La commessa dagli occhi verdi di Paola Grandi

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L’infanzia e la prima giovinezza di Liliana -

Liliana T. viveva, nella seconda metà del XX secolo, in base al calendario Gregoriano, assieme ai genitori ed alla nonna paterna in un grosso caseggiato situato nella periferia della città di Bologna. L’alloggio occupato dalla famiglia era composto dalla cucina e da due camere. In una di queste, la più vasta e meglio arredata, dormivano i genitori, nell’altra, dacché la sorella maggiore di Loredana, la Noemi, si era sposata, dormiva, sola, Liliana; la nonna aveva preferito seguitare a coricarsi sul vecchio sofà sistemato per lei in cucina, perché in inverno, stagione in cui i suoi dolori alle ossa si accentuavano, quell’ambiente si manteneva tiepido anche di notte. L’appartamento era privo di servizi igienici, un unico gabinetto sul ballatoio serviva alle tre famiglie del piano; questa circostanza non rappresentava una grossa privazione né per la nonna, vissuta per la maggior parte della vita in campagna, che considerava i sottoprodotti della digestione, al pari dello sterco delle vacche, una ricchezza, di cui in città si faceva spreco, né per Liliana, cresciuta in città ma avvezza dai tempi dell’asilo comunale su su fino al lavoro in negozio a fare la fila davanti alla porta di una latrina più o meno pulita. La mamma invece, che teneva un laboratorio di sarta in casa, con tanto di preziosa specchiera installata in camera da letto, perché le clienti ci si provassero innanzi gli abiti, della stanza da bagno mancante se ne faceva un cruccio, timorosa del giudizio di certe signore sempre pronte ad arricciare il naso di fronte al volgo, anche se con tutto il loro elevato sentire non esitavano poi a tirare sul prezzo e facevano sospirare a lungo il saldo della fattura. Comunque, ogni volta che attendeva una cliente per la prova, con un prudente anticipo la madre di Liliana inviava la suocera a nettare lo sconcio ubicato giusto a lato della porta di casa, stando poi all’erta timorosa che qualche vicino usasse i servizi dimenticandosi, compiuto il bisogno, di ripulire il loco e di serrarsi dietro l’usciolino, così che tutto il tempo dell’attesa era un incessante andirivieni della nonna dalla cucina al cesso. [Continua...]

Raoul di Giorgio Panero

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L’incontro -

1937. La primavera -
Avevo otto anni quando incontrai Raoul, per caso; era il soggetto, l’artefice di quello che io guardavo, il suo lavoro.
Un lavoro umile – spaccava i sassi ! -, per renderli assimilabili alla massicciata che si sarebbe formata e consolidata col passare dei carri.
Senza darlo a vedere si era accorto della mia presenza e dimostrava di accettarla. Fu mio l’imbarazzo e mi venne di giustificarmi cercando di dire qualcosa. Mi fece giuoco, nel momento in cui avvicinava a sé i sassi, un suono che veniva da poco lontano: un ripetitivo croh, croh, inconsueto. “Cos’è questo rumore” dissi, “l’è il fagiano” rispose. “Non so cos’è…” e lui “…selvaggina!”; “ne so quant’e pprima…”, aggiunsi. Il ghiaccio era rotto, ma non significava aver superato la distanza che l’umana deferenza metteva fra me e quel signore che, seduto per terra, a gambe larghe, spaccava i sassi. Quando avvicinò di nuovo un mucchietto, approfittando dell’interruzione dei colpi, mi domandò di chi ero, risposi con il cognome e disse “…ah”, come avesse capito. Lì, a quel tempo, era già una presentazione. Più tardi, quello che scaricava i sassi lo chiamò, allora seppi che il suo nome era Raoul.
C’era un’altra attrattiva da quelle parti che di lì a poco avrebbe preso il sopravvento: La Parata.
Era un fiume anche se un cartello lo definiva torrente; scorreva con un’acqua limpida e profumata. S’incontrava poco fuori città, cinque minuti di bicicletta e già era piena campagna. Formava delle piccole chiuse dove tutto l’anno le donne lavavano i panni sbattendoli contro trovanti di pietra che nel magico giugno servivano ai ragazzi per tuffarsi. L’acqua arrivava al ginocchio, ma era sufficiente per magnificare le più “spericolate” immersioni ed emozioni balneari. Non era vietato bagnarsi, ma di fatto lo era perché fra quei nudi innocenti ce n’era qualcuno più grandicello che se non offendeva proprio il pudore (erano sempre tutti maschietti), faceva un po’ la differenza. Così l’arrivo della “Pula”, la guardia municipale, completava il quadro con il fuggi fuggi nell’altra sponda, verso i campi, con i panni in mano. Fu proprio Raoul, che lavorava lì, sulla strada, a farmi notare il senso di quell’intervento repressivo in nome di un “ordine” che proprio con lui doveva diventare oggetto di animato dialogo per una vita intera.
Raoul, l’uomo di cui mi accingo a raccontare la storia, ha oggi 77 anni, un anziano ben portante dai lineamenti omologati alle pietre che ha trattato per una vita, austero e disponibile con un sorriso profondo di età e di saggezza. Quel ragazzo di tanti anni fa ha fatto della vita la sua arma migliore usandola con profitto per sé e per gli altri. Oggi non lavora più con le mani; le doti del suo cuore e della sua amabilità lo hanno trasformato per me nel mio migliore amico, per se stesso e per chi ha la ventura di incontrarlo in un uomo che vale la pena di ascoltare.
Sorprendente la linearità della sua esistenza, nella quale, in tutti i momenti non è mai stato né il genio, né il super uomo, ma sempre un soggetto normale. Certo, di alcune qualità occorre fargli credito: il buon senso, l’assoluta mancanza di presunzione e poi due specialmente, una volontà ferrea che tale si palesa specie quando i risultati sono lontani e faticosi e, prima fra tutte, la saggezza, dono di cui la natura gratifica solo certi individui, perché non arriva a caso, si costruisce con il sacrificio e la buona disponibilità a tollerarlo. [Continua...]

I treni di Alina di Olga Karasso

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Superba invenzione! La migliore in assoluto. Il popolo delle automobili e degli aerei non sa che cosa si perde!

Ad Alina piaceva viaggiare in treno. Le era sempre piaciuto. Punta di snobismo. Professava che il lieve ritmico sballottamento dei treni, pur rotto da veri e propri scossoni, le funzionava da perfetto ipnotico. Come quando da piccoli qualcuno ti cullava per farti smettere di strillare. Nei casi favoriti. Era seriamente convinta che il corpo dovesse averne profonda memoria e nostalgia per accettare, così volentieri, persino lo stridore delle ruote sferraglianti contro i binari.

Sistema formidabile per rilassarsi senza sensi di colpa per una natura essenzialmente indolente. Pigra. Alina si divertiva a raccontare che era oltremodo felice di pagare qualcuno che le trasportasse in giro la carcassa, permettendole di spiare gli altri senza sforzi sovraumani. Treni di lusso. Su treni sgangherati. Faceva lo stesso. Su quelli lerci che secondo lei pizzicavano di vita più degli altri. Minimo una doccia al giorno? Poco salutare. Come se la modernità del lavarsi troppo togliesse energia e anticorpi. Buonumore. Riteneva che lo scampanellio annunciante il sospirato carrello con bevande e panini, altro non fosse che il segnale di un imminente apporto magico da altra dimensione. …Il buon profumo dei panini fumanti con enormi würstel e senape della sua infanzia, sugli infiniti treni diretti a Vienna. Carrozza di prima classe. Indissolubilmente legati al tenero ricordo del padre che si tranquillizzava soltanto dopo averla vista mangiare. Fisime delle precedenti generazioni. Il resto aveva relativa importanza. La vita era stata spudoratamente scorretta nel servire loro la più trucida delle guerre. Le persecuzioni. Non mi fare arrabbiare! Finiscilo senza ulteriori capricci! Su, Alina, un ultimo piccolo sforzo per fare contento il tuo papà! Ancora questo pezzettino e poi basta. Te lo prometto. Se farai la brava, appena arriveremo ti compererò…

La seconda classe con inevitabilmente qualcuno che, chino su un borsone per nascondersi agli sguardi indiscreti, tirava fuori impacciato panini gonfi di salame e formaggio. Coca Cola. Aranciata. Vino. Molto meglio, mi creda, portarli da casa. Si spende di meno e sono, ci potrebbe giurare, migliori. Sai almeno che cosa mangi. Gradisce? …No davvero? Non faccia complimenti! Ho la borsa piena. …Mi fa piacere che accetti. Come lo preferisce? Lo vuole con…
L’odore acre del ferro e delle leghe che il sudore umano si illudeva, si illude di avere ammansito. [Continua...]

Le incredibili avventure del Genio Ciok Ciok

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Chi fra di voi, bambini, non ha mai desiderato avere un genio per amico?
Un Genio come quello della “lampada di Aladino”, intendo.
E se questo Genio fosse fatto tutto di cioccolata? Che bello sarebbe, vero?
Impossibile! direte voi.
Eppure…eppure c’era una volta, in un paese lontano, lontano, un bambino che ne possedeva uno. Sì, avete capito bene! Questo bambino, piccolo come voi, aveva un genio, un genio tutto per sé, sapete, e fatto tutto interamente di buonissimo cioccolato.
Il bambino si chiamava Jumbay ed il suo amico Genio, Ciok Ciok.
Ciok Ciok si chiamava così perché era tenero e buono dentro, proprio come un gustosissimo bon bon al cioccolato!
L’unico problema era che Ciok, Ciok doveva star bene attento a non esporsi troppo al sole.
Perché, mi chiedete?
Eh, beh, perché il cioccolato fondente appena fuori, lo sapete bene, o si mangia o si scioglie!
Ma allora… qualcuno mi dirà, quando Jumbay doveva esprimere un desiderio a Ciok Ciok e magari si trovava fuori, con una bella giornata di sole, come faceva?
Eh…già, in quel caso sarebbero stati proprio cavoli amari, anzi cioccolatoni amari!
Come fecero per incontrarsi, mi chiedete poi? Beh, è una storia veramente molto lunga, ma ve la racconterò in breve. Ascoltate, dunque.
Dovete sapere che Ciok Ciok proveniva dal magico mondo di Ciocosmania, ossia da una città tutta completamente costruita sul e con il cioccolato: erano di cioccolato le case, gli abitanti, le strade, i giardini, gli alberi, i fiori, i maghi e le fate!
Tutto ciò che si poteva immaginare di più buono e di più ghiotto al mondo, in quel luogo fantastico, era una vera e propria goduria di cioccolato…!
“Ohhhhh!!!” [Continua...]

Un uomo diverso di Piera Rossi Celant

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La dottoressa Veda Noris, uscì dall’ospedale con passo veloce. Appena fuori, fu colpita da una folata di vento caldo. Tolse la giacca e si diresse verso la macchina.
Era mezzogiorno, e il piazzale era colmo di macchine. Veda sollevò lo sguardo verso il cielo, con la speranza che le nubi oscure e minacciose mandassero un po’ di pioggia, per rinfrescare l’aria afosa. Salì sulla decappottabile, girò la chiavetta, ma l’auto sembrava bloccata. Doveva recarsi ad un congresso importante, e quell’inconveniente la rendeva nervosa. Scese di nuovo per controllare il motore.
Cominciò a scrosciare una pioggia violenta che le scatenò un po’ di malumore.
Si infilò il cappuccio e iniziò a controllare le varie parti del motore. Stava per perdere la speranza di tornare a casa, quando sentì una voce alle spalle.
-    Ha bisogno di aiuto?- chiese lo sconosciuto.
Veda, si girò a guardarlo sorpresa. Aveva un’aria molto elegante; calzoni bianchi di lino, camicia sportiva molto raffinata, mocassini intonati al colore degli abiti.
-    No grazie, posso cavarmela da sola, rispose con una punta di orgoglio femminile.
-    Non mi sembra. Perché non va a ripararsi e lascia fare a me ?- insistette.
Veda cercò di avere un’aria decisa.
-    E tutto sotto controllo, rispose seccata.-
Non ne sono convinto, visto che il motore è una materia per uomini,- continuò lo sconosciuto con un sorriso. – Si faccia da parte, – lui disse gentilmente. Frugò nel motore e trovò un filo staccato. – Ecco adesso può andare.-
Detto, questo, si diresse verso la propria auto lasciandola allibita.
Mentre tornava a casa, Veda cercò di dimenticare quell’episodio. Cercò di far sbollire la rabbia che sentiva per il ritardo.
Era importante conoscere il giovane medico che con una sua relazione dimostrava e rivoluzionava lo studio sull’uomo.
Era bagnata fradicia. Arrivata a casa, corse a farsi una doccia per rimettersi dalla tensione. La madre, si preoccupò.
-Veda, cosa ti è accaduto?-
Veda in grande fretta, le spiegò ciò che le era accaduto, e con aria arrabbiata brontolando disse: – Un signore mi ha avviato il motore.- La madre rise divertita, conoscendo bene l’orgoglio della figlia.
Le rispose sorridendo: – Ora riesci a capire che abbiamo bisogno di tutti! – Veda sbuffò, continuando ad asciugarsi i capelli, poi di fretta si vestì.
Ancora un’occhiata allo specchio, poi prese la borsa, vi mise la relazione che doveva presentare e si avviò all’ascensore, sperando che avesse smesso di piovere. Entrò nel garage, e con un grosso sospiro avviò la macchina. Il pensiero andò a quel signore che le aveva permesso di ritornare a casa in tempo per recarsi al congresso. La sua giovane vita era ordinata, precisa, e forse questo, le aveva permesso di arrivare ad essere primario nel reparto del Centro Oncologico in quell’ospedale. Arrivò al centro città. L’Hilton Hotel riservava sempre un grande salone per i congressi più importanti. Scese dalla macchina e consegnò le chiavi al vetturiere. Entrò nella hall. Veda era molto elegante e raffinata, vestiva con abiti delle migliori sartorie. L’abito che indossava, di lino bianco, rendeva ancora più bella la figura alta e snella. I capelli rossi, sciolti, facevano da cornice al bel viso. [Continua...]

Alba e tramonto di Lenio Vallati

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Alba e tramonto -

Tu sei l’alba,
i vestiti
ancora aspersi di rugiada
nel cuore i misteri della notte
e negli occhi luccichii di stelle.

Io sono il tramonto,
foglie secche nell’anima
e negli occhi
rossastri bagliori
di un sole cadente.

Ma dentro sento
tanta voglia d’amare
come se io e te
non fossimo poi
così diversi
in fondo,
soltanto il giorno ci divide.

*** [Continua...]

Alida di Timur Lenk

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Nel “Paese che non c’è” -

Ricordava perfettamente quando aveva percorso quella strada per la prima volta.
Le colline boscose delle Marche erano sempre lì, la strada era sempre la stessa.
L’unico ad essere cambiato profondamente era lui. Ma fino a che punto?
Max accelerò con la sua Alfa all’uscita dello svincolo per Senigallia. Era partito quella mattina da Como, e sarebbe arrivato a destinazione verso la metà del pomeriggio. Il “Paese che non c’è” ormai non era lontano.
Erano passati due anni, e di una cosa era certo: non avrebbe trovato nulla di cambiato a Bellisol, dove aveva vissuto la più importante esperienza della sua vita anche se ora erano molti i dubbi che lo tormentavano. D’accordo, quel paesino invisibile non si chiamava con quel nome, come Max aveva saputo in seguito, ma non importava: per lui sarebbe sempre rimasto Bellisol, il “Paese che non c’è”.
E in effetti, anche adesso stentava a trovarlo. Pensava di andare nella direzione giusta, invece si ritrovò su una strada sterrata. Girò e tornò indietro sentendosi piuttosto disorientato; quelle colline continuavano a sembrargli tutte uguali.
Mentre guidava, ricordò il suo colloquio telefonico con Lina. Era stata felice di sentirlo dopo così tanto tempo, l’aveva subito informato che Dante e Nelson stavano bene, e Dante aveva detto di mettergli a disposizione la sua casa in qualsiasi momento avesse voluto venire. Max non ci aveva pensato due volte: era estate inoltrata, aveva diritto a un mese di ferie e soprattutto aveva bisogno di restare solo con se stesso.
Per questo scopo, Bellisol era il luogo ideale e l’occasione che gli veniva offerta era la migliore; aveva detto quindi a Lina che sarebbe arrivato il sabato successivo e sarebbe rimasto per tutto il periodo delle sue ferie. Lei, contentissima, gli aveva assicurato che la casa sarebbe stata pronta per il suo arrivo, e che avrebbe provveduto a sbrigare le faccende di casa durante il suo soggiorno.
Ora però si trattava di trovare la strada giusta.
Un cartello stradale indicava la via verso Pergola. La prese, ricordando quanto il “Paese che non c’è” si trovasse vicino a quella città. La strada gli appariva ora più diritta lungo i fianchi di alte colline ricoperte d’alberi, fece un giro ampio verso destra e di nuovo un rettilineo in discesa. A circa cento metri distinse il bivio di una strada secondaria che scendeva verso sinistra e poco prima di quel bivio, sulla destra, un altro cartello indicatore.
Fu allora che la vide. [Continua...]

Tempo di sabbia nel vento di Anna Cattivelli

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Umanità che muore… -

Umanità che muore,
capi,
governanti,
imperatori,
presidenti,
chi è l’assassino.
Ingenuità di bimbo
nelle miniere
nella polvere,
occhi smarriti
tra mani di boia,
tra quelli
con diritto
di colpire,
spose a cercar lavoro
altrove,
uomini soli
con un bicchiere
in mano,
loro discutono
…zitti tutti.

***

I capi fanno la guerra…

I capi fanno la guerra,
imbottiscono
di menzogne i militari,
col sangue tracciano
disegni di potere,
lo studente grida:
misericordia!
Alle spalle
t’hanno colpito,
misericordia,
ti sei voltato,
negli occhi
t’hanno ucciso.

*** [Continua...]

Dal tempo di dopo di Paolo Cappai

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Quando questi ricatti… -

quando questi ricatti spontanei della mente
avvertirò come innocue barzellette
e le grigie, ineluttabili strade,
verdi prati in fioritura,
quando le gabbie immaginarie si smonteranno da dentro
ed il sapore aspro della paura
sarà naturale avvertimento all’attenzione,
quando l’onda calda del sentimento
tornerà a lambirmi libera e copiosa
e la rabbia covata in solitudine diverrà musica per tutti,
allora, forse,
mi sembrerà che era sempre stato ovvio
che quello che sono non mi ha mai tradito.

*** [Continua...]

Sette giorni di solitudine di Drazan Gunjaca

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Giornata prima -

M’ha lasciato. Finalmente. Finalmente solo. Letteralmente e metaforicamente. Solo che questa solitudine non assomiglia a quella da me immaginata durante le tante crisi di squilibrio… Mi riferisco a quella sorta di ‘solitudini’ che all’erompere delle frustrazioni che abbiamo accumulato scambiamo ingenuamente per libertà senza che prima ci si sia posti la domanda cosa sia la solitudine né cosa sia la libertà… Questa solitudine non ha nulla a che vedere con la tanto agognata ‘libertà’… Questa non è una solitudine tra virgolette e arriva a ondate sinusoidi discordi, come una tempesta sul mare. Dapprima scorgi in lontananza nuvole fosche, irose, alle quali non fai troppo caso per il semplice fatto che sono lontane. Almeno a prima vista. Vedi anche i fulmini squarciare l’orizzonte, si sente un toneggiare cupo, soffocato, ma tu, Dio solo sa per quale ragione, sei convinto che anche questa bufera girerà al largo dal tuo scoglio. Te la stai godendo in coperta d’una vecchia barca maltenuta che galleggia al largo su onde sonnacchiose mentre il tuo corpo seminudo assorbe i raggi del sole… E mentre stai sognando dimentico di tutto, all’improvviso ti sveglia un toneggiare assordante e già un fantasma nero e furente ti sovrasta e ti circonda da ogni lato infierendo senza pietà sulla barchetta che geme e sul tuo corpo gelato. Fuori di te, ti giri e rigiri tentando di scorgere attraverso una cortina buia, opaca e appiccicosa il porto tranquillo dal cui riparo hai sconsideratamente salpato, del tutto impreparato all’imprevedibile inferno…
D’altro canto, chi va a pianificare o a dir poco, a prevedere, il proprio inferno? Forse i pessimisti? I fatalisti? Io non appartengo ad alcuno di loro. Almeno, mi sembra. In effetti, neanche sono ottimista. Sono realista. Con una leggera tendenza all’idiozia. In verità, non potrei affermare di non aver avuto a disposizione già da parecchio una serie di fatti o se non altro d’indizi, che, in tutta onestà, stavano indubbiamente portando ad un ulteriore sviluppo degli avvenimenti, a quanto sta succedendo adesso, ma si da il caso che avendo balordamente ritenuto essere io un tipo fuori dal comune, avevo creduto che in virtù di questa distinzione, ne sarei stato risparmiato… Anche se, mano sul cuore, difficilmente saprei spiegare con bastante coerenza in cosa consista questa mia ‘distinzione’, poiché si tratta più d’uno stato interiore difficile da esprimersi a parole, più d’una sorta di sesto senso in virtù del quale a te non possono succedere le brutte cose che si abbattono su quanto ti circonda… E fintante che non ti colpiscono, ti lusinghi nell’idea di essere un cocco del destino; fino all’istante in cui quello stesso destino non si ricordi di te. Non ne ha di cocchi, lui. Esistono soltanto i fortunati, dei quali si è scordato più o meno a lungo. Ecco, di me, s’è ricordato. Te ne accorgi per puro caso. Così ti capita una di quelle discussioni quotidiane per… non ricordo più per che cosa, ma per come è finita, so che il destino ci ha messo il suo lungo zampino rapace… Qualcuno m’ha detto una volta che il destino è il ladro dell’avvenire e il carceriere del passato. Considerazione che trasuda amarezza, non è vero? Lasciamo stare il destino. Qualsiasi cosa gli venga attribuita, se ne farà carico con insopportabile leggerezza. Torniamo alla già menzionata discussione di un’intera serata. Ecco un piccolo saggio della fine di quell’amabile conversazione svoltasi tra Lei e me, che in qualche maniera raffigura il varo della mia navicella esistenziale nelle torbide acque portuali sulle quali galleggiano gli escrementi degli spettabili abitanti di questa sovrappopolata cittadina. Avete mai analizzato il momento allorché un dialogo si trasforma in lite? Sì, lite! Pandemonio. Apocalisse tra quattro pareti. Poveri muri! A me, in qualche maniera, questo momento fatale sfugge, ragione per cui rimango attonito, impreparato a quanto segue. [Continua...]