fu affibbiatole in segno di rispetto per lo zio Giacomo, che aveva aiutato Alessandro a superare i momenti difficilissimi di un’infanzia infelice e molto dura. Certo non era un gran bel nome per una bambina, così entrambi i genitori adottarono subito quel diminutivo, “Lina”, che le restò appiccicato per tutta la vita.
*** [Continua...]

Tempo di Paolo D’Amato

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“Attenzione, questa sera, alle ore ventuno, in piazza della Pace, parlerà, per il Movimento Sociale Italiano destra nazionale, l’onorevole Giorgio Almirante, segretario nazionale del partito. Cittadini ricordate: questa sera, alle ore ventuno, in piazza della Pace!“.
E’ la terza volta che la Prinz di Facciotta passa per la rotonda vicino ai mercati generali, nota zona rossa, e ripete lo stesso annuncio.
Facciotta è uno dei fasci più noti in città.
Di solito non si abbassa a svolgere lavori di bassa lega.
Megafonaggio, volantinaggio, attacchinag-gio sono cose da pivelli.
Lui entra in gioco solo quando c’è da menare le mani, o peggio.
Ma stavolta non ha potuto rifiutarsi, glielo ha chiesto Carletto, che solo un mese fa ha convinto il padre ad assumere la sorella di Facciotta, cieca dalla nascita, come centralinista nell’azienda tessile di famiglia.
E poi, a dire il vero, ora che hanno deciso di fare megafonaggio nelle zone rosse, la cosa ha cominciato a divertirlo.
Facciotta, chiamato così perché ha il viso piatto e largo come se avesse sbattuto forte contro un muro, ha ventiquattro anni.
E’ stato estromesso dalla polizia.
Durante una carica contro alcuni studenti di destra che avevano occupato una facoltà universitaria a Roma, all’improvviso aveva cominciato a manganellare i suoi colleghi. Questo gli era costato sei mesi di carcere e l’espulsione.
Da allora è tornato più invasato di prima, ha deciso di vivere a Tempo pieno al servizio della propria idea e di trascorrere le sue giornate al bar del Padovano, sul corso principale della città, punto di aggregazione della destra cittadina.
Ora che ha avuto il battesimo del carcere, ha preso l’abitudine a salutare tutti con il noto motto ‘che ci frega della galera…’.
Lo ripete a chiunque incontri, come un intercalare.
Ha portato anche un altro ricordo da Roma e dal servizio nelle forze dell’ordine… un ricordo calibro nove, matricola abrasa, finito nelle sue mani chissà come durante una perquisizione.
E ora è una mina vagante in giro per la città.
Seduto al suo fianco nella Prinz c’è Carletto, vent’anni, segretario cittadino del MSI, in rotta con i vertici del partito, con i ‘parrucconi’ che i giovani chiamano con disprezzo ‘il governo’.
Sono molto diversi: per cultura, stato sociale, età; ma questa diversità li ha resi ancora più legati, quasi fratelli.
Nel sedile dietro c’è Paolo San Babila, chiamato così perché indossa sempre la classica divisa dei sanbabilini milanesi: Ray-Ban anche (e soprattutto) di sera, brillantina, stivali a punta, giubbotto nero di pelle.
Paolo Petacci, San Babila, ha sedici anni, è la mascotte del partito.
D’un tratto due Ciao sbucano da due traverse distinte e si dirigono contromano verso la Prinz.
A bordo di ognuno ci sono due compagni.
Facciotta li vede, avvisa Carletto e si prepara a sostenere la parte di chi non si è accorto di aver invaso un territorio vietato.
- Andiamocene ragazzi! – esclama un po’ spaventato e un po’ eccitato San Babila.
Il motorino dalla parte di Facciotta si ferma a un paio di metri dall’auto, quello dall’altro lato fa uno scatto in avanti.
Carletto intuisce.
Si precipita fuori dalla vettura e corre verso la parte posteriore a ripararsi, gridando ai camerati di fare altrettanto.
Facciotta non estrae la pistola.
Al corso gli hanno detto di non farlo mai per primo e la voce dell’istruttore agisce in lui come un comando interiore.
Scappa anche lui fuori dall’auto.
Paolo Petacci sta per seguire i suoi camerati quando un lampo invade l’abitacolo.
Una molotov.
Gettata attraverso il finestrino proprio addosso a lui.
Un dolore insopportabile come mille aghi che ti penetrano.
Un odore soffocante di carne bruciata, la sua.
I motorini fuggono via. Facciotta e Carletto aiutano l’amico a uscire fuori dall’abitacolo.
II loro camerata è vivo, grazie a Dio, piange ma è vivo.
Ha una mano ustionata seriamente, la pelle è venuta via.
Nel resto del corpo qualche bruciatura.
Ma la mano è andata.
I tre si voltano a guardare la Prinz avvolta dalle fiamme.
Intorno a loro centinaia di passanti che osservano la scena e si tengono a debita distanza.
Nessuno ha ancora chiamato un’ambulanza.

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Leggiamo e commentiamo insieme questo brano tratto dal libro Tempo di Paolo D’Amato, recensito da Nicla Morletti nel Portale Manuale di Mari.

Giraffa innamorata di H. L. Da Silva Franca

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Fuggire e Cercare “Dov’è la vita che abbiamo perso vivendo? Dov’è la saggezza che abbiamo perso nel sapere? Dov’è il sapere che abbiamo perso mettendo insieme nozioni?”
Con questo esame di coscienza dell’intera esistenza Roberta pensa alla sua vita. Spesso ci si aggrappa alla vita cercando di goderla in ogni suo attimo, stringendola in modo egoista tra le braccia per non sciupare un brandello, tenendosela tutta per se stessi; alla fine ci si accorge di non conoscere il senso profondo della nostra vita. Abbiamo messo insieme tante nozioni, ma non abbiamo trovato la chiave di volta che dà significato all’esistenza, non abbiamo mai provato il gusto vero del conoscere, del comprendere, del vivere in pienezza. Questo sì che è il vero “perdere”, il vero dramma.
Roberta viveva sempre impegnata per gli altri, così si dimenticava le proprie paure e preoccupazioni.
Fuggire è un viaggio, una specie di porta attraverso la quale si esce dalla realtà. È solo un cambiare, un fuggire da. Non si ha un approdo sicuro, e per questo tendiamo a rimandare.
La nostra esistenza non è un fato isolato. Siamo permanentemente legati a una serie di altri eventi che non controlliamo, ma che insieme, compongono la corrente della vita.
Se una relazione non va bene è perché uno dei due, o anche tutti due, si preoccupa di più del proprio ego, dando più attenzione a se stesso che a chi si trova a suo fianco.
L’essere umano è sempre un mistero: si può studiare il suo codice genetico, individuare il DNA, vagliare la sua psicologia ma alla fine c’è sempre un segreto che non si svela.
“L’esperienza è un pettine che la natura dona ai calvi”.
L’esperienza non è che il nome che assegnano ai nostri errori, senza cavarne beneficio per il futuro.
Roberta aveva un buco nell’anima, la sua autostima la distruggeva minando la sua sicurezza, la sua forza. La tenevano in piedi le sue “sette vertebre”, come la giraffa, che pure con tutta la lunghezza, ha sette vertebre. Le sue forze erano le sue “sette vertebre”: la famiglia, la salute, la sincerità, la giustizia, l’ottimismo, l’amore e le sue figlie; toccando una di queste vertebre lei si piega sensibile,e fino a non riprendere il suo equilibrio lotta con tutte le sue forze.

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Leggiamo e commentiamo insieme questo brano tratto dal libro Giraffa innamorata di Hannah Lucia Da Silva Franca, recensito da Nicla Morletti nel Portale Manuale di Mari.

Un altro finale di Lorenza Caravelli

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È curioso. Quando guardi le fotografie i segni del tempo, a volte, alterano quasi del tutto i connotati. A distanza di anni, l’unica cosa che resta identica è lo sguardo.
La fronte si interseca di vicoli stretti e tortuosi, mutano i capelli, gli zigomi si abbassano, le guance cambiano forma; solchi e rughe, non sempre di saggezza, ricamano di reti la mappa di un volto che, anno dopo anno, diventa diverso. Ma gli occhi, quelli no. Il fondo di uno sguardo, tolta forse l’innocenza sgranata della primissima infanzia, mantiene la sua essenza nel tempo e travalica le palpebre che cedono, le borse di stanchezza, le ciglia diradate.
Vedere la vita di una persona attraverso le fotografie è leggere un lungo racconto, quello di un’esistenza intera, in cui l’unica costante, durante il principio, lo svolgimento e la fine, dall’introduzione all’epilogo, sono gli occhi: e quello che fa di un uomo lo stesso uomo, a vent’anni, a trentacinque, a cinquanta, a settanta, è lo sguardo. Ci sono dolcezze segrete, lampi di ironia, stupori e disincanti, noia o felicità che portano un timbro particolare e inequivoco, irripetibile, e determinano la mimica e l’espressione: quel quid indefinito, il tratto di personalità, la magia dell’unico. E tutto questo abita solo lì. Negli occhi.

1935, Carnevale
Dalla foto color seppia, un bambino serio guarda l’obiettivo.
E’  vestito  come  un  contadino  piemontese  della bassa Padana: un camiciotto bianco, due braghe scure di panno con le bretelle, ai piedi un paio di zoccoli, un cappello a campanula, una cloche, in testa. Tiene al braccio un cesto di vimini, e dentro c’è un’oca viva, sembra in posa anche lei.
Il bambino è bellissimo, con un’aria annoiata, poco simpatica, un  po’ saccente. I grossi riccioli scuri, pieni e corposi, sfuggono dal cappello e incorniciano un faccino pienotto da bambola Lenci. Gli occhi sono penetranti e dolcissimi, due castagne di velluto.

1943, agosto
Un ragazzino magro in sella a un baio nervoso affronta un ostacolo su un prato di brughiera. Proteso in avanti, sollevato sull’arcione, le redini strette in pugno, asseconda lo slancio del cavallo guardando dritto davanti a sé. Il fotografo lo coglie nel momento del salto e gli occhi sono le stesse castagne scure, attenti e profondi.

1953, ottobre
Un giovane uomo in tight sorride a suo agio davanti al portone di una chiesa. Alto, elegante, fascinoso, sparite le guanciotte, una faccia lunga e aristocratica. Tiene i morbidi guanti color cenere e il cilindro in una mano mentre con l’altra ne stringe tante, circondato da signore col cappello e la veletta che gli si affollano intorno, pigolanti. La foto successiva lo prende in piedi sui gradini di un altare pieno di fiori a guardare l’ingresso di una sposa giovanissima, con un velo infinito di pizzo in testa e un bouquet di boarie in mano, che avanza al braccio di un altro tight. Le castagne scure sono liquide, emozionate, palpitanti.

1954, luglio
Le lunghe braccia, le mani stupende reggono una neonata come se fosse un fascio di fiori.
In piedi sotto un papier-peint a tutto muro, sfondo celeste polvere sul quale si intrecciano ghirlande e due uccelli del paradiso vigilano sul loro nido, un ragazzo commosso e fiero guarda sua figlia, e i suoi occhi urlano tenerezza.
Due anni dopo, sotto lo stesso quadro, la bambina festeggia il compleanno in braccio a suo padre, che sorride felice tenendo dall’altra parte una neonata benedetta, appena arrivata.

1961, marzo
II giovane padre è un po’ cambiato, ha i capelli cortissimi, la faccia più rotonda: ma gli occhi, sempre uguali, grondano una dolcezza emozionata. Due bambine per mano al papà si affacciano curiose a guardare nella terza culla.

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Leggiamo e commentiamo insieme questo brano tratto dal libro Un altro finale di Lorenza Caravelli, recensito da Nicla Morletti nel Portale Manuale di Mari.

Qualunque cosa accada… amala di Marisa Provenzano

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Era stato un fine settimana tranquillo, ma come sempre, quando si ritorna alla noiosa quotidianità, tutto cambia aspetto, o forse ritorna il grigiore di prima.
Non erano congeniali a Sofia il tedio o la monotonia, ma le capitava di pensare che il tempo sembrava consumarsi, talvolta, come si consumano l’inchiostro o le pagine di un libro.
Quell’infanzia e quell’adolescenza serene, i giochi, le risate, la spensieratezza erano ormai lontani, ma avvertiva impellente il desiderio non solo di rivisitarli, ma di riconquistarli, perché Sofia sentiva che quell’anima lacerata di oggi poteva ricomporsi ancora.
Aveva tanto amore dentro di sé, tante certezze in più di prima, tanti piccoli traguardi raggiunti e piccole gioie conquistate, ed ora aveva voglia di immortalare, cristallizzare tutto ciò, per poterlo ammirare, contemplare nei momenti bui.
Sapeva che ciò era possibile solo con l’immaginazione, poiché tutto sfugge, si consuma nella corsa del fare, del risolvere, del concludere, che rappresentano la cornice che chiude il bel quadro dell’esistenza.
Aveva scritto in una dimenticata pagina di diario: “Pura come una tela bianca, la mia vita; vorrei dipingerla di quei colori pastello, che solo gli artisti di un bel passato hanno saputo usare; con pennellate leggere, sfumate e delicate, sottili tratteggi, su uno sfondo indefinito di volti e paesaggi che sono stati miei, reali o immaginari, ma hanno fatto parte di me”.
Sentiva in maniera prepotente il bisogno di affidare alle parole il compito di trasmettere ogni messaggio che potesse rendere immortali i sentimenti della sua anima; forse era presunzione la sua, ma Sofia ci credeva.
Aveva così rimosso le cose inutili, ammuffite e stantie dalla sua esistenza, aveva arieggiato le antiche stanze della sua anima, dando respiro e vita alle piccole reliquie di un’esistenza più autentica, in cui aveva fermamente sempre creduto.
Sapeva di essere una piccola donna, ma sapeva anche che quelle parole potevano essere immortali, anche se affidate ad un pubblico a volte distratto o superficiale.
Aveva sempre scritto, ma in quel periodo riempì lunghe pagine, diede voce, con le parole, alle sue emozioni, alla sua vita.
Sofia era stata ridotta in cocci, frantumata nel più profondo del suo io, ma, come l’araba fenicia, sentiva di potere risorgere dalle sue ceneri, e l’unica sua grande forza era nella parola e nel pensiero.
Troppe volte si era accartocciata al suolo come una foglia d’autunno e troppe volte aveva dovuto rispondere alle continue domande di Andrea con pietose bugie o frammenti di verità.
Aveva letto da qualche parte che “è meglio essere feriti dalla verità, che consolati dalla menzogna”.
Era giusto che Andrea toccasse con mano la sua sofferenza, che per lui continuava ad essere solo dubbio, incertezza su ciò che era davvero successo nella sua breve vita.
Il dolore ed il senso di colpa possono diventare delle abitudini, e l’abitudine è come una insidiosa patina di ruggine che ricopre il fragile tessuto dell’anima, corrodendola e danneggiandola irrimediabilmente.
Per alcuni, per sentirsi soddisfatti, è solo sufficiente cambiare qualcosa del proprio corpo, cambiare stile nel vestire, avere successo, sentirsi belli; per altri diventa importante avere un oggetto nuovo, saziare la sete del possesso, cambiare partner, siliconare la propria vita, omogeneizzarsi al gruppo, mimetizzare, forse ipocritamente, la propria identità, per ricadere volutamente nell’anonimato della massa, o emergere, per essere superiore e modello per altri, ma tutto ciò non interessava Sofia.
L’anonima donna, che sapeva di essere, aveva dentro il bisogno della crisalide, la presunzione del brutto anatroccolo, la convinzione che ognuno, nel suo piccolo, ha l’importanza unica e irripetibile di un’esistenza parte di quel grande Universo, infinitamente complesso e, a volte, inaccessibile.
L’oscillazione tra il certo e l’incerto la rendeva instabile, e rischiava di fare lo stesso danno a suo figlio.
Bisognava, a suo avviso, assuefare la vita alla verità, in maniera lenta e continua, come si fa per certi veleni: sorbirli a piccole dosi, fino ad abituare il proprio corpo a tollerarli.

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Leggiamo e commentiamo insieme questo brano (VI capitolo) tratto dal libro Qualunque cosa accada… amala di Marisa Provenzano, recensito da Nicla Morletti nel Portale Manuale di Mari.

Memoriale di un cuore errante di Alice Alberini

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(…) La notte fu troppo breve e troppo fredda. Kalindi era avvolta da tanta irrequietezza e rimaneva rannicchiata nella sua insicurezza, stesa su di un pagliericcio. Guardava la luna attraverso la piccola grata sopra la sua testa. Lo sguardo fisso a scrutare la sfera perlacea, cercando di immaginare le sue imperfezioni senza riuscire a coglierle. Più strizzava gli occhi e maggiore era la rotondità estenuante del pianeta; intorno a esso tanti lumini quanti i grani di terriccio tra i solchi del viso della vecchia signora, ma decisamente più nobili. Tuttavia, nonostante la superiorità quantitativa delle piccole stelle, era la luna a troneggiare, padrona della notte e di quel cielo soffocantemente immenso, denso di vita, ma nel quale Kalindi si sentiva perduta, vuota e sola. Amava osservare per ore tutto ciò che aveva sopra quando era sdraiata: la prospettiva era completamente diversa e ci si sentiva quasi piacevolmente schiacciati dal peso atmosferico. L’aria cominciava a impallidire e il cielo a risvegliarsi. Mancava poco all’alba. Chiuse gli occhi per stringere a sé qualche minuto di riposo.

L’umidità del mattino bagnava il vestito di Kalindi infiltrandosi tra i fili di paglia. Tutto era stranamente silenzioso e immobile. Socchiuse le palpebre, ma il primo sole abbagliava impudentemente il suo viso. Come per abituarsi alla luce del giorno dopo una vita intera passata nell’oscurità della sua anima, Kal permise agli occhi di aprirsi lentamente e ripetutamente. Ma ora una sagoma impediva al sole di raggiungerla e, come una visione, si circondava di un alone di raggi luminosi. Non si spaventò Kalindi; rimase ferma, con le ginocchia raccolte sullo stomaco vuoto e le braccia appesantite sotto il capo bagnato. Quegli sguardi si fissarono per un intero minuto. Il profilo apparteneva a un ragazzo, anch’egli sporco di terra, bruno come un corvo e tante lentiggini arrossate dall’arido sole. Due iridi di un morbido castano, spensierate e gioviali, come solo quelle di uno spirito libero potevano essere. Le mani a conca sul mento potevano avvolgere due mele ciascuna, così sproporzionate se paragonate all’esile busto. Seduto su una cassa di legno, il ragazzo fissava Kal con indifferente curiosità e un sorriso appena accennato, quasi malizioso. Fece scorrere ripetutamente le pupille lungo le gambe della ragazza e su su fino alla scollatura per poi irrigidirsi definitivamente sul suo volto. Imbarazzata, Kal si sollevò dal pagliericcio, tirando la veste fino alle caviglie e, incrociando un braccio sulla spalla sinistra, si lisciò i capelli con la mano libera, senza mai distogliere gli occhi dall’uomo di fronte, finché questi si alzò e, voltandosi ancora una volta a mostrare uno sguardo di furbizia, sparì oltre la stalla. Il sole era ormai già alto, nonostante un nugolo cominciasse ad accumularsi intorno a esso. L’inverno stava cessando, ma, come fosse ancorato all’animo della ragazza, ancora non dava segni di lasciar completo spazio alla fresca primavera. Kal rimase a fissare l’erba che tentava faticosamente di riordinarsi dopo i pesanti passi del misterioso ragazzo. Poi notò tracce furtive della donna: appoggiati a un grosso baule di legno, divorato dagli anni, sonnecchiavano un catino d’acqua e uno straccio sporco di un unto indelebile… come la sua sofferenza, pensò. Non faceva altro che riscontrare, ovunque poggiasse il suo sguardo, l’equipollente del suo stato d’animo. Ciò le accadeva sempre più spesso, tanto da temere di essere in preda ad allucinazioni… eppure era certa di ciò che sentiva, quasi percepisse simbioticamente l’essenza intrinseca del mondo che l’avvolgeva. Per distrarsi dai suoi dubbi si alzò verso il baule, ormai obsoleto e fatiscente come la casa di Achala; l’acqua era gelida e la sua pelle rabbrividì. (…)

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Leggiamo e commentiamo insieme questo brano tratto dal libro Memoriale di un cuore errante di Alice Alberini, recensito da Nicla Morletti nel Portale Manuale di Mari.

Linea di confine – La Fuga

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Fu quando mi lasciai alle spalle Notre-Dame, per accingermi a passare il ponte che mi avrebbe portato poco più avanti di Place Saint Michel, che avvertii nell’aria la sua presenza. Percorsi metà del ponte, poi spostai lateralmente lo sguardo, dal fiume al di là della strada, dove alcune insegne luminose indicavano la presenza di un bistrot o di un bar. Ella era là, seduta fuori di questo locale che capii essere un bar. Era sola, ma sembrava che aspettasse qualcuno. Aveva una fare nervoso, forse dettato dalla impazienza dell’attesa. Oppure forse aveva solo qualche questione personale da risolvere. Rallentai il passo perché non sapevo cosa fare. Avrei sì voluto precipitarmi verso di lei, ma mi sembrava un gesto troppo invadente. Avrei potuto infastidirla o semplicemente contrariarla. Attraversai lentamente la strada dirigendomi verso il bar. Giunto a pochi metri la fissai negli occhi e dopo qualche secondo la salutai.

«Bonsoir» dissi. «Bonsoir» mi rispose. Non credevo fossi capace di avere una tale decisione e determinazione. «Non crede che mi debba un minimo di spiegazione?», le dissi con voce dolce ma ferma.

Lei fu altrettanto ferma e decisa. «No» mi rispose. «Lei, delle domande che vorrebbe pormi, conosce già le risposte».

Ero interdetto. Ancora una volta mi aveva colto di sorpresa. «Aspetta qualcuno? Posso sedermi un attimo?» le chiesi con gentilezza.

«Certo che può. Prego, si accomodi», disse mentre con un gesto della mano accompagnava le parole.

Io continuai: «Che significa che conosco già le risposte? Lei, non più di due settimane fa, mi ha lasciato con un oscuro disegno su un cartoncino ed è letteralmente scomparsa. Non capisco il significato, il senso di tutto ciò». Ero stupito per quanto avessi osato essere così esplicito e diretto.

«Davvero, così crede?». Aveva un sorriso enigmatico, un po’ sornione e un po’ sorpreso. «Non sa che i significati e il senso delle cose deve cercarli solo dentro di lei? Nessuno potrà mai indicarglieli. Perché ciò che per alcuni è vero, per altri potrebbe esser falso, e viceversa. E a lei le cose false non piacciono. Lei cerca solo cose vere, le cose reali. O almeno … che appaiano tali, che si presentino con la loro veste di veridicità, salvo verificarle in seguito. Sbaglio?».

No che non sbagliava. Era proprio così. Ero sempre alla ricerca della verità, della comprensione della realtà, del senso da attribuire al reale. Ma … lei mi sembrava irreale. Come se appartenesse ad un’altra dimensione. Come se per caso avesse incrociato la mia “linea di universo” e proprio lì mi stesse facendo perdere, su quella linea che tracciava il mio percorso nello spazio e nel tempo di quest’universo, di questa dimensione.

«No, lei non sbaglia», risposi, «ma, vede, il punto è proprio questo. Tutto ciò che lei dice è sempre giusto. Così dannatamente giusto che sembra irreale. E io ho bisogno di capire quanto tutto ciò sia reale, e quanto no».

Mi resi conto solo allora che in realtà non volevo una risposta esplicita. Temevo la risposta esplicita, chiara in tutta la sua crudezza. Temevo che una risposta alla mia domanda ponesse fine a questi incontri. Anzi, ne ero certo. In realtà, forse, aveva ragione lei, io già conoscevo le risposte.

Mi resi conto, in quel preciso momento, mentre pensavo tutto ciò e parlavo, … che sapevo chi lei fosse. No! Assolutamente non volevo che fosse lei a dirmelo esplicitamente. Così aggiunsi: «No, non mi dica nulla. La realtà è quanto riusciamo a costruire interagendo con quanto ci è intorno. È quanto riusciamo a vedere e conoscere, e ad agire col frutto di questa conoscenza. La realtà è il patrimonio di esperienze che ci permettono di operare sul contesto che viviamo. Così, anche il sogno è realtà, perché ci permette di vivere e di agire, di mettere a frutto esperienze e idee, ci permette di passare dalle parole ai fatti. Se per poter sognare occorre affrontare la realtà, per governare la realtà bisogna poter sognare. Ora so chi è Lei. Ma, proprio per questo non ho intenzione di perderla. Ho bisogno di incontrarla altre volte, e, lei … lei me lo permetterà?». [Continua...]

L’attraversamento della grande acqua di Lino Carriero

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- Prefazione -

Perdutosi in fondo a quel vicolo, Pallino fu colto dal terrore di chi, solo e disperato, ha smarrito irrimediabilmente la via maestra.
Questa è la vera storia di R. M., detto Pallino, che il caso e la necessità spinsero a rivolgersi a me, Carlo Paràlinos, consulente filosofico. Il percorso compiuto insieme non fu affatto facile, Pallino, come un moderno Ulisse, aveva smarrito la via, il senso, di una vita scivolata nel fondo del più vuoto materialismo. Nella ormai pura gestione del quotidiano, nulla era più degno di esser vissuto con gioia e speranza. Il viaggio che lo fece ritornare al centro della sua esistenza, lo condusse all’inaspettato: la riconciliazione con l’amore. Il suo diario sarà una provocazione alle vostre certezze e un concreto stimolo, affinché mai nessuno possa dire di dover vivere invano. Triplice è infatti la prospettiva in cui la Consulenza Filosofica si pone, e che viene ampiamente analizzata e approfondita nel diario di Pallino.
In prima istanza l’uomo dovrebbe sempre coltivare la radicale possibilità di assumere un atteggiamento autonomo nei confronti dei condizionamenti cui, in un modo o nell’altro, è sottoposto il suo pensiero, a livello psicologico, biologico, culturale, religioso e politico. La consapevolezza che dovrebbe guidare l’evoluzione del nostro destino secondo la propria filosofia di vita, dovrebbe aspirare sempre alla massima indipendenza e autonomia di giudizio. l’autonomia della coscienza si esprime con una comunicazione col mondo circostante caratterizzata dai propri codici di evoluzione e non più unicamente dettata da schemi di pensiero socialmente predeterminati.
In compagnia del dubbio e del senso critico, volontariamente povero di certezze, Pallino imparò presto ad essere filosofo del proprio esistenzialismo, trovando per la sua vita la propria concezione dell’amore come chiave di senso e di svolta.
La seconda ipotesi prevede che la motivazione primaria del nostro agire non sia sempre o solo il piacere e il potere, ma che invece esista anche una “volontà di senso”, che si manifesta in una continua tensione, talora necessariamente conflittuale, tra la realtà esistenziale in cui un inconsapevole destino ci costringe e quel mondo di valori e ideali, quali la libertà, la giustizia, l’onestà, la responsabilità e il rispetto delle dignità, fino al più alto di tutti: l’amore, che ci proviene dalla spiritualità. Le Metamorfosi che ci fanno crescere non possono che derivare dall’unicità della nostra anima spirituale. Per secoli la filosofia ha fatto evolvere l’uomo per desiderio di conoscenza, oggi purtroppo assistiamo al rischio di dover crescere quasi solo per superare gli effetti nocivi di una patologia, organica o psicologica, o peggio, per il timore di uscire dall’omologazione della normalità. Crescere per consapevole scelta è un compito spirituale, è tendere come ricercatore verso  livelli situati oltre la dimensione psicologica, penetrando direttamente nella sfera dell’anima, là dove risiede la nostra essenza unica e originale, sorgente del nostro particolarissimo destino. Dimensione che in questi tempi e luoghi non è più presa in considerazione: l’anima, così come l’amore, è un concetto temuto, perché la libertà che ne può scaturire per l’uomo disturba l’attuale volontà d’omologazione culturale, sociale e anche religiosa.
Terzo: mai dire mai!  Se si ha stima della propria originalità, la vita conserva e riserva sempre un senso, nonostante le limitazioni dovute all’età, alla salute, ai fallimenti affettivi e al dolore dei lutti. Questa eterna ricerca è il compito che molti sono chiamati a svolgere nella vita su questa Terra, un percorso religioso, e nel senso più spirituale del termine: un Opus alchemicus. Finchè non è svelato  il senso, la nostra esistenza resta un arcano. Il vero uomo nuovo può penetrare i segreti del nuovo mondo solo tendendo alchimisticamente ad esso come ad uno spirito.  E’ proprio di questo spirito, lo “Shen”, che lo psicanalista C.G.Jung  conobbe nei suoi studi sull’Alchimia cinese dell’antico Libro dei Mutamenti: l’I Ching, si è avvalso Pallino in questa particolare forma di consulenza filosofica, che anche voi ora conoscerete.  Gli angeli delle nostre anime tante volte sono intervenuti per noi, sicuramente hanno bussato alla porta del nostro cuore, ma il custode della mente, temendo di perdere un primato, non ce li ha voluti annunciare, solo quando giunse quel fatto, quella persona, allora, solo allora…  [Continua...]