DE PROFUNDIS
dell’anima mia e del mio dolore, e senza più il minimo dubbio su quanto c’era da capire, ti metto a parte della mia condizione mentale.
Ho ingenuamente creduto che, una volta che io avessi azzerato tutti i miei circuiti di legittime ripicche nei tuoi confronti e di presunta malafede da parte tua, in nome del perdono e di quell’amicizia di cui parli così frequentemente, tu mi avresti ripagato “elargendo” alla nostra relazione (e quindi a me) ciò che è patrimonio usuale e comune di un uomo e di una donna che stanno insieme… non importa su quale livello di clandestinità o di ufficialità. Credevo cioè di avere diritto a vedere il nostro soddisfacente scambio fisico farsi, da semplice istinto brutale, comunicazione anche delle nostre anime; e che, una volta cancellato il credito per il maltrattamento di allora, avremmo respirato e saremmo volati in alto, finalmente liberi…anche se così prigionieri della tua situazione esistenziale: ti avevo già dedicato la mia libertà, in nome della qualità e non della quantità del nostro rapporto, per usare una frase davvero non originale.
Che cosa chiedevo? Che cosa pretendevo che tu aggiungessi a quello che già avevamo?
Semplicemente qualche parola che mi alleviasse il peso non della tua non presenza, che era già implicita nei patti iniziali, ma del non avere la minima possibilità di iniziativa nel contattarci. Bada bene, come ti ho detto l’ultima volta che ti ho visto, poggiandoti dolcemente una mano sul ginocchio, mentre eravamo seduti in giardino, il numero delle telefonate sarebbe potuto rimanere lo stesso o addirittura diminuire. Quello che, per soddisfare la mia esigenza in questione, andava integrato al nostro quadro generale era solo qualche tua parola su NOI, sul nostro rapporto fisico, su come vivevi la mia assenza… che credevo ti pesasse. Parole che mi avrebbero aiutato a tenere acceso il fuoco del mio erotismo con te nei “momenti” lunghissimi del tuo essere altrove e che, quindi, ti avrebbero fatto accogliere da me senza alcun ulteriore bisogno di chiarificazione, nei nostri incontri futuri. Dopo tutto, era il nostro rodaggio, no? E a tale proposito ti ho subito portato l’esempio delle tue telefonate infuocate, avvenute fra il nostro incontro “ravvicinato” ma non totale del nostro primo venerdì a studio e il secondo, del sabato mattina seguente, da me, anch’esso non completo e seguito da parole sussurrate da te al telefono con un tale calore da farmi sentire in pena per te… che avevo portato a uno stadio avanzato di eccitazione, senza sapere quando saremmo stati in grado di soddisfarci a vicenda.
Tutto questo ti avevo cominciato a dire, dopo avere esordito esprimendoti il mio desiderio di sanare le sabbie mobili e di incontrarci subito dopo sul nostro terreno solido di mutuo piacere. [Continua...]










Di presto mattino Violante si era alzata per la consueta corsa in bicicletta con gli amici, prima di recarsi al Liceo per le lezioni.
























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