Su quel ramo del lago di Como rivolto a sud, che tra golfi e seni scivola verso Lecco, ancora all’inizio del secondo millennio continuavano ad abitare ricchi e persone importanti. Era dall’epoca degli antichi Romani, che vicino alle acque lacustri più profonde d’Italia, avevano dimora le doviziose abitazioni dei patrizi, dei nobili e dei signoroni.
Le belle montagne si specchiavano sulla superficie risplendente. Ormai Como era diventata città attivissima e industriale ma presso il bacino, vicino al Resegone e al Sasso di San Martino, tutto era come un tempo, solo che adesso, anziché i gentilizi o gli aristocratici del medioevo, vivevano star del cinema, registi e divi, che avevano con i loro patrimoni acquistato le antiche ville.
Sul far della sera, procedeva consultando l’ultimo numero della enciclopedia venduta in edicola, riferita a come trovare scampo tra le difficoltà dell’era moderna, il tentennante don Gongolondio. Era uomo sempre indeciso, per mestiere affittava case e continuamente non aveva idea di come raccapezzarsi e muoversi. Aveva timore di
tutto e paura di ogni cosa. Per sentirsi un po’ meno insicuro si era fatto impiantare nuovi capelli, a rimediare la piazza calva che una volta gli coronava il capo e intanto che il rosso intenso dell’occaso tingeva di soavi colori il lago, lui era intento a camminare lentamente con il suddetto numero della enciclopedia a dispense in mano.
Era piuttosto grasso don Gongolondio, solo nel cibo trovava rifugio. I suoi
occhi scorrevano lestamente le paginette della dispensa, sormontati da due foltissime sopracciglia.
Turisti e abitanti a quell’ora andavano sulle acque in kajak, compivano trekking o facevano altri sport, in quel paesaggio da sogno, tra storia passata e tempo presente, presso le eleganti coste del Lario, con la sua caratteristica forma di ipsilon rovesciata.
“Ho udito un rumore!” commentò don Gongolondio come al solito tremante.
Improvvisamente giunsero scendendo dai ripidi colli due bravetti in Mountain Bike. [Continua...]
I promessi conviventi di Roberto Bianchi
Croste di Gianna Maria Campanella
OLTRE -
Abbagliata dal sole,
calpestata da vento:
il tempo un buco nero,
la vita un giardino chiuso
dove nulla turba
l’immota quiete.
Impulsi a lungo assopiti
svelano spazi nuovi.
Si frantuma la pienezza del tempo
in mille vuoti da costruire;
ali di speranze battono
oltre il muro di confine…
E non importa del dio che s’adira.
*** [Continua...]
Percorsi d’anima e la Fuga di Bach di Lidia Viviani
LA FRANCIA IN FAMIGLIA -
Scalata fra i gigli di Francia,
diretta per la Vie en Rose.
Passato di accordi d’accordo
con canti di bimbi e di anziani
si lega alle note – ricordo.
Passato che voglio evocare
bevendo un ghiacciato Pernod,
avvolta nel manto mio blu.
***
STELLE DI GELSOMINO
Gelsomini
ghirlande al tuo balcone
ti attendono
al mutar delle stagioni.
Bianche stelle
ricordano il tuo cuore
riflesso puro
del divin bagliore.
***
PIETRO PESCATORE
Pietro pescatore
traghettava su barca di sole
e vide una donna
dal freddo smarrita,
in una mantella bianca:
era la sua Anita.
Un abbraccio
e il suo calore
fu di margherita.
***
Dal libro Percorsi d’anima e la Fuga di Bach di Lidia Viviani
Stelle lucenti di Luigi Palma
I CINQUE SENSI DELLA MONTAGNA -
Tesoro inestimabile,
longevo spettacolo
con scoscesi sentieri,
dimora della tranquillità.
I sassi odorosi
di vecchio muschio,
si fondono con i fiori
emananti gioiose fragranze.
Gli allegri cinguettii
formano una polifonia,
accompagnata dal fruscio di foglie
e lo scorrere dei ruscelli.
Il gusto naturale
d’ogni sapore selvatico
caratterizza il paesaggio,
riempiendolo di genuinità.
La vetta domina,
le intrise selve
ricche d’infinite bellezze
ed ammira la valle.
La ruvida roccia
è inumidita da gocce di rugiada
pendenti dalla felce,
illuminata dal sole lucente.
Luglio 2009
***
MARE D’AUTUNNO
O dolce fragor,
sentir cullare il cuor,
con tenacia e amor.
Ormeggiano le barche,
del molo antico,
sentir un vocio amico.
Le onde sbattono impazzite,
come ballerine alla lampara.
Schiuma bianca,
mai si stanca
di schiantarsi
contro le rocce
levigate dal mare.
Ottobre 2004
(8 anni)
***
PER LEI
Mi basta la tua voce
sentir il tuo dolce respiro
il tuo canto soave
e capisco il significato
della parola “Amore”.
Quando ti abbraccio
vengo avvolto da un leggero tepore
e sento il tuo cuore
battere, battere, incessantemente.
I tuoi occhi, il tuo sguardo,
delicato come una goccia di rugiada,
deciso come la tua speranza,
forte come le radici di una quercia,
puro come la sincerità;
fa pensare alla vitalità
che scorre in tè.
Gennaio 2009
***
Dal libro Stelle lucenti di Luigi Palma
Le avventure di una Kitty addicted di Eliselle
“Mater, che significa?”
Mamma si gira a guardarmi ma non dice niente.
Alice molla incazzata il piatto sul tavolo, si infila nel corridoio, indossa la giacca ed esce al volo senza degnare nessuno di un saluto o di informare sulla sua destinazione, come ogni brava adolescente ribelle che reagisce con tutta la rabbia che ha dentro alle discussioni in famiglia. Cos’è, si crede la sorellina bruciata di James Dean adesso? Si procede di bene in meglio, in questa casa.
“Be’?! La lasci andare così?”
“Ha bisogno del suo spazio.”
Questa è buona.
Se mi fossi azzardata io a comportarmi così quando avevo la sua età, non solo mia madre mi sarebbe corsa dietro con la scopa, ma mi avrebbe tenuto in punizione per minimo un mese, segregata nella mia camera come una reietta, senza telefono e senza tv. Quant’è ingiusta la vita.
Mi è ufficialmente passata la fame e la voglia di fare altre domande.
Sono sconvolta. Ero pronta a tutto, ma non mi aveva mai sfiorato l’idea di poter assistere un giorno a una discussione tra i miei genitori come quella di cui sono stata testimone stasera. Papà non ha nemmeno tentato di controbattere e in un certo senso lo capisco: anche io reagisco così contro gli attacchi isterici materni, più per evitare rogne che altro in attesa che passino e si possa ragionare con più calma. Questa volta però mamma sembrava motivata. Fin troppo motivata.
È possibile che uno come papà possa nascondere qualcosa? Una relazione, poi?
No, non ci credo, se n’è andato solo per evitare scenate davanti a noi. Siamo pur sempre le sue bambine, so quanto ci tiene alla nostra tranquillità. L’ha fatto per questo, ne sono certa.
Comunque, meglio sloggiare di qui e tornare in un momento migliore. Ora non è proprio aria.
Vado in bagno per sciacquarmi la faccia e riprendermi dal terremoto e passo davanti alla mia vecchia camera da letto. Alice ci si è trasferita quando me ne sono andata via. Non vedeva l’ora e appena ha avuto l’occasione se n’è appropriata. Incredibile che abbia lasciato la porta aperta, di solito la tiene chiusa come se dovesse custodire chissà quali segreti.
La curiosità improvvisa che mi assale è troppo forte.
Mi fermo, accendo la luce, do un’occhiata dentro e stento a riconoscerla. È un vero porcile.
Letto ancora disfatto, due poster dei Tokyo Hotel alle pareti, scarpe e vestiti sparsi dappertutto, libri impilati sulla scrivania, messi a casaccio tra cosmetici e smalti scuri, zaino buttato sotto la sedia, anta dell’armadio socchiusa con un vestito completamente nero appeso, ancora con l’etichetta attaccata. Lontani i tempi dei Take That prima maniera e delle sane regole di convivenza civile. Del mio rifugio non è rimasto niente, nemmeno l’ordine. Inutile dire che mamma ha cambiato visione della vita anche su questo. [Continua...]
Hola Pelacodes di Claudio Roncaccioli
Un respiro profondo per annusare intensamente l’aria; non importa se sa di smog, di cibi o bevande calde takeway, o è solo l’alone puzzolente della sigaretta senza filtro di un passante. Per me Londra è l’inebriante profumo della libertà che ti prende solo per il fatto di trovarti nel cuore di una metropoli immensa, senza confini precisi, dove nessuno ti conosce e nessuno conosci; la consapevolezza del tempo che non c’è, di giorni che perdono il loro nome che si trasforma in droga per la vita.
Ma attenzione: i bagni degli hotel sono, tutti, privi di bidet e, per un italiano non abituato a viaggiare il mondo, la prima volta è un dramma, perché te ne accorgi solo dopo averla fatta (perdonate la franchezza). Ed è il panico: ti metti a girare mezzo nudo(a), prima in bagno e poi in camera, con un paio di fogli di carta igienica appiccicati nel mezzo dei glutei, alla disperata ricerca del bidet che non c’è. L’istinto è quello di chiamare la reception e chiedere spiegazioni.
- Fratello devi scegliere: o ti fai una doccia come si deve, e ti sputtani almeno mezz’ora del tuo preziosissimo tempo rischiando di arrivare tardi al museo; oppure ti rassegni a tenerti le croste sul culo. E’ lo stile british. Ma stai tranquillo: al museo troverai sicuramente una colonna in cui, con discrezione senza che nessuno ti veda, tranne il corpo di guardia che vigila con l’ausilio di telecamere in ogni angolo, potrai ristorare l’insopportabile prurito. All’uscita il guardiano ti sorriderà: trattieni il tuo istinto italico di sputargli in un occhio e saluta gentilmente.
Gli alberghi di categoria inferiore, meno lussuosi ma egualmente dignitosi, hanno l’apertura della finestra della camera a scorrimento verticale. Un vero flagello per il turista curioso che rischia una botta da orbi non appena si affaccia per scrutare oltre il davanzale. Il serramento, proprio in quell’istante, per un diabolico sortilegio, si chiuderà improvvisamente impattando il cranio del malcapitato. Avete presente i cartoni animati: stessa scena! [Continua...]
Le donne e la luna di Alfredo Lucifero
Ora il tempo si è sciolto nelle mie mani, scorre come un fiume sul viso, lascia ferite inguaribili e residui di creta sulla pelle che, passata l’azione della crema, diviene opaca, antica; allora spargo con le dita sottili le creme nutrienti che la fanno brillare lucida come un serpente e manda il tempo a scivolare all’indietro lasciandolo incerto del suo cammino; non è passato, è rimasto fermo, insicuro per me: ero bambina, gli occhi splendevano azzurri come il cielo di quelle estati belle come il mare che così tanto ha contato nella mia fanciullezza; il mare e il cielo erano dentro di me, allora, quando la vita mi attendeva come un verde prato dove correre e giocare all’aperto; ricordo di allora anche il suono del cielo: è una musica inimmaginabile che non riesco più a sentire. Entra dalla porta stasera come quella striscia di luna eterea quasi inesistente di fronte alla luce forte ma anch’essa è resa infinita dagli specchi che moltiplicano se stessi assieme a me che riesco a sorridere indifferente.
Anche le altre me stesse sorridono, i denti si scoprono, sono bianchi come perle lucide, come la pelle irrorata dalla crema.
Non ricordo se il sotto del cielo fosse quello del mare che lo rimandava. insieme alle onde leggere, incessanti come la vita che non può finire e incessante batte sulle tempie che si muovono leggere indipendentemente dalla volontà, battono come il sangue che entra e esce dal cuore e che sento come uno stanco amico sconosciuto. Quante emozioni e umiliazioni ho subito, sofferenze indicibili, anche gioie, soddisfazioni per qualche aspetto della vita ma anche dolori, delusioni, dolcezze e amori avuti e perduti. [Continua...]
La spugna di Lella De Marchi
la spugna – prologo -
dove mi passa la voce del mondo?
non sono piena, il mio corpo non è
materia pesante uguale compatta,
il mio corpo non è cemento, non sono
vuota, il mio spazio non è il vuoto
totale buio profondo, il mio spazio
non è il fondo, io sono piccola
piccola piccola, sono fatta di cose
sottili leggere vicine dovunque
vaganti piastrine, tu sfiorami
con un soffio, toccami con la voce
muovimi fammi vibrare
la superficie, passami la voce
del mondo tra i pori di questa spugna
***
il punto esatto
qual è il punto esatto in cui tutto comincia?
dev’esserci un punto immerso nel tempo
dal tempo bagnato e disfatto per sempre
in cui tutto comincia,
big bang che si crea dal caos sparo
nella notte voragine che inghiotte
assordante silenzio, dev’esserci un punto
per cercarlo ti trovi a camminare
all’indietro dalla fine all’inizio
sempre di spalle, e mentre cerchi non sai
nemmeno se esiste, che mentre cerchi
non vedi, non hai occhi didietro,
dev’esserci un punto immerso nel tempo
dal tempo bagnato e disfatto per sempre
in cui tutto comincia,
un punto perfetto come quando facciamo
l’amore, la nostra forma d’amore,
quella che più ci appartiene, l’unica sete
che non ci abbandona, un punto perfetto
come quando proviamo piacere, dove
siamo fedeli devoti possiamo
giurare senza spergiuro, anche nel tempio
qual è il punto esatto in cui tutto comincia?
***
sulle vie di Shibuya
questa mattina sulle vie di Shibuya
mentre camminavo in cerca di un caffè
mi sono vista riflessa nei vetri
di un negozio e mi sono sembrata
qualcun altro, mi sono fermata
un attimo a pensare poi sono ripartita
con la vita di qualcun altro addosso,
- ferma così sopra ai miei gesti,
intrappolata per una attimo dentro
al mio reticolato -, questa mattina sulle vie
di Shibuya non mi sono da subito
riconosciuta
perché tutto ritorna, persino sul mio corpo,
come inciso sulla pietra?
***
l’estraneo sottocutaneo
dammi spazio per essere ciò che non sono
mai stata, l’estraneo sottocutaneo,
l’attimo sbandato dentro al tempo
da un calcolo errato germinato,
per caso o per necessità,
qualcosa che come un virus
nuovamente riavvicini le nostre nudità,
dammi spazio per essere ciò che non sono
mai stata, concedimi fedele
al nostro tempo che ci aspetta
***
Dal libro La spugna di Lella De Marchi
Essere Donna – ovvero – Aznareps, il volo della speranza di Lidia Colla
“Mio dio, Luca, non fai che parlare! Sembri tutto nonna Adelia…!”
E poi si pentiva, e pensava alle sue lunghe ore di solitudine, ai suoi disegni.
Case, case, case, con file e file di fineste, tutte sbarrate, quasi ci si volesse rinchiudere dentro.
O forse non trovava la via d’uscita?
Come lei ora, che dopo tanti anni sarebbe voluta venir fuori dal groviglio, e cercava strisce, toppe, frammenti, per fare almeno un patchwork di ricordi. O forse ne aveva paura, e voleva solo un filo sottile per tentare di ricucire le ferite e fare magari un bel lifting al suo cuore? E sentiva un gran vuoto dentro quando le venivano in mente tutte le domande senza risposta, e i dubbi alla ricerca di certezze.
E si accorgeva che finora aveva cercato di nasconderli, come quegli oggetti inutili e scomodi che ti ritrovi sempre in mezzo e non hai mai il coraggio di buttare, e nella speranza di dimenticarli, li ficchi stretti stretti in un armadio.
Ma ora quelli incominciavano a premere, pigiando forte per uscire, e lei stava lì a braccia spalancate per bloccarli, come quando in sogno sentiva la casa che le cadeva addosso, e disperata, con le braccia, cercava di tener ferme le pareti.”
(…) [Continua...]
Fuori e… Dentro di Giulia Meloncelli
Eppure -
Se c’è un posto
questo è quello giusto
Se c’è un tempo
adesso è proprio il momento
ma sono certa che
sono sempre stata qui
prima che fosse il mio tempo
prima che lo raggiungessi
***
Inverno
Ti sfuggo come un nemico
ma come un nemico
a volte sei attraente
In quei momenti
la nebbia che tutto nasconde
la brina che tutto ricama
mi attraggono come d’incanto
Nei suoi disegni
non sono persona sgomenta
Nel silenzio
che intorno s’allarga
un’intima gioia sconfina
l’alito mio diventa nebbia
che la brina cattura
ed anch’io divento natura
*** [Continua...]
Canti di mestizia di Sara Ciampi
Notte di luna piena -
Che calda notte d’estate!
Affacciata al mio balcone
contemplo la natura
mentre odo nel più profondo silenzio
un dolce concerto di grilli.
Nelle tenebre
ogni creatura dorme tranquilla
baciata dalla carezza della luna.
Raggi argentei
imbiancano la nuda terra
dai monti fino al mare.
E’ là, in quella distesa d’acqua
così cupa, così impenetrabile,
la luna viene riflessa
in tutta la sua bellezza.
O luna, regina delle stelle,
imperatrice del firmamento,
perché adesso ti nascondi
in mezzo a quelle nuvole?
Forse, o magnifico astro,
ti celi tra nubi così scure
perché anche tu provi ribrezzo
nell’osservare la Terra
colma di ingiustizie e dolori.
E che raccapriccio alla vista della morte!
Pallida luna,
come ti comprendo! E in poco tempo
tutto il paesaggio piomba
nel tenebrore più assoluto.
*** [Continua...]
Come un cane… Con un cane di Luca Gamberini
Crescendo -
Ci sei sempre tu nei miei pensieri
mentre cammino a passo lento per i soliti sentieri
ci sei tu, oggi
come c’eri ieri
non raccolgo mai quello che semino
mi perdo tra un sorriso e una poesia
fatico a ritrovarmi seguendo la tua scia.
Credo di sapere,
di percepire il tuo dispiacere
non ho nessuna forma di appartenenza
fuggo da te perché non posso vivere senza.
Contraddico il mio volere
fuggo da te perché è quello che mi riesce meglio fare.
Forse stai sola con me
perché non sai vivere sola con te,
lunga è la notte in attesa del tuo ritomo
poi ti stenderai accanto
e in un attimo sarà di nuovo giorno
chissà, se sarà quello in cui ti ritroverò
e, pur lontano che sia
non credo questa notte le stelle ti porteranno via.
Mentre mi avvicino
vorrei gridare al cielo che ti amo
ma non riesco neppure a stringerti la mano
un calicantus mi inebria di luce e profumata nostalgia
l’immenso dei tuoi occhi mi riempie di poesia.
Vorrei dedicarti ora le frasi più dolci e sincere
ma dai tuoi occhi e dal tuo viso stanco non posso che fuggire
cercando nella solitudine il mio equilibrio fragile e sottile.
Domani dovrò fare senza te
già me lo hai insegnato
e da una parte o da un’altra dovrò dimostrare che ho imparato.
Cercherò nei ricordi una cordata di serenità,
ora, so che non posso essere felice senza un velo di nostalgia
questo è quello che ho imparato
anche se forse non sei mai andata via.
*** [Continua...]
Il fallo ignorante di Adriana Maria Martino
Su Staten Island sorgeva una nuova alba. Erano solo le cinque, ma nell’appartamento al quarto piano, al numero 20 di Richmond Avenue, le luci erano accese. Victoria, figlia di Don Giovanni Michele Pantaleone e di sua moglie Agata, era in piedi davanti allo specchio del bagno, dopo una notte insonne. Si osservava e sembrava vedersi per la prima volta. I grandi occhi marrone, illuminati da striature dorate, erano spalancati su un volto che non le sembrava più il suo.
Dalla morte di sua madre non era più tornata in quell’appartamento, ora tutto sembrava allo stesso tempo familiare ed estraneo. Come il suo viso.
Scoprì, con un tuffo al cuore, di somigliare alla madre come mai prima: gli stessi zigomi alti e pronunciati, lo stesso taglio degli occhi a mandorla, la stessa carnagione.
“E poi dicono che le femmine somigliano al padre!” pensò con tristezza.
Si passò una mano sulla fronte e le sembrò di accarezzare sua madre. Girò il viso, per evitare la propria immagine. Lo sguardo le cadde sulla spazzola posata davanti allo specchio, quale filo bianco e ondulato era ancora impigliato tra le setole. I capelli candidi di Agata. Sentì con dispiacere che stavano emergendo dentro di lei pensieri negativi e reminiscenze dolorose, ricordò con disagio il senso di colpa che sua madre era sempre stata capace di trasmetterle, e istintivamente si passò una mano sul ventre, in un gesto di tenerezza e protezione.
***
Dal libro Il fallo ignorante di Adriana Maria Martino
Nel sole e nel vento di Edda Ghilardi Vincenti
Di fronte al firmamento -
Ammalianti fuochi ardenti
brillano lassù nel cielo infinito
in piena armonia di movimenti:
uno splendido grande miracolo
è il firmamento, nato da un’energia
sconfinata, misteriosa, divina.
Un senso d’eternità trattenuta, sospesa
dilaga in me, fragile stelo
nell’infinito abbraccio di Dio.
***
Tramonto di fine estate -
Come sei dolce,
tramonto di fine estate,
e come sei triste
con quel profumo d’autunno
che si avvicina
e quella sottile malinconia
vestita di bruma vespertina,
di sogni spenti,
di speranze sfiorite…
Come sei dolce,
tramonto di fine estate,
e come sei triste
con quel profumo d’autunno…
*** [Continua...]
Io, Madre Natura e la gente di Alba Venditti
Amore è -
Amore è… un forte batticuore e brividi sulla pelle
quando incontri quell’uomo così fascinoso
che ti dedica uno sguardo particolare
e penetrante da spogliarti con gli occhi
lasciando tutto immaginare
sotto quel cielo pieno di stelle.
Chissà se quell’incontro più ravvicinato
tra i due cuori tempestosi succederà nella buia notte?
Amore è… turbamento e disperazione
nella tua mente quando non sei ricambiata
da colui che pensa ed ama un’altra veramente;
a quel punto ti senti ormai su una strada a senso unico
anche se in cuor tuo vuoi trovare, prima o poi,
una strada parallela su cui ci sia un cuore viaggiatore
che si affianchi nella medesima direzione.
Amore è… sperare in un incontro principesco
con l’uomo dei nostri sogni ma ahimè
bisogna svegliarsi i tempi sono cambiati
e gli uomini non vogliono più essere seriamente impegnati
a meno che non scatti in loro quella molla
che li faccia diventare tutto d’un tratto
dolci come la pastafrolla.
*** [Continua...]
Mirto di Dorella Dignola Mascherpa
Seduta nella grande poltrona del salotto, con l’abito scuro che le lasciava scoperte le ginocchia e con il colletto di pizzo intorno al collo, l’esile ragazza poteva sembrare un’adolescente; il piccolo volto leggermente appuntito dalla magrezza, era incorniciato da capelli folti e rosati; la pelle era bianca e trasparente così come erano chiari e trasparenti i suoi occhi, da far ricordare l’acqua del mare sulla sabbia bianca.
Tenendo le mani in grembo, si toccava le unghie, non lunghe e pennellate di smalto rosa. In realtà Mirto aveva ventuno anni.
Se ne stava seduta con le gambe incrociate e guardava intorno a sè la stanza tappezzata di stoffa lucida, con la mobilia di legno scuro che dava all’ambiente una austerità che la intimidiva.
Alla grande finestra che si affacciava sulla città, era appesa una tenda bianca tanto fitta che impediva del tutto di poter guardare all’esterno.
Scendeva dal soffitto, a perpendicolo sul salotto, un lampadario grande, con coppe di opale bianco a forma di fiore ed otto bracci diritti color bronzo brunito che giravano intorno ad una coppa centrale formando una raggiera.
La giovane indossava scarpe color coloniale, basse ed uguali alla cintura che aveva in vita, stranamente dello stesso colore del rivestimento del salotto su cui era seduta.
Il tavolo le arrivava all’altezza delle braccia, a mò di vassoio ed ella vi si appoggiò per alzarsi.
C’era un armadio grande e scuro, che riempiva la parete ed era pieno di libri richiusi da antine di vetro. Libri di ogni genere: narrativa, saggistica, libri d’arte, enciclopedie ed anche una raccolta di libri molto antichi e preziosi le cui copertine dalle raffinatre rilegature, davano un effetto cromatico vivace ed austero ad un tempo..
La ragazza guardava con interesse i titoli ed i nomi degli autori, molti dei quali ella conosceva, per averli letti e studiati e le venne il desiderio di prendere un volume tra quelli che non aveva letto. Pensò però che quello era il momento meno adatto, aveva il cuore in subbuglio e preferì starsene tranquilla ad aspettare.
Il cigolio di una porta che si apriva la fece sobbalzare e la distolse dalla sua riflessione sulle letture. [Continua...]
Intrigo sulla Moskova di Andrea Masotti
Russia, luglio 2008 -
Svetlana e Victor -
Il sole basso del pomeriggio accende di verde brillante il susseguirsi monotono di abeti e betulle dalle foglie d’argento. Sopra il saliscendi delle chiazze di bosco, tra i rari declivi delle alture e delle sterrate tra le izbe, un cielo grande come l’Asia copre il mio animo di nebulose grigie riflesse dalle pozze pantanose. Non dormo. Sono tormentata dalle ultime parole. Dal mio stesso nome Svetlana pronunciato da lui. E immobile, rimango immobile mentre rumoreggia il vagone, bevo la linfa del bosco e di un vapore azzurro e lontano per non cedere sul pavimento del corridoio.
Svetlana mi ha mollato, alla chetichella. Cosa pensate, che non l’avevo previsto? Le avevo già sfilato 1600 rubli e un bel gruzzoletto di euro e dollari dalla tasca ieri sera, voglio vedere dove arriva. Anche se dovessi prenderla per il collo e staccargliela con le mie mani, quella testa di gallina. Buono, buono! Devo stare buono. Lo sapete che lo sono, non c’è bisogno di dirmelo. Darò un altro pugno al muro… ecco! Mi esce ancora sangue, non voglio che soffra solo lei, sanguino anch’io. È giusto, ora lo sapete anche voi, vedete che ho le nocche rosse!
Stasera mi faccio questa roba tutta io. Ho i suoi rubli e i dollari. Poi la trovo, so dove e faremo i conti per l’ultima volta. È lei che mi ha portato a vivere nella strada, cosa credete? Tre anni fa avevo anche un lavoro, poi è venuta Svetlana con le sue moine e la noia dei villaggi radicata dentro di lei, e una madre senza pensione. Tutte le sere fuori, fuori per la noia, una fuga continua. Adesso so di che pasta è fatta. Lo capisco quando vomita di cosa è fatta perché vedo cosa le esce dalla bocca. Anche ieri sera l’ho tenuta mentre lordava la strada. Dicono che sono sporco, che anche l’asfalto a causa mia e di quelli come me è sporco… ma non sanno chi davvero vomita negli angoli. Io lo so bene.
*** [Continua...]
Finestre sulla città e dintorni di Alberto Calavalle
Il deserto del Sinai mi passa accanto con le sue montagne striate di rosso, le sue valli levigate dal tempo, le rare dune di sabbia portate qui dal vento del deserto d’ Arabia. Il resto è polvere e sassi bruciati dai quaranta gradi di un sole implacabile.
Ma tutto resta fuori di me.
E’ come se il condizionatore dell’aria, i vetri, il tetto dell’autobus, proteggendomi dall’esterno mi permettessero di proiettare il paesaggio lontano nello spazio o addirittura sul nastro di una pellicola cinematografica. Anche lo squallido edificio di cemento di una scuola rimasta desolatamente vuota, mi lascia indifferente, come resta indifferente alla natura primitiva di questo luogo.
Solo quando scendo sulla polvere e i sassi tra i beduini che mi invitano a salire sui loro cammelli, provo emozioni inesplorate. L’aria è limpida, come di vetro, il sole è sospeso sopra di me, ma l’altitudine lo rende sopportabile. Rinuncio con un sorriso ai servizi di questa gente libera e fiera, e mi avvio a piedi in direzione del monastero di S. Caterina. Il sentiero sale nella gola stretta da montagne granitiche e brulle.
I miei sandali di cuoio foderati di neoprene, comodi a camminare in città, qui ad ogni passo diventano una tortura con la polvere e i sassi che mi entrano in ogni fessura. Ma l’emozione di avvicinarmi al luogo di Mosé è più forte di questo tormento e avanzo verso l’alta muraglia che protegge il monastero. [Continua...]
Perché non lei di Marisa Giaroli
Sono i giorni di novembre tradizionalmente chiamati l’estate di San Martino, ma la mattina è umida e fredda: come lo sono le giornate in autunno nella Valle Padana.
A mezzogiorno la piazza centrale della città è semideserta e le poche persone che vi transitano lo fanno velocemente, perché quello è un punto dove il vento non scherza. In un angolo della medesima, è riapparso l’uomo delle caldarroste e il profumo invitante si espande nell’aria.
In un angolo della piazza, in un antico palazzo, c’è una nota galleria d’arte che in questi giorni espone la personale di una pittrice. L’artista è seduta all’interno della sala e sfoglia svogliatamente una rivista. Nel corso della mattina sono entrate solo due persone a visitare la mostra. Lancia un’occhiata all’orologio.
«Tra poco chiudo e vado a pranzo» pensa.
L’idea di esporre in quel luogo, soprattutto in quei giorni, è stata di un critico d’arte suo amico.
«È una città che vanta un passato carico di storia, che ha avuto un grande impulso artistico e culturale sotto gli Estensi. È una buona piazza per gli artisti. Inoltre è una zona ricca d’industrie e con una notevole attività turistica» le aveva suggerito.
Lei si era lasciata convincere, anche perché da tempo desiderava visitare la città e conoscerne l’aspetto artistico e monumentale.
Un’ombra che si ferma davanti alla vetrina distoglie la pittrice dalla lettura. È una giovane donna.
La sconosciuta indossa un cappotto grigio sotto al quale s’intravedono i calzoni neri di velluto. Non sembra interessata alle tre tele adagiate su un cavalletto, perché si toglie i guanti di pelle, prende a specchiarsi poi cerca di avvolgere la testa in un foulard per proteggersi dal vento. C’è qualcosa di allegro nei suoi gesti banali e la pittrice, incuriosita, rimane a osservarla.
La massa morbida dei lunghi capelli biondi scompare sotto la seta dai colori vivacissimi.
Si specchia di nuovo e, soddisfatta, si allontana. [Continua...]
Da che parte di Ernesto Maria Elona
Da che parte si guarda la tua vita?
Me lo domando spesso. Da che parte ti dovrei guardare?
Si, hai capito benissimo, da che parte posso guardarti io, tra le gambe, in mezzo alle cosce, nel vuoto pieno della vita che hai, che dai, che ti prendi a cominciare da lì.
Dimmi se non è una provocazione erotica quella che mi stai muovendo da venti minuti almeno, sapiente di un umorismo tutto tuo, di materialità doviziosa e tua.
Ora e qui. Ti ho sul computer che mi racconti per filo e per segno cosa ti è successo nel pomeriggio, mentre mi ostino a mettere in ordine la scrivania ad esito della giornata e in vista del da farsi di domani.
Precisa, arrivi, una frase dopo l’altra, scrivi miratamente e ad effetto.
E’ così che t’ho conosciuta, che mi sei piaciuta o semplicemente è così che ti sei lasciata avvicinare.
Mi chiedo perché mai dovrei sapere cosa vi siete dette tu e la tua ginecologa durante la visita di controllo. A tutti i costi stasera vuoi dirmi che mentre ti guardava in mezzo alle gambe lei ha esordito:
“A mio parere, dovresti scriverci un romanzo”.
Perché me lo scrivi?
Distante, veloce e frammentaria riesci a non risparmiare dettagli, quelli dello studio medico, del procedimento tecnico della visita, le sensazioni, le interpretazioni possibili per i tuoi sentimenti, per la tua ragione, le tue sensazioni, tutto ciò che ho imparato, ma come se me lo avessi imposto di riuscirci, a cogliere distintamente e a sentire insieme di te.
Vuoi che ti veda, come ti vedessi, mal distesa e semi svestita sul lettino quasi reclinato, le gambe allargate agganciate ai trespoli, la dottoressa seduta sullo sgabello di fronte, più in basso, al centro, che posiziona la luce, la pinza di scabrosa locuzione latina e poi le dita inguainate di lattice.
Messa così tu e la faccenda della tua vita, c’è da chiederselo davvero cos’è che può aver suscitato nel medico la bella idea di trarne un romanzo.
C’è da chiederselo se il punto di vista rilevante sia quello sull’oggetto o sul soggetto della scena da commedia seriale televisiva.
La tua trovata è provocativa e non mi rimane, esplicito, che dire:
“Da che parte vuoi che te la guardi?” [Continua...]






















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