Io sono Fabrizio di Anna Cattivelli

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Capitolo I -

Squilla il telefonino: “Ciao ma’ … e come devo stare, aspetto, è ancora in sala operatoria … sì, si non ti preoccupare, Tizi e Sami sono con me, Marco sta a casa con la signora Maria … no, no, il padre non poteva, stai tranquilla poi ti faccio sapere”.
Fabrizio spegne il cellulare, sospira e si appoggia allo schienale della panca. Sta nell’ampio corridoio attiguo alla sala che porta nella stanza operatoria: un ambiente freddo e silenzioso, pareti bianche, panche colar avorio, nient’altro; unico conforto sono Tizi e Sami sedute accanto a lui.
C’è un lento via vai di medici e infermieri in camice bianco, altri in camice verde con la mascherina appesa al collo, immersi nei loro pensieri; deviano appena lo sguardo verso Fabrizio che ha abbandonato le braccia sulle gambe e ricambia con l’espressione spenta e gli occhi lucidi.
“Non guardarli tutti, lasciacene qualcuno”.
“Tizi, ma che guardo, è l’ultima cosa alla quale sto pensando in questo momento, figurati!”
“È una battuta dai, cerchiamo di mantenere la calma”.
“Lo so, lo so, ma non è facile, ho paura che non sia tutto passato, è stato un cancro, capisci, anche se in una parte del corpo facilmente asportabile, fa paura”.
“Fermati, non correre, sta andando tutto bene, ci diranno cosa fare, adesso è importante mostrarci sereni, allegri e fargli capire che possiamo cominciare a pensare ad altro”.
Sami lascia passare qualche secondo di silenzio, sembra perplessa, poi interviene con decisione: “Tizi ha ragione, non chiediamogli, quando si lamenta: che ti senti, che ti fa male, perché dal disagio potrebbe passare alla commiserazione e al pietismo.
Quando mio figlio Marco mi fa capire con le poche parole che riesce a dire la sua sofferenza, non lo coccolo, ma vado a prendere i suoi fogli, i pastelli, gli acquerelli e gli dico: hai le mani? Usale! Disegna, dipingi, pensa a chi non può farlo; in questo modo lui si calma, io lo accarezzo e mentre disegna bene, lo approvo”.
“Sì, ma tu rischi, te l’ho detto tante volte, ti ricordi quando durante quella crisi ti ha tirato un piatto che ho deviato al volo, per fortuna! Non puoi continuare a fare tutto da sola, ormai è cresciuto, è diventato forte”.
“Conosci bene la rabbia, vero Fabrizio?” Li interrompe Tizi.
“Ti riferisci a ciò che ti ho raccontato della mia infanzia? [Continua...]

Il naufrago del bosco di Gabriella Tabbò

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È un naufrago atipico, quest’uomo che si ritrova solo, nel bosco impervio dell’Appennino; doppiamente solo perché ha perso anche il contatto con la sua identità per un trauma durante un’escursione, che lo ha privato della memoria. Qualcosa, dentro di lui, gli dice di tenersi lontano dal mondo civile finché non l’avrà ritrovata. Nella sua mente risuona un mantra ossessivo: “ Sono in fuga, sono in fuga …” Ma da che cosa? Da un evento, da una colpa, da se stesso? Inizia così l’avventura del “Naufrago del bosco “ che lo porterà attraverso il contatto con una natura difficile ma generosa, alla scoperta di una verità nascosta e ad una profonda maturazione personale.
La trama si snoda veloce, catturando l’attenzione come un poliziesco, conquistando il cuore come in un romanzo d’amore, interessando l’intelletto come un trattato di psicologia, alimentando la curiosità come in un testo scientifico, per quanto riguarda la conoscenza della botanica e l’uso delle erbe medicinali a cui il“ sopravvissuto” ricorre. Il tema di fondo è l’amore per la natura, che l’autrice esprime felicemente anche nei suoi quadri. Ne abbiamo uno splendido saggio nell’acquerello di copertina. Il racconto è accompagnato da una “ colonna sonora” : sono le poesie “ di nonna Irina” che, inserite nella storia con un sapiente artificio letterario, potrebbero da sole costituire un’opera deliziosa.

***

da pag 61-62

(…) Sempre d’altronde la natura consolava e rinfrancava l’uomo che aveva perso la memoria e che riteneva (poiché aveva bisogno di possedere almeno un nome!) di chiamarsi Riccardo. Un giorno, scollinando sopra un costolone, si fermò a guardare il paesaggio che si stendeva, verde e immenso, e fu investito da un colpo di vento nato all’improvviso. Allora piantò più saldamente le gambe a terra, socchiuse gli occhi verso il sole e si lasciò invadere da una sensazione panica straordinaria. Gli pareva che dalle dita dei piedi gli fossero spuntate radici che lo ancoravano al terreno, mentre il corpo fluttuava libero nel vento, piegandosi dolcemente come un tronco flessibile, assecondando l’aria che lo permeava tutto e anche le braccia ondeggiavano come rami, mentre dalla punta delle dita spuntavano teneri boccioli e gemme. Eccolo: era un essere animato ma indefinito, una parte stessa della natura, carne e sangue, certo ma anche linfa e corteccia e, perché no, una pietra scistosa, fragile e attaccabile dal vento. Era pure nube vagabonda, e acqua filtrante, sinuosa, sfuggente, e aria e luce, tanta luce che accendeva ovunque un’orgia di colori, una gamma infinita, molto più di quanto l’occhio umano potesse percepirne. Ed era anche tutti i rumori, i fruscii, gli schiocchi, gli ululati,i gemiti di rami cigolanti, ed era odore di fieno e umidori marcescenti di vegetazione in disfacimento, profumo acuto di menta, di elicrisio, di verbena. Tutto era in lui e lui era in tutto, in ogni cosa, uomo fatto vegetale e minerale ed essenza eterea e liquida, per il miracolo pagano e divino insieme che prorompe dalla madre terra solamente per chi ne diventa degno a forza di ostinato amore.

*** [Continua...]

1860. Improvvisamente l’Italia di Maso Biggero

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Dall’Incipit
(autunno 1859 – autunno 1860) -

La mattina del 6 ottobre 1759 Carlo di Barbone, re di Napoli e della Sicilia (ma dal 10 agosto re di Spagna) convocò Federico Fusco, fidato cameriere arrivato a palazzo reale dalle non lontane terre di Caserta e gli ordinò di portargli Domenico, “el niño.” Domenico era l’unico figlio di Federico, che sua Maestà aveva voluto tenere a battesimo e ora considerava come di famiglia. Il domestico si precipitò nel suo alloggio, fece indossare al bambino un abito conveniente e, poco dopo, riapparve nello studio del Sovrano.
Carlo sorrise al piccolo, lo prese in braccio e si avvicinò a una finestra che dava sul porto. Alla fonda c’erano molti velieri. Indicando il più grande gli disse: “La vedi quella bella nave? Ti piacerebbe farci un viaggio lungo lungo?”
Poi si rivolse al fedele servitore: “Preparati, vi porto con me a Madrid” gli disse e, deponendo a terra il bimbo, concluse: “Faremo di questo niño un vero ufficiale spagnolo”.
La scena di Domenico in braccio a Carlo, che gli indicava le navi alla fonda nel porto di Napoli e le parole del sovrano, da quel momento entrarono a far parte della storia della famiglia Fusco; vennero tramandate di padre in figlio e, per i discendenti di Federico, costituirono cemento di incrollabile fedeltà alla dinastia borbonica.
Fu così che il cameriere di Sua Maestà andò a Madrid al seguito di Carlo e il bambino venne istruito da insegnanti spagnoli, dimenticò il dialetto napoletano, imparando a esprimersi nella lingua di Cervantes, frequentò la scuola del genio militare e divenne brillante ufficiale ed esperto ingegnere idraulico.
Carlo era molto affezionato al giovane Fusco che lo ricambiava in affetto e fedeltà. Per questo decise di mandarlo a Cartagena a seguire da vicino gli imponenti lavori militari e civili che stavano ammodernando non solo la piazzaforte navale ma l’intero territorio di Murcia: strade di collegamento tra le varie città, edifici pubblici e privati, ma soprattutto il sistema idrico (laghi artificiali, acquedotti, canalizzazioni), per assicurare a quelle aride piaghe l’acqua necessaria al loro sviluppo.
Dopo un paio di anni, Domenico, intanto, diventato maggiore, sposò Carmen, unica erede dei conti di Tormalina, antica famiglia di Murcia con sangue arabo nelle vene e i cui possedimenti erano tra i più estesi della regione ed ebbe un figlio battezzato Carlo, in onore del sovrano. [Continua...]

Domande tra porto e mare di Alessandra Maltoni

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Windtour la motonave -

Dovete sapere che giorni prima, per esattezza sabato, zia e nipote si erano già recati al porto-canale per partecipare alla stessa gita in barca con destinazione Comacchio e pranzo a base di pesce a bordo.
Quando arrivarono la gente stava scendendo sconsolata dalla imbarcazione e il capitano dietro diceva: «Signori, sono dispiaciuto ma il mare è mosso, tira aria di burrasca, la gita è rinviata a dopodomani, tempo permettendo … »
Carlo incredulo era salito sul pontile della Windtour, una bella barchetta a due piani. Lui aveva già programmato di sedersi al piano superiore, voleva godersi il paesaggio e scrutare il mare nei minimi particolari. Car stava pensando che non potevano rimandare il viaggio in mare, lui era prontissimo per partire.
Il bambino fu distratto da un cane nocciola con due occhietti neri, dolci che faceva finta di dormicchiare ma in realtà controllava tutti i passeggeri. Era il segugio del capitano, suo fedelissimo collaboratore e considerato un esperto lupo di mare da tutti gli abitanti del porto.
Car lo guardò, poi disse:
«Buono, sono un amico, devo entrare dentro la barca.»
Il cane chiuse gli occhi e nipote e zia entrarono in coperta.
Era tutto molto in ordine e spiccavano cartelli con scritto “Sorbetto, panino… ecc ecc…”
Car aveva già l’acquolina in bocca. Una signora dai capelli neri con modi gentilissimi li accolse e comunicò che sarebbero usciti in mare solo due giorni dopo. Zia prenotò e rassicurò il nipotino che era solo una questione di ore, ma sarebbero partiti.
E adesso era il giorno fatidico, erano arrivati tardi e la barca affollatissima di turisti era salpata senza di loro.
Car era nero dalla rabbia, le sue guance erano gonfie e lo sguardo truce era coperto dai suoi occhiali da sole firmati Batman. [Continua...]

Sogni tra i fiori di Mariagrazia Buonauro

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Napoli, cinque anni prima.
C’era brutto tempo quella mattina. Il cielo cosparso da una nuvolaglia grigia s’inabissava, con una cappa livida, sulla città. La pioggia cadeva obliqua e violenta sui vetri tremanti delle finestre; tamburellava rabbiosamente sulla ghiaia del vialetto con un acciottolio stridente. La ringhiera del balcone e i telai delle finestre, verniciati da gocce, erano fili lucenti.
Seguivo la scia dei ricordi che riemergeva dal fondo del cuore. La storia con Antonio si srotolava, un po’ sfocata, dal cassetto della mente come la lunga sequenza di un film. Il nostro amore nato sui banchi di scuola era giunto alla fine.
Lui aveva sfondato il limite della mia sopportazione. Non era rimasto in me neppure un filo di speranza che mi avrebbe consentito di rimanergli accanto. Non accettavo più di essere “ l’altra”, l’amante trasgressiva. Il mio amor proprio ne usciva a pezzi. Dovevo dare un taglio a quella relazione; ci avevo sbattuto il naso contro per troppo tempo. Ne andava della mia vita.
Gli telefonai quella mattina, chiedendo di incontrarlo.
«Dove ci vediamo?» mi chiese.
«In quel bar del centro.»
«Okay.»
L’avrei lasciato. Ne ero sicura. Le parole di mia madre mi risuonarono in testa:
“Quel tipo non mi piace, è un nullafacente e ti spezzerà il cuore. Questa storia sarà una batosta per te.” Io le tenevo banco: “Tu vuoi che frequenti solo laureati e figli di papà? Lo amo e me lo prendo.” incalzavo acida e spavalda.
“ Perché te ne sei incapricciata? Non è giusto per te. Siete troppo diversi, non avete interessi comuni e poi … il mondo è zeppo di uomini.”
[Continua...]

Il felice giogo delle trecce di Paolo Ottaviani

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Da Treccie sabine -

Treccia degli specchi nei fiumi e nei cieli

- II -

Seduto sulla riva, nel silenzio dell’acqua
che scorre vana e scorre, come assorto nell’acqua
l’uomoperla lambiva diroccata una torre
luminosa di nuvole nel fluir delle nuvole,

tra onde e gorghi rincorre lo sciamare verdastro
del cielo, pescatori curvi intenti a quel nastro
d’acqua e nembi, rincorre la fuga dei castori
che salpano sui rami, sui fluviatili rami…

Ma in quale riflesso
d’acqua, in quale cielo?
Quale chiaro amplesso
oltre specchio e velo?

Da quale incrinatura soffia compatto il vuoto
che tutti ci divide con affannato moto?
Perché scema a orlatura la luce che recide
l’oro e l’ombra del piano danzando insieme al grano?

Dove si fende l’aria dentro il concorde azzurro
per frantumare il mondo con un cenno o un sussurro?
La forma statutaria del gran cogitabondo
universo vivente va nel soffio del niente?

S’inerpica vita
tra specchi e riflessi
buia s’infinita
fulgendo in recessi.

*** [Continua...]

L’ultima fuga di Daniela Quieti

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I -

A chi importa
il mio passato
sono nata all’alba
e il crepuscolo
già si avvicina.

Ma chi dice
che devo capire
tutto in un istante
che racconta
indovinelli
e parole
sconosciute.

Sento ancora
cantare
il mio fiume
sostiene la vela
il vento forte
e l’albero gigante
ha radici di linfa.

Il tempo
è un luogo
inesplorato
sul bordo aperto
del cielo.

*** [Continua...]

Burrasche e Brezze di Ester Cecere

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Evasione -

Lucertola sarei
per scivolare svelta
fra le maglie della vita
e negli ombrosi anfratti
ripararmi.
E da lì spiare
lo scorrere del tempo
e l’affannarsi delle cose
e quando più caldo è il sole
uscire sulla rovente sabbia.

***

In chiesa

Arido l’asfalto
le energie risucchia.
Vago e attonito si perde
nell’aria calda lo sguardo.
Grigia s’alza la chiesa,
ultimo miraggio
ad occhi troppo stanchi.
Nella sfumata penombra
possente s’erge il dolore.
Perché non parli, Signore?
O forse son io
che più non t’ascolto?

*** [Continua...]

Ma se gli alberi piangessero, cosa piangerebbero?

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«Ma se gli alberi piangessero, cosa piangerebbero?».

Era questo il pensiero ricorrente del mio risveglio da un po’ di giorni a questa parte, era una domanda che mi piaceva, che mi faceva venire quel sorrisino sul viso un po’ amaro, ma di compagnia. Forse mi sembrava di essere meno solo, anche se poi non era così. I rumori della strada erano già svegli da un po’ e, come una seconda mamma, cercavano da tempo di tirarmi giù dal letto in una battaglia che vedeva sempre un unico vincitore. Il solito tran-tran doveva iniziare, non potevo certo tirami indietro e così, via alla giostra della routine: bagno, colazione, spazzolino.

Sarebbe bello poter decidere di non vivere alcune giornate, quelle che, ancora prima di iniziare, sanno di sbagliate, di stropicciate, e oggi era proprio una di quelle dove arrivi a pensare che anche gli oggetti inanimati che ti circondano ce l’hanno con te.

A supporto di quel che pensavo mi si prospettava una giornata dura e lunga, infatti il mio cellulare aveva già insistentemente suonato, doveva essere successo qualcosa, sicuramente un bel casino. Incuriosito, mi vestii velocemente, uscii di fretta, presi il casco, le chiavi della vespa, gli occhiali e via. Avevo bisogno di compagnia, così mi accesi il mio lettore mp3 per sentire qualcosa di bello, e quel giorno toccava a Jack Johnson, sì, avevo proprio bisogno di chitarra e voce calda e tanti piccoli sorrisi amari in me, ma come dice Murphy: «se c’è una cosa che può andare male, lo farà». Il mio lettore, infatti, era scarico, morto, proprio ora che avevo già fatto la bocca alle melodie. Comunque saltai in groppa al mio destriero e ingranando marce su marce arrivai in ufficio, ma sicuramente non avrei mai pensato di trovare quello che avevo davanti agli occhi.

In tutte le stanze c’erano persone al telefono che parlavano, che urlavano, che cercavano altre persone che il più delle volte erano nella stanza a fianco a fare lo stesso.

«Oh mio Dio … Oh mio Dio!» ecco cosa pensai. Ma cosa era successo! Nel rumore e confusione generale cercai di infilarmi nel mio ufficio per capire un po’ quello che era successo. Nell’aprire la porta, provai a fare poco rumore, come quando si rincasa tardi e non ci si vuol far sentire, insomma volevo riuscire a chiudermi nel mio piccolo mondo e da lì cercare di capire e studiare quei numerosi e indemoniati “alieni” che avevano invaso l’ufficio.

Non feci in tempo neanche a godermi la mia sedia, che subito arrivò Sat. Mi guardò ed esclamò: «Tu non sai cosa è successo, tu non sai…» e, con calma, si lasciò scivolare sulla seggiola davanti a me, prese un bel sorso d’aria, così d’assicurarsi un’ampia autonomia per raccontarmi, in tutti i particolari, gli avvenimenti che tanto mi avevano incuriosito.

La conversazione durò più del previsto e, come, avevo intuito, era successo veramente un disastro, non si parlava di rapine o di scippi, si parlava di un omicidio, una persona morta! Mi faceva sempre senso pensare alla fine della vita di una persona, mi intristiva anche se dovevo farmi coraggio, era il mio lavoro e non potevo tirami indietro.  Le cose, a detta di Sat, erano andate all’incirca così: c’era stato un omicidio, molto cruento e, in più, il corpo non si era ancora trovato; la persona che fu, era un tal Mario Fedi; possedeva un negozio di fiori a gestione familiare, insomma uno di quei posti che fanno tanto comodo per rimediare a piccole dimenticanze o per fare piccole brecce.

Gli amici, preoccupati nel vedere il negozio chiuso da molti giorni senza alcun avviso, avevano fatto scattare le indagini. Arrivati nel suo appartamento, si capì che certo non si trattava di una scappatella alle Maldive o in Thailandia: Mario Fedi era stato ucciso.

Lo stato della stanza dove, probabilmente, era accaduto il fatto era scioccante. Era tutto completamente in ordine, un ordine maniacale, ma la cosa aberrante era un annaffiatoio da piante, quelli che si usano in  campagna, messo ai piedi del letto e straboccante di sangue, rosso, caldo, di quei rossi talmente cupi da sognarli di notte. Per finire, su un post-it attaccato all’ annaffiatoio si poteva leggere:

Annaffiate voi le piante.

Mi raccomando…potrebbero “morire”.

Sat tremava ancora un po’ nel raccontarmi l’accaduto e continuava a ripetere: «solo perché non l’hai visto, solo per questo non ti impressioni. E non mi guardare come se fossi scemo, tu non capisci, c’era un’aria, e quell’ordine poi. Se solo tu avessi visto, non mi guarderesti con quella faccia, se solo tu avessi visto!». Allora pensai che un sorriso rassicurante era la cosa migliore che potessi dargli, e poi lo congedai.

*** [Continua...]

Giochi di luce e d’ombra di Lidia Colla

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Il tempo -

Scivola lungo il fiume,
nella nebbia,
l’iridato silenzio dei germani.
E il tempo.
Guizzando fugge
su pattini d’argento

***

Ti ho fatto, figlio

Ti ho fatto, figlio,tenero
come ali di colomba.
Ti ho parlato dell’uomo.
Ti ho parlato di un mondo giusto,
o che tale poteva diventare.
Ti ho parlato, figlio,
di libertà e di amore.

E invece
dovevo metterti artigli
e un becco aguzzo.

Dovevo farti uno stomaco di struzzo,
per digerire i sassi da ingoiare…
Mostrarti le tortuosità dei sentieri,
dirti che non tutti, al mondo,
sono uomini veri.

E io…ti ho indicato le stelle.

*** [Continua...]

Labirintismo di Mauro Montacchiesi

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Di un fiore di Venus -

Lentamente lascio calare le palpebre.
La mia mente inizia la sua catabasi,
inizia a percorrere le profonde, tortuose anse,
dei segreti, impenetrabili sentieri del mio labirinto.
La mia mente non vede, la mia mente ha percezioni
oggettivamente icastiche di quella realtà che non vede.

***

Un sofocleo atelantropo

Tra utopia e chimera,
tento un’endoscopia del mio labirinto
e lì mi vedo come una stella nana,
compagna di viaggio
di una stella che non ha mai brillato!
E lì mi vedo come la deflagrazione
di un Big Bang che non si è mai espanso!
Sentimenti, pensieri, volontà:
sono elementi alieni al mio labirinto,
forse mai geneticamente immanenti!
E lì mi vedo, come Kirk,
il Comandante di un’Enterprise mai costruita,
che naviga, senza navigare,
in un cosmo mai generato,
che naviga, senza navigare,
nelle psichedelie di un metempirico quid,
che ha fatto di me un sofocleo atelantropo!

***

Anabasi

Anabasi di un urlo agghiacciante
klimax che flebile nasce da
imi precordi d’un labirinto plumbeo
urlo agghiacciante
che invade la mente
la mente
fiume abiotico velato di bruma
urlo agghiacciante
che rompe gli argini
che si aderge libero impetuoso
nell’etra priva di voci di suoni
nell’etra muta
urlo agghiacciante
finalmente libero dai limiti asfittici della materia
urlo agghiacciante
sinapsi tra
imi precordi d’un labirinto plumbeo.

***

Nell’essenza del nulla

Sentire
la vacua deflagrazione pristina alla genesi
dell’ indistinto
dello zero in cui è celata ogni probabilità
del non identificato
dell’uovo cosmico
che racchiude l’ermafrodito.

***

Dal libro Labirintismo di Mauro Montacchiesi – Edizioni Il Convivio, 2010
Ordina questo libro con dedica autografa dell’autore (Prezzo: € 12,00)

Un balcone su via Merulana di Vittorio Casali

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Un balcone su via Merulana segue la pubblicazione di Una vita meravigliosa, Vivere per amare e La nostra gioventù.
Via Merulana è un’antica via del XVI secolo che unisce due delle quattro Basiliche giubilari: Santa Maria Maggiore con San Giovanni in Laterano.
Affacciandosi dal balcone di casa si ha la possibilità e la fortuna di ammirare una suggestiva immagine di Roma, di questa stupenda e mirabile città che nei secoli, da una piccola ed umile comunità di pastori situata ai piedi del Campidoglio e del Palatino, riuscì a diventare la più grande ed importante potenza del mondo dell’epoca.
Il periodo della Monarchia, quello della Repubblica e dell’Impero portarono ad un continuo sviluppo e trasformazione non solo della cultura, ma anche del volto della città che come disse Augusto l’aveva trovata fatta di mattoni e lasciata di marmo.
Nel IV secolo Roma, nella sua massima magnificenza, possedeva, infatti, biblioteche, terme, basiliche, fori, fontane, ninfei, ponti, acquedotti, archi trionfali. [Continua...]

Con tenerezza di Rosanna Bertacchi Monti

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Con tenerezza -

Ha serrato le palpebre il loto
sullo stagno addormentato.
Tace la rana
tace la folaga sul nido
tace l’usignolo sul salice piangente.
C’è un silenzio insolito

- sospeso dentro l’aria -
come se terra e cielo fossero in ascolto.

~ ~ ~

E’ una notte magica…
in cui la tenerezza dilaga
dentro il petto
come dilaga l’argento della luna
sopra l’acqua
e la parola lievita alle labbra
come lievita il seme sulla zolla.
E’ una notte magica…
in cui io sento lo sheng *
suonare dentro me.

* Strumento musicale cinese a canne di bambù.

***
Dal libro Con tenerezza di Rosanna Bertacchi Monti

Donne e Delitti di Giuliana Colella

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La ragazza giaceva riversa ai piedi della grande quercia.
Abiti strappati, ferite in tutto il corpo, gola squarciata. Uno spettacolo raccapricciante. Il commissario Biffi si chinò ad esaminare il cadavere, rimanendo a lungo curvo su di esso. Finita la ricognizione, si tormentò i baffi in atteggiamento pensoso. Aveva raccolto da terra un biglietto d’autobus e con gesto distratto se l’era messo in tasca.  Faceva molto freddo, sebbene si fosse solo alla metà di novembre. Un venticello gelido scuoteva le chiome degli alberi, scompigliava i capelli della povera morta. Un viso pulito, semplice, senza trucco. Sui vent’anni, l’età di sua figlia. Un pensiero che lo rabbuiò. Che gli fece provare una tenerezza rabbiosa per la vittima.
Un triste mestiere il suo. Grazie al quale aveva conosciuto gli esemplari più eterogenei dell’umana malvagità. Un campionario di violenza e di ferocia a cui, nonostante i lunghi anni di servizio, non si era ancora abituato. Come se la follia del male non finisse mai di sorprenderlo. I suoi colleghi lo chiamavano “Schopy” per la tristezza con cui conduceva le indagini. Un soprannome che gli calzava a pennello. Che cercava di scrollarsi di dosso solo quando, terminate le ore di lavoro, tornava a casa. Allora, per le sue donne, esibiva un affettuoso sorriso ed una serenità che non gli apparteneva.
Ed ora, dinanzi a quel giovane corpo senza vita, si sentiva pervaso da un senso di smarrita solitudine. Come se la crudeltà dell’uomo lo avesse, ancora una volta, trovato impreparato. I pensieri gli mulinavano in testa in maniera incontrollata, si ramificavano in ipotesi, percorrevano sentieri azzardati. Qualcosa gli era sfuggito, lo sentiva. Ma non sapeva cosa. Non era una certezza, solo una sensazione. [Continua...]

Idioti di Andrea Lodi

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Mancano due minuti… -

“Mancano due minuti alla messa in onda”.
“Signorina buonasera; si rende conto che è tutta la sera che provo ad avvicinarmi a lei, ma mi sfugge in continuazione”.
“Già, così pare”.
“Credevo fossimo buoni amici”.
“Non è esatto Senatore, lei vorrebbe che fossimo buoni amici, sempre che lei ritenga di averne di amici”.
“Alquanto velenosa la signorina questa sera”.
“E’ un trattamento che riservo solo a lei”.
“Almeno c’è qualcosa che mi distingue dagli altri”.
“Già, e se ora mi vuole scusare …”
“Ha intenzione di passare la serata con quel funzionario televisivo …?” [Continua...]

I racconti del Cuore di Vittorio Sartarelli

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Rimembranze -

Ascoltare i “suoni e silenzi dell’anima” equivale a raccontare e decodificare tutto quanto è insito nella sensibilità di ciascuno, mettendone a nudo gli aspetti più reconditi e profondi. L’anima, principio vitale di tutti gli organismi viventi è, più specificamente, la parte immateriale ed incorruttibile dell’uomo, di origine sicuramente divina e considerata sede delle superiori facoltà umane, come il pensiero, il sentimento, la volontà, la coscienza morale.
Tutto questo ci induce a considerare, “i suoni”, le espressioni estrinsecate materialmente nelle varie facoltà umane, “il silenzio”, i pensieri, i sentimenti, i ricordi. Tutto quanto, in definitiva, attiene all’essenza più intima ed elevata di una persona, con il corredo della sua cultura, dell’esperienza, delle passioni e del suo intelletto.
Il silenzio, spesso, incute timore e, al tempo stesso si configura come un’esperienza che affascina. Perché incute timore? Perché ci rappresenta l’ignoto, ciò di cui non abbiamo cognizione e che, quindi, temiamo e, tuttavia, induce a guardarsi dentro, a fare un’indagine retrospettiva nelle profondità della nostra anima. Personalmente , mi è sempre piaciuto il silenzio, sarà perché sono piuttosto introverso e mi piace anche la solitudine. “Il silenzio è d’oro” dicevano i nostri avi e questi per esperienze e per saggezza, difficilmente sbagliavano. Nella mia vita ho sempre privilegiato il silenzio, sono di poche parole, parlo sempre il meno possibile e mai a sproposito, sono fatto così.
In silenzio si riflette meglio, si può meditare su ciò che si è fatto o su quello che si vuol fare e poi, si apre uno spazio segreto e molto privato che può avvicinarci a Dio con l’anima e la preghiera. Perché, poi, il silenzio può affascinarci? Perché esso ci appare come un luogo magico ed ancestrale, nel quale possiamo rifugiarci e dedicarci, al riparo da sguardi indiscreti, ad un faccia a faccia con noi stessi. Alla scoperta  dei meandri più oscuri ma, anche più eccitanti e sconosciuti della nostra psiche. A ricordare fatti, sentimenti e sensazioni, che hanno il contorno dolce e sfumato di cose che costituiscono le nostre “memorie” più care degli anni trascorsi. [Continua...]

Echi di riti e miti di Daniela Quieti

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IL  POETA E IL POZZO

Mi trovo, casualmente, in piazza Garibaldi, a Pescara. Senza nessuna ragione apparente, i miei passi mi conducono davanti alla casa natale del Vate, museo nazionale che conserva arredi, mobili d’epoca e oggetti dello scrittore e magico angolo di raccoglimento al centro della città vecchia, racchiuso tra corso Manthoné e via delle Caserme, le vie dell’antica fortezza, dove si respira ancora quell’atmosfera tipica delle classiche dimore borghesi dell’ottocento.
Poi, un’altra tappa del mio peregrinare in luoghi vetusti: la cattedrale di San Cetteo, dove riposa la madre del poeta, Luisa De Benedictis, in un monumento funebre opera del prestigioso scultore Arrigo Minerbi, artista prediletto di Gabriele D’Annunzio che, nella circostanza, donò all’abate della chiesa una tela di Giovan Francesco Barbieri, più noto con il nome di Guercino, raffigurante San Francesco orante nella grotta della Verna.  Nel chiostro interno della casa ammiro il pozzo della famiglia, con la sua forma cilindrica e con la sua grata di ferro sormontata dal sostegno della carrucola.
Il pozzo che, ai vecchi tempi, era il centro delle attività domestiche, perché assicurava l’acqua, elemento essenziale per la vita di tutta la comunità.
E che vedeva intorno a esso, a Pasqua, donne affaccendate sotto il sole della primavera per rendere scintillante il rame di cucina con la sabbia grigia del fiume.
O, a Ferragosto, vedeva calare nel suo fresco rifugio gustosi cocomeri.
E, in autunno, era la volta della conserva e della vendemmia, poi, in inverno, assisteva all’uccisione del maiale. Certo, anche il poeta, bambino, avrà osservato e tratto ispirazione da queste scene.
Il vecchio pozzo è ancora lì, custode di ricordi in una pace da museo, in un cortile deserto pur se tra l’eco dei rumori esterni.
Forse, in qualche notte di luna, lo spirito del cantore ritorna ad aleggiare, tra rose rampicanti, lillà e gelsomini, in compagnia dei suoi tormenti, delle sue glorie e del suo motto “per non dormire”.

***
Dal libro Echi di riti e miti di Daniela Quieti – Ibiskos Ulivieri, 2010 - Collana “Agave” pp. 78
Ordina questo libro con dedica autografa dell’autrice (Prezzo: € 12,00)

Prigioniera del tempo di Laura Gay

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“Ti ho vista parlare con Messer Cesare”, disse Cristiano mentre si avviava con Elisa verso il palazzo di Santa Maria, “Mi sembra di averti già detto che quell’uomo è pericoloso.”
La ragazza sbuffò esasperata. A volte il suo nuovo amico era peggio dei suoi genitori.
“Di cosa hai paura, si può sapere?”
“Temo che possa farti del male. Cesare è abituato a prendere quello che vuole. Anche con la forza.”
“Non dire assurdità!” Reagì con rabbia Elisa. Era stufa che le venisse detto cosa doveva fare e che si cercasse di proteggerla. In fondo, Cesare non le sembrava così pericoloso. O almeno, con lei si era sempre comportato bene.
Affrettò il passo e aggiunse seccata: “Non c’è bisogno che mi accompagni. Conosco la strada.”
Quindi proseguì da sola nel buio della notte. All’improvviso, mentre attraversava i giardini vaticani, si ritrovò in un labirinto di siepi e cespugli di rose. Si accorse di aver sbagliato strada perché era certa di non essere mai stata in quel punto nascosto del giardino, quindi si volse e cercò di tornare sulla retta via, quando si ritrovò innanzi Giovanni Borgia, vestito con una casacca color amaranto e una calzamaglia giallo oro. Era completamente ubriaco e camminava con passo instabile.
“Ma che graziosa fanciulla!” Esclamò, squadrandola da cima a fondo, con un sorriso divertito.
Elisa fece per cambiare strada, ma lui fu più veloce e la trattenne per un braccio.
“Non scappare, bellezza. Non vuoi dare il tuo benvenuto al primogenito del papa?” [Continua...]

L’Amore Assoluto di Maria Caterina Festa

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(…) Allora si fermò e scese dalla moto. Si tolse il giubbotto pesante e il casco con estrema eleganza e s’incamminò.
La casa era tutta illuminata, non solo di luce artificiale.
Tutto il giardino, infatti, era pieno di grandi candele accese. Erano state conficcate nella terra grazie a lunghe aste di legno. Sembravano quasi delle fiaccole che emanavano una luce intensa.
Marco sapeva che non avevano solo un ruolo ornamentale. Di solito, venivano messe in giardino per allontanare gli insetti fastidiosi. Ma quella luce si stava riflettendo su tutta la casa, avvolgendola di un pittoresco colore arancio. Anche da fuori, Marco riuscì a scorgere questo colore e l’atmosfera che si generava. Poi, vide che sopra la struttura in muratura, che sorreggeva il grande cancello di legno, erano state messe due grandi candele circolari che illuminavano tutta l’entrata.
Marco arrivò davanti al grande cancello. Guardò l’anta che era socchiusa.
La spinse con un movimento deciso. Poi, seguendo la porta di legno, fece un passo avanti. A quel punto, la sua attenzione venne richiamata sul lato destro. In quell’esatto momento, Marco avvertì il rumore delle candele mosse dal vento. [Continua...]

Intrigo sulla Moskova di Andrea Masotti

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Russia, luglio 2008 -
Svetlana e Victor -

Il sole basso del pomeriggio accende di verde brillante il susseguirsi monotono di abeti e betulle dalle foglie d’argento. Sopra il saliscendi delle chiazze di bosco, tra i rari declivi delle alture e delle sterrate tra le izbe, un cielo grande come l’Asia copre il mio animo di nebulose grigie riflesse dalle pozze pantanose. Non dormo. Sono tormentata dalle ultime parole. Dal mio stesso nome Svetlana pronunciato da lui. E immobile, rimango immobile mentre rumoreggia il vagone, bevo la linfa del bosco e di un vapore azzurro e lontano per non cedere sul pavimento del corridoio.

Svetlana mi ha mollato, alla chetichella. Cosa pensate, che non l’avevo previsto? Le avevo già sfilato 1600 rubli e un bel gruzzoletto di euro e dollari dalla tasca ieri sera, voglio vedere dove arriva. Anche se dovessi prenderla per il collo e staccargliela con le mie mani, quella testa di gallina. Buono, buono! Devo stare buono. Lo sapete che lo sono, non c’è bisogno di dirmelo. Darò un altro pugno al muro… ecco! Mi esce ancora sangue, non voglio che soffra solo lei, sanguino anch’io. È giusto, ora lo sapete anche voi, vedete che ho le nocche rosse!
Stasera mi faccio questa roba tutta io. Ho i suoi rubli e i dollari. Poi la trovo, so dove e faremo i conti per l’ultima volta. È lei che mi ha portato a vivere nella strada, cosa credete? Tre anni fa avevo anche un lavoro, poi è venuta Svetlana con le sue moine e la noia dei villaggi radicata dentro di lei, e una madre senza pensione. Tutte le sere fuori, fuori per la noia, una fuga continua. Adesso so di che pasta è fatta. Lo capisco quando vomita di cosa è fatta perché vedo cosa le esce dalla bocca. Anche ieri sera l’ho tenuta mentre lordava la strada. Dicono che sono sporco, che anche l’asfalto a causa mia e di quelli come me è sporco… ma non sanno chi davvero vomita negli angoli. Io lo so bene.

*** [Continua...]