Jimmy e Ji di Patrizia Gaslini

 >> Invita i tuoi amici a leggere e commentare

Lei mi chiamava Jimmy, il mio sesso si era finalmente rivelato durante l’ultima ecografia; da allora l’avevo spesso sentita ripetere frasi come: “Jimmy si muove, Jimmy scalcia, Jimmy dorme”.
In principio non sapevo chi di noi due fosse Jimmy, solo più lardi mi ero reso conto che non potevo che essere io, dal momento che mio fratello o meglio, quel piccolo fardello caldo che stava rannicchiato dietro le mie spalle non si era ancora fatto scoprire; nessuno, a parte me, sapeva della sua esistenza.
Era schivo e tranquillo, raramente l’avevo sentito muoversi e solo talvolta le sue mani piccole ed esili avevano toccato il mio corpo, sospinte da un movimento involontario.
II suo volto aveva lineamenti delicati: naso affilato, labbra sottili, mascella ovale, sopracciglia appena accennate.
Era quella la sedicesima settimana di vita in utero e dentro quel grembo il tepore era delizioso e lo spazio ancora abbastanza grande per raggomitolarsi o stirarsi a piacere, lasciandosi cullare, ora dal ritmo tranquillo del respiro sopra di noi, ora dal movimento impercettibile delle acque intorno a noi.
Proprio in quel tempo per la prima volta l’avevo visto aprire gli occhi, guardarmi, e non c’era stato bisogno di altro perché le nostre menti si erano immediatamente sintonizzate; i loro contenuti erano perfettamente e straordinariamente sovrapponibili, poiché l’archivio genetico che li raccoglieva, conservandone la memoria, era assolutamente identico così come il nostro sesso: eravamo due gemelli maschi, monozigoti ovvero figli dello stesso istante, con gli stessi geni, le stesse fisionomie, le stesse banche dati.
Avendo perciò un passato prossimo e remoto di cui polivamo condividere storie e vicende comuni, trascorrevamo le giornate a scambiarci racconti e immagini, che scorrevano dentro le nostre memorie come dentro la pellicola di un film. [Continua...]

I mari della luna di Alba Venditti

 >> Invita i tuoi amici a leggere e commentare


Er dottore -

Pe’ divenna’ dottore
sappi che medicina devi da studia’
e ar sapiente Ippocrate devi anche da giura’
che farai de tutto per quarsiasi paziente sarva’.
Er dottore da Ippocrate è autorizzato sur paziente
a toccallo co’ le su’ veggenti mani
pe’ indaga’ comme un investigatore conclamato
su li dolori a li organi viventi
a grande quantità ner corpo umano presenti
che è senz’altro er loro motore conduttore.
Si invesce li pazienti c’avessero probblemi d’ossa rotte
perché quarcuno j’ha regalato un sacco de botte
er medico ortopedico j’assegna ‘na fasciatura
a ciascuno di diversa misura
e poi anche saggio su ‘gni arto malandato
j’a suggerisce un ber massaggio mirato.
Er dottore gioisce beato
si ‘gni su’ paziente je se dichiara migliorato
avenno utilizzato le su’ cure portentose
in quelle parti che c’aveva dolenti e fastidiose.
Er vero dottore deve da esse’
“Er più eccellente amico der paziente”
curandoje sia er corpo che la mente
perché po’ succede che er paziente
si potrebbe lascia anna’ tutto depresso
appena intuisce che nessuna cura pe’ lui è efficiente
e che nun tornerà a esse’ più ‘o stesso.

*** [Continua...]

Solo per amore di Mariarosa Lancini Costantini

 >> Invita i tuoi amici a leggere e commentare


Lettera alla madre “ritrovata” -

Franz Kafka scrisse la lettera al padre, il mio non ne ha bisogno, in un altro tempo ci bastava uno sguardo per sentirci complici di un dialogo che non è mai venuto meno, oggi è venuto il momento di deporre armi inutili e chiedere perdono a una madre: la mia. Mia madre rideva raramente, non ricordo molte tenerezze, solo mutismi e una certa indifferenza verso me che non riuscivo a capire, rincorrevo la sua attenzione preparando piatti che non mangiava, ero brava a scuola, lievitavano voti che lei non ha mai visto e mentre gli anni passavano mi accontentavo di sapere che c’era, a modo suo. Mamma, solo adesso ho capito, ora che sono diventata “grande” e la vita è stata generosa ma anche beffarda, adesso che ho trovato le lettere che scrivevi, quando giovane e innamorata sognavi un futuro felice con il tuo affascinante aviere, stregato dai tuoi occhi color di cielo. Tu non sei mai stata figlia, i nonni con la loro severità, ti avevano relegato nell’angolo più nascosto di una famiglia chiusa in ataviche regole; sei diventata madre senza che nessuno ti insegnasse ad esserlo, la tua “assenza” nella mia vita di ragazza e di donna, nascondeva l’incapacità di gesti amorevoli che anche tu non ha mai avuto, la tua indifferenza non era altro che la naturale difesa di chi ha paura delle proprie cedevolezze.Ci siamo perse molte cose, mamma, sarebbe bastata una parola, la tua o la mia, un abbraccio, una confidenza, solo incomprensioni e raramente un sentore di vicinanza che svaniva subito, appena ti accorgevi di aver dato qualche cosa in più. Sai ho messo i fogli azzurrini nelle buste datate 1944, ho preso una scatola rossa, sono li con tutte le tue foto e con le mie di quando ero piccola: non ci sei mai con me in braccio, tu e papà, io e le zie, la nonna, le tate, io e Fabrizio con le cuginette in colonia a Cervia e con papà che ci faceva giocare , e tu dov’eri mamma? A distanza di anni provo un dolore sordo qui nel petto e mi chiedo se, l’amore materno non debba essere più forte di ogni ostacolo, quali erano i tuoi? Certamente il lavoro che ti teneva fuori casa tutto il giorno, le preoccupazioni che facevi fatica a condividere, le amicizie esclusive che tenevi lontano dalla sfera familiare, compensandomi poi con rari gesti gratificanti. [Continua...]

Taci come il mare di Lerri Baldo

 >> Invita i tuoi amici a leggere e commentare


Onde

Lascerò che il caldo pomeriggio
annuvoli col bianco delle rocce all’orizzonte,
l’immagine di te
che si sfuma e confonde
con i respiri di questa distanza,
il colore dei tuoi occhi,
il segno incantevole delle tue labbra
nella foschia evanescente.
Sembra non possa muoversi altro
che qualche bava d’acqua su una linea lontana,
il volo dei gabbiani che accarezza
il tripudio della tua voluttà,
il riflesso statico delle barche a vela
centuplica il peso
delle nostre vite.
C’è come il senso di fare un torto all’infinito
a sognare questa calma
al di fuori della dolcezza del tuo corpo,
la pienezza dei tuoi fianchi,
un’onda che abbraccia l’altra
e scrive lettere intelligibili
sulla crosta del mare.
Tutto, qui,
ha un qualcosa di grande,
di non considerato.
La distesa del tuo volto,
con i capelli nel sole.
– Sei come una marina d’estate.

***

La mano fra i capelli

Il pomeriggio dei tuoi capelli castani
si spande dentro alla stanza,
la luce avvolge con il tuo profilo sereno,
i tuoi tratti si perdono
in un incanto di solitudine.
Diventi l’ora più languida
che questa mia vita conosca,
i tonfi sordi che segnano i minuti,
sopra il quadrante sbiancato
dell’orologio d’ estate.
Sul tuo viso
l’insicurezza che hanno le stagioni,
quando il cuore conta i battiti,
come gli anni di una donna.
Sei fragile quanto l’argilla del cortile
che segna il corso della pioggia,
il bianco delle tue braccia –
levigate come la pietra di marmo
delle statue barocche.
Lo sai,
mentre la dolcezza accompagna
il tuo corpo nell’aria,
che basta aggiungere un solo verso
al foglio abbandonato sul tavolino
per comporre la poesia più bella.
Passati una mano fra i capelli,
e l’avrai scritta tu.

*** [Continua...]

Elogio del blu di Armando Saveriano

 >> Invita i tuoi amici a leggere e commentare

Parigi, gennaio 1809 -

Erano le prime luci dell’alba e una carrozza percorreva a gran velocità le vie di Parigi. I passeggeri erano appena arrivati dall’Italia, dopo un lungo ed estenuante viaggio, ma i loro visi non denotavano stanchezza, bensì una grande emozione. Il duca Nicolas de Soissons rientrava per la prima volta in patria, dopo molti anni vissuti nei suoi possedimenti nel Granducato di Toscana, mentre per la nipote Charlotte, la capitale francese rappresentava una piacevole novità.
«Zio, siamo quasi arrivati?» Chiese la fanciulla con l’impazienza dei suoi quattordici anni e l’uomo si voltò a guardarla con le lacrime agli occhi. Rivedere la sua città natale, dopo tutto quel tempo, lo commuoveva profondamente. La sua voce era leggermente incrinata quando rispose: «Ormai non manca molto, tesoro. Siamo vicini a casa.»
La Maison de Soissons era stata fatta costruire dalla sua famiglia diversi anni prima ma egli era stato costretto ad abbandonarla durante la Rivoluzione, per fuggire all’estero con i suoi cari. Solo ora che le acque erano più tranquille e grazie all’intercessione di una sua vecchia conoscenza ne riprendeva, finalmente, il possesso. La carrozza si fermò davanti a un grande edificio, circondato da un incantevole giardino, ed un uomo zoppicante, che tuttavia mostrava una certa autorità, si avvicinò per accogliere i nuovi arrivati. Sceso dalla carrozza, il duca de Soissons, strinse la mano di quello che aveva l’aria di essere un caro amico.
«Vi ringrazio per tutto quello che avete fatto per me, Talleyrand.» Disse con gratitudine «Senza il vostro aiuto non sarei mai riuscito a rientrare in possesso della mia casa.»
Dopo la Rivoluzione, infatti, tutte le proprietà un tempo appartenute agli aristocratici erano state confiscate e dichiarate beni nazionali.
L’uomo zoppicante sorrise.
«Non è il caso che mi ringraziate, Nicolas.» Rispose gentilmente «L’ho fatto in nome dell’antica amicizia che mi lega alla vostra famiglia. Conoscevo bene vostro padre ed ho avuto il piacere di frequentare anche voi, prima della Rivoluzione.» [Continua...]

Vento d’Aspromonte di Giovanni Coglitore

 >> Invita i tuoi amici a leggere e commentare

I baroni di Casalnuovo (Cittanova) -

In questo ultimo lembo della penisola la natura è singolare, per il forte contrasto tra la montagna e il mare che la circonda quasi fosse un’isola.
L’Aspromonte fa parte del massiccio calabro peloritano ed è uno dei territori più antichi della penisola. La montagna è caratterizzata da forme addolcite, da altipiani e da vasti gradini che formano ampie distese pianeggianti sulle coste del monte, come immensi balconi affacciati sul mare. L’Aspromonte è fortemente inciso dalle fiumare: corsi d’acqua a regime torrentizio. Data la brevità del loro percorso e l’accentuata pendenza, esse hanno una notevole capacità di erosione. A monte la furia delle acque invernali, costrette a scorrere in gole anguste, ha creato profondi valloni, veri e propri canyon che racchiudono aree selvagge ancora integre.
In uno di quei costoni montani si ergeva maestoso con le sue poderose mura di cinta il casale dei baroni di Casalnuovo (Cittanova) che, aggrappato al declivio di una rupe rossastra, dominava l’intero feudo. I suoi abitanti: il barone Andrea, la moglie Donna Assunta, il baronetto Gerolamo e la giovane baronessina Geltrude. Il casale era poi popolato da molte famiglie della servitù che lo rendevano animato. Il feudo Casalnuovo confinava con nobili casate: a nord con il marchesato di Monteleone (Vibo Valentia), a sud-est con la contea di Gerace e a ovest con il marchesato di Palmi.
L’Aspromonte diventava bianco d’inverno: la neve si adagiava sulle sottostanti terrazze, come un grande mantello avvolgeva nella sua soffice coltre i borghi montani in un paesaggio da fiaba; mentre nel sottobosco estese faggete e abeti si alternavano, talora mescolandosi in un groviglio inestricabile. In autunno il mantello rosseggiante dei faggi divampava al tramonto come un incendio maestoso, in lontananza spiccava ancor più vivido il verde immobile dei pini.
Ai piedi del casale, il borgo di Casalnuovo si snodava tra viuzze e sentieri dove le case diradandosi lasciavano spaziare gli armenti, sotto l’occhio vigile del pastore. Le fatiche non mancavano, per soddisfare le esigenze dei nobili: si coltivavano giganteschi ulivi, grano, vigne e fichi; tutto per allietare la tavola e il cuore del barone.
Nel contadino, la faccia solcata e i lineamenti marcati contrastavano con gli occhi lucidi e brillanti di uno avvezzo sì, a piegarsi sotto il peso del tallone feudale, ma fiero nel proprio sguardo. Egli impotente guardava; gli occhi gli diventavano due fessure, sottili come la sibilante lama di un pugnale, mentre fissava il casermone in cui, nella sottostante pianura, facevano addestramento i soldati borbonici.
Le donne, a fianco dei loro uomini, lavoravano e allevavano i propri figli con lacrime e dolori, ma i pargoli erano gli unici, i soli che, come gattini al sole con i loro sorrisi spensierati, rallegrassero con le loro festose grida le case dei casalnovesi. [Continua...]

La nostra gioventù di Vittorio Casali

 >> Invita i tuoi amici a leggere e commentare

Gli anni del liceo -

Come ho detto, i costumi, i comportamenti, il modo di vivere di molte persone stava cambiando profondamente e rapidamente a quei tempi.
Durante il liceo, infatti, certi compagni di classe diventavano ogni giorno più indifferenti nei confronti degli altri, pensavano prevalentemente a se stessi, ai propri vantaggi come pure facevano i loro genitori.
Non tutti per fortuna!
La maggior parte dei miei compagni, avendo ricevuto la stessa nostra educazione, si comportava come noi e continuava a nutrire interesse ed affetto per gli altri.
Quando frequentavamo gli ultimi anni del liceo, alcuni studenti stranieri iniziarono pian piano ad iscriversi alla nostra scuola. Sorprendeva vedere come, solo dopo poco tempo, riuscivano ad inserirsi in determinati gruppi di studenti e, sebbene avessero un modo differente di pensare, cercavano di farsi ben volere ed apprezzare per le loro qualità.
Era arrivato da pochi giorni nella nostra classe il figlio di un diplomatico francese, un ragazzo sicuramente intelligente, che si comportava però come se non gli interessasse più di tanto utilizzare la sua intelligenza. Era, infatti, costantemente svogliato e poco partecipe a tutto ciò che lo circondava. Forse la causa, pensavamo, poteva essere attribuita al dispiacere della separazione dei genitori e alla lontananza dalla Francia. Questo studente viveva con la madre, anche lei francese, mentre suo padre continuava a viaggiare per il mondo e, solo rare volte, veniva a trovarli.
Lui era distinto, ben vestito e si vedeva che non gli mancava certamente il denaro, né una bella casa poiché abitava in un magnifico attico ai Parioli.
Credo che lui non fosse particolarmente interessato ai soldi e neppure ai lunghi viaggi fatti durante l’estate, ma che avrebbe preferito avere una famiglia unita e felice.
Non parlava mai della sua situazione familiare tuttavia si capiva, dallo scarso interesse per lo studio e dal profitto, che frequentava la scuola soltanto perché non poteva fare altrimenti. Con il passare dei giorni era diventato nostro amico oltre che compagno di classe. Alcune volte ci ha invitati nella sua casa come pure noi lo abbiamo ospitato nelle nostre.
Aveva fatto amicizia con una bella e graziosa ragazza inglese, la quale abitava nel suo stesso palazzo, anche lei figlia di genitori separati. Si frequentavano spesso e sembravano, di giorno in giorno, sempre più inseparabili.
Un pomeriggio, insieme alla sua amica, volle invitarci in un caratteristico locale francese dove si sentiva, a basso volume, della melodiosa musica con cantanti di madrelingua. Sebbene piccolo, quel locale riscosse il nostro interesse.
C’era un’atmosfera piacevole, un po’ romantica dovuta forse a quelle canzoni e alla presenza di simpatici tavoli apparecchiati con tovaglie a quadretti rossi e bianchi. La proprietaria del locale, sua conoscente, ci portò una buona birra fresca con alcuni appetitosi panini ripieni con ottimi formaggi e salumi provenienti dalla Francia. [Continua...]

Sulla frontiera della Vertojbica di Alberto Calavalle

 >> Invita i tuoi amici a leggere e commentare

Una sera sotto le stelle -

La cena era appena terminata. A quell’ora d’estate la fatica della mietitura piegava le forze di grandi e piccini, ma come avveniva alla fine di ogni giorno, il nonno non volle rinunciare alla recita del rosario.
Nei brevi intervalli tra le intonazioni della sua debole voce e il coro forte di risposte della famiglia patriarcale, la campana dell’Ave Maria giungeva come un’eco lontana tra le pareti antiche della cucina di Ca’ Guercinello e la luce del giorno che moriva, scendeva dall’abbaino in una penombra carica di raccoglimento.
Concluso il momento dello spirito seguì un’intesa sulle faccende del giorno dopo, quindi Luigi uscì di casa per mettere il paletto alla porta delle stalle. Affascinato dalla calma della notte, sedette sul ciglio della strada all’incrocio col sentiero dell’aia.
Un leggero vento di brezza saliva dalla valle di Santa Barbara a temperare il caldo di quella giornata; portava il profumo del fieno appena tagliato e del grano maturo. In un casolare della valle un lume acceso vegliava nel buio: qualcuno si attardava nella stalla o in cucina per qualche lavoro da completare. Un assiolo dalle campagne di Sant’Andrea in Serradocre rompeva con i suoi acuti la quiete della notte, un altro gli ripeteva il verso dai boschi lungo le pendici del Montesanto. Sotto un cielo di stelle sempre più fitte e luminose, si disegnavano leggeri e lontani i profili dei monti e nei campi di grano si accendevano, come per un magico riflesso migliaia di piccole lucciole.
Respirando profondamente Luigi si adagiò sull’erba soffice, provando al suo contatto una piacevole sensazione di freschezza. Mentre osservava il ciclo, la sua attenzione fu attratta da una stella, che sembrava brillare di una luce sempre più intensa.
Una sera d’inverno di molti anni prima, quando morì il bisnonno Giovanni, egli si aggirava smarrito per casa insieme alle sorelle e ai cugini. Si vedeva da lontano che lui e gli altri soffrivano per la scomparsa del bisnonno. Mancavano loro anche le storie che il vecchio si divertiva a raccontare la sera attorno al fuoco.
Allora la nonna, mentre raccoglieva il filo all’arcolaio , decise che qualcuno doveva riempire quel vuoto. Riunì i suoi sedici nipoti davanti al camino e raccontò loro la storia di una stella che accompagna ognuno di noi nella vita e che brilla di luce più intensa quando un’anima lascia questo mondo.
Quella sera dell’ estate del 1914, a molti anni di distanza da quel fatto, Luigi pensò che qualcuno era scomparso sulla terra e la sua stella si era accesa lassù. [Continua...]

Come la bellezza l’amore di Edda Ghilardi Vincenti

 >> Invita i tuoi amici a leggere e commentare

Dalla riva del lago -

Guardo dalla riva del lago
Il canneto illuminato
Dal sole al tramonto,
Le piccole case
Aggrappate alla roccia
E un vecchio maniero
Che dalla sommità del colle
Sorride con le sue finestre vuote
Alla serenità del paesaggio.

Come sei verde e tranquillo
Vecchio borgo lacustre,
Che pensieri di dolce serenità
Mi ispiri, pensieri
Come onde leggere,
Come voli di vento,
Come battiti d’ali…
Come vorrei vivere qui
Nel silenzio profumato della sera!

*** [Continua...]

Gloria di Margherita Boscolo Abate

 >> Invita i tuoi amici a leggere e commentare

La caffettiera borbottava sul fornello. Gloria allungò il braccio e spense il gas. Versò il caffè nelle tazzine, diede ancora un’occhiata in giro, sì, era tutto a posto. Dal corridoio, agli amici che l’aspettavano, disse con voce cantilenante: -Arrivo. Nel versare il caffè chiese:
- Hanno detto niente per gli esami?
- Non ancora – rispose il marito.
- Quest’anno, cara la mia signora, vedo in pericolo le sue vacanze – intervenne l’ingegner Rebuffi con tono leggero. Sembrava divertito.
- Lei, Ingegnere, se la ride perché non ha figli. A lei, il blocco degli esami non fa né caldo né freddo, lo sappiamo – concluse un po’ acre Gloria.
- Adesso fa la cattiva. Non è vero quello che lei dice. Seguo invece con molto interesse lo sviluppo di queste trattative e sono veramente dispiaciuto per i ragazzi.
Con questo tira e molla finiscono per piantare di studiare, ora che ne avrebbero più bisogno.
- Pensi Ingegnere – l’interruppe la signora Trentini – noi abbiamo prenotato l’albergo in montagna, e continuiamo a spostare la data… Fino a quando lo si possa fare, non lo so. Gigino deve dare gli esami e noi dobbiamo aspettare. Forse perderemo anche la caparra, è vero Gino? – disse rivolgendosi al marito.
- Io invidio l’Ingegnere. Solo, senza figli, va, viene, non deve rendere conto a nessuno. I professori fanno sciopero? E lui se ne frega.
- Questa sera ce l’avete con me – esplose l’ingegnere – speriamo che si mettano presto d’accordo, così mi lasciate in pace. Lei che ne dice, Dottore? – chiese rivolgendosi ad Alberto Mori.
- Caro Ingegnere, se andiamo avanti così, il Ministero della Pubblica Istruzione dovrà prendere qualche provvedimento, non può lasciare ancora tante famiglie in queste condizioni di disagio. Anche oggi sul giornale, la solita musica. I professori giudicano insufficienti le concessioni del Governo, e confermano il blocco degli scrutini e degli esami.
- Zitto, zitto Alberto – disse Gloria Mori – sentiamo se c’è qualche cosa di nuovo.
Tutti rimasero in ascolto. Lo speaker del telegiornale leggeva il comunicato sulle trattative in corso. I Sindacati non mollavano e lo sciopero dei professori continuava. Il Ministero della Pubblica Istruzione per ovviare al disagio di tante famiglie avrebbe preso dei provvedimenti.
Non aveva ancora finito di leggere che in sala cominciarono le discussioni. [Continua...]

Semi di senape di Angela Ambrosini

 >> Invita i tuoi amici a leggere e commentare

I segnali luminosi sopra i posti numerati si accesero evidenziando il divieto di fumo e l’obbligo di allacciarsi le cinture di sicurezza. L’impianto d’aria condizionata cominciò a emettere un lieve sibilo, presto inghiottito dal rombo crescente dei motori e dallo sferragliare delle ruote sulla pista. Dal finestrino poteva vedere solo le luci dell’aeroporto fibrillare a sciami geometrici in senso ora orizzontale ora verticale nel buio di quella notte inoltrata d’ottobre. Il ticchettio prodotto a intervalli dal chiudersi delle fibbie delle cinture di sicurezza accomunava i passeggeri di diverse lingue e nazionalità, rigidamente appoggiati allo schienale dei sedili. Aveva appena scambiato qualche breve parola con il suo compagno di viaggio, amico di vecchia data, e non solo collega di lavoro. Le innumerevoli trasferte intraprese insieme avevano consolidato ancor di più l’intesa professionale che li vedeva entrambi militare nella stessa testata giornalistica. Non uno screzio, non una divergenza; un’amicizia collaudata da dieci anni di frequentazione e dalle affinità di carattere.
L’hostess si avvicinò leggera per offrirgli il quotidiano fresco di stampa. Un rapido sguardo al suo articolo gli confermò l’efficace impatto del titolo e dell’occhiello. L’intuito critico, unito a una solida cultura e a quella che si chiama acquisizione del mestiere, aveva fatto di lui un analista politico di prestigio internazionale, stimato anche dai suoi avversari. Si soffermò pochi secondi sull’articolo di fondo del direttore e sulle notizie in prima pagina, rimandando come sempre, quando viaggiava in aereo, l’apertura del quotidiano a dopo il decollo, al momento in cui si sarebbe sentito più rilassato. Non era paura di volare, no, ormai si era assuefatto alla sensazione del volo, ma il decollo a volte gli procurava piccoli problemi di perdita d’equilibrio, di compressione ai timpani, di crampi allo stomaco. Ordinaria amministrazione, ma proprio per questo riservava la lettura del giornale alla successiva fase di benessere che sperimentava ad alta quota. Ripiegò quindi con cura il tabloid posandolo sulle ginocchia e, nel fare ciò, ebbe la percezione, guardando involontariamente con la coda dell’occhio, che il suo amico non occupasse più il proprio posto e che quindi il sedile accanto al suo fosse vuoto. Strano momento per andare alla toilette, pensò pigramente mentre chiudeva gli occhi in preda a un sonno improvviso, aspettando di sentire da un momento all’altro la rapida perdita di contatto delle ruote col terreno. Poteva sentire l’aereo rullare ancora sulla pista, simile a un uccello al quale avessero spezzato le ali. Poteva sentire la forza di gravità esercitare ancora per poco l’effetto calamità sulla sagoma metallica del velivolo. Entro una manciata di secondi avrebbe visto le segnalazioni luminose della pista allontanarsi contemporaneamente in formazione d’attacco verso chi sa quale missione. Se fosse stato giorno, avrebbe visto inclinarsi l’orizzonte sulla terra come il liquido sorseggiato da un bicchiere. [Continua...]

Là dove flautano i bambù di Rosanna Bertacchi

 >> Invita i tuoi amici a leggere e commentare

Ho gridato.
Ho gridato dai visceri
delle mie carni ferite.
Dai gangli più fondi e roventi
ove aggrumano radici
di madre.

E Tu…
che sei foresta e nido
sei mare e sei conchiglia
azzurrità che abbaglia
ala che veglia e che culla
Tu… che tutto ascolti
- il brusìo e il boato -
accoglienza hai dato
al mio pianto
nel tepore del tuo afflato.

S’è dissolta in un effluvio di tiglio
in un ciclo di virginale pudore
la mia notte affogata di nebbie.

Poi… travolgente sorpresa
il dono-donato di quell’aurora
/ bocca di brace – gola di drago
lingua vibrante in vampe di fuoco
magma ch’erompe qual fiato
dal caos
quasi… messaggio incandescente /
ad un palmo dal mio naso
e dagli occhi
da sentirne   – brivido / febbre -
l’ardore sotto la pelle.

~  ~  ~  ~  ~  ~ [Continua...]

Voglia di pace di Giuseppe D’Alberti

 >> Invita i tuoi amici a leggere e commentare

Lacrime -

Come velo trasparente
solcano visi intrepidi
che scossi da oscuri
o gioiosi sentimenti
trasmettono sensazioni
ed emozione di vita.

Silenziose fluttuano
come onde in oceani
e si fermano su rive e scogli
su volti di amanti.

Dolce è l’apparire
in piccole creature
che dal calore materno
hanno staccato.

Liberazione dell’anima siete
e calore immenso sprigionate
su ciò che più amate
lacrime, mie dolci
e amorose lacrime.

Marsala, 13 marzo 2007

*** [Continua...]

Gocce di tristezza di Sara Ciampi

 >> Invita i tuoi amici a leggere e commentare

Le stagioni della vita -

Il tiepido vento primaverile
dona a noi, creature viventi,
la più lieta e rigogliosa stagione
nunzia di attese, gioia e spensieratezza,
di soavi sogni e dolci amori.

O uomo, come sono alti i tuoi ideali,
il vigore, l’energia e il possente impeto
nell’affrontare dolori e avversità
che ti regala la torrida estate
col suo rovente e luminoso sole!

Ma l’ombroso e malinconico autunno
a quale decadenza condanna noi,
che prima di sprofondare nell’inverno
veniamo spesso tormentati e vinti
dal triste declino della vecchiaia?

Fortunato è colui che mai proverà
i patimenti, gli affanni e le atroci agonie
di quel tempo di rimpianti e nostalgie,
di quell’infame seconda giovinezza
così straziante, desolata e struggente,
infausta e cupa stagione senza
più chimere, aneliti e speranze,
mesto periodo dell’esistenza,
preludio del fatale e implacabile
abbraccio glaciale della morte.

*** [Continua...]

Il crepuscolo oltre la luce di Sara Ciampi

 >> Invita i tuoi amici a leggere e commentare

Il cigno -

È l’ora del tramonto.
Sono sola in questa campagna
e la mia mente si perde
nell’immensità d’un silenzio dimenticato.

Il sole si smarrisce a poco a poco
tra i cirri sfumati
tingendoli d’un pallido rosa.

Laggiù nel fiume un cigno
scivola leggiadro
fendendo l’acqua
e nuota libero e solitario,
nessuno può fermarlo.

Il candore dei suoi piumaggi
risalta ancor di più
sotto questi ultimi timidi raggi,
mentre mostra tutta la sua eleganza
col fiero collo bianco.

Adesso è vicino:
mi par di cogliere
nel suo incedere maestoso
una rassegnata tristezza.

E mentre lenta scende la sera
portando dietro di sé la calma,
quel cigno scivola sul fiume
e va avanti, non si ferma.

Anche tu, splendido cigno, sei infelice
proprio come gli uomini,
che spesso nascondono la malinconia
sotto il candido manto della parvenza.

Genova, maggio 1992

*** [Continua...]

Se fosse amore di Marisa Giaroli

 >> Invita i tuoi amici a leggere e commentare

Mia cara,
è una di quelle giornate nelle quali i ricordi diventano un coagulo di brandelli che fanno male, che fluttuano incontrollati nella mente e mi propongono l’urgenza di ricucire e superare le inquietudini che ancora turbano il mio sonno, e di affrontare il cammino senza dover usare gli artigli. E questo doloroso lavoro di rivisitazione di un passato che abita ancora il mio presente, lo dedico a te cara Alice, che in un freddo giorno di primavera sei entrata nella mia vita e ne hai preso l’affettività e, come una burattinaia, hai giocato con i miei sentimenti, a tuo piacimento. Ti ho amata anche se il giorno che te lo dissi mi guardasti incredula, col bicchiere di vino tra mani sospeso a mezz’aria. Ti ho amata e accanto a te ero riuscito a staccarmi da un passato che mi aveva invecchiato dentro, che mi aveva portato ad avere paura delle malattie, una paura che mi aveva impedito di vivere con entusiasmo la vita di ogni giorno. Avevo la consapevolezza di essere in un’età in cui non era possibile fare grandi progetti, programmare un futuro, ed avevo dimenticato che c’era un oggi sempre diverso che andava vissuto, assaporato nella sua totale concretezza quotidiana.
Mia cara, la tua presenza mi aveva sottratto ad un’esistenza limitata e portato a vivere in uno spazio aperto ove passione, desideri, progetti diventavano ancora possibili.
Ti ho amata e ciò spiega, almeno lo spero, perché abbia accettato di vivere la situazione che mi accingo ad analizzare, poiché ci sono degli aspetti della nostra storia che non sono ancora riuscito a capire, sui quali sento il bisogno di ritornare. A volte mi chiedo perché abbia accettato le tue mezze verità. Ma forse mi sto sbagliando, quelle degli amanti sono spesso verità bugiarde. Il pezzo di strada che abbiamo percorso è stato scandito da momenti di profonda gioia, ma anche da tanta sofferenza. Alcuni episodi, in particolare, hanno causato dolore sia a te che a me. Ripensarci non cambia la realtà del nostro vissuto; tuttavia penso che questa consapevolezza mi aiuti a comprendere meglio le debolezze mie e degli altri. Ho imparato ad apprezzare ogni momento della vita, a valutare la vita in se stessa e per se stessa.
Si dice che il tempo guarisca molte ferite e, senza che ne siamo consapevoli, riusciamo poi a rileggere gli avvenimenti con una logica diversa ed è in quel momento che la persona amata, per la quale abbiamo penato, ritorna ad essere una persona con le sue virtù e le sue debolezze. Io non rinnego nulla della mia esperienza, mi ritengo un uomo fortunato e penso a quanto la vita sia breve e come nella sua brevità ogni attimo vada vissuto fino in fondo perché irripetibile. [Continua...]

Dalla terra al cielo di Gian Claudio Vassarotto

 >> Invita i tuoi amici a leggere e commentare

Tra le rovine dell’egoismo -

Il sole che abbracciava
la terra del tuo cuore
oltre l’orizzonte è tramontato
e quattro passeri che non riescono
a volare nel nido del tempo
ti ha lasciato.

Non ci sono più sorrisi di stupore
le candide meraviglie dell’amore.
Nei giorni anneghi i sogni
in un oceano di fatica
tu lacrimi disperazione.

In una bieca amara patria
è cresciuta la tua pena:
mentre il misero l’implora,
il potente lo sotterra.
Tu, tra le rovine dell’egoismo,
raccogli poche briciole
che non sfamano i tuoi pargoli.

Canto di speranza sboccia
nei cuori dei miseri.
Alba d’amore sorgi
tra le buie notti della storia:
che tutti i figli possano cibarsi
dei saporiti frutti del pianeta.

*** [Continua...]

Schegge (Io e il mio tempo) di Edio Felice Schiavone

 >> Invita i tuoi amici a leggere e commentare

Al Fanciullo (Poeta nella poesia del mondo) -

Il sublime, l’istante.
Accoccolato, zitto zitto, un bimbo
sotto l’ombrello nel mezzo del prato
contempla, ascolta, stretto nel miracolo
dell’età – il ritmo liscio, verticale
della pioggia, il variabile
ticchettare istantaneo delle gocce,
e coi gessetti della mente segna
da provetto aritmetico
sulla lavagna grigia d’un mattino
il conteggio infinito
delle gocce che piovono,
delle nubi che passano,
delle ore che spariscono,
del Tempo che non c’è
che va, viene e non c’è.

*** [Continua...]

Ci sono parole di Emma Peliciardi

 >> Invita i tuoi amici a leggere e commentare

Ora -

Il sole che asciuga la rugiada nei prati
e addolcisce gli sguardi alla gente infelice
ora è tutto qui:
è entrato a bracciate in questa stanza
e con schiocchi di risa
e scalpiccio di passi in corsa,
ha fermato il correre del tempo
fino all’orizzonte dei sogni,
ieri e oggi, oggi e ieri
non appartengono al tempo
e m’inondano di gioia certa,
ma presto se la porterà via
la corsa del pulman
questa chiarezza luminosa
lasciando in queste stanze
fantasmi di capriole in bilico,
acuti di gioia innocente
e il suo eco mi resterà vicino
fino a notte, sicuramente.

*** [Continua...]

Fiocco di neve di Guerino Iaquinta

 >> Invita i tuoi amici a leggere e commentare

Fiocco di neve -

Fioccava, quella lontana sera del mese di gennaio. Sul selciato la neve aveva raggiunto l’altezza di circa dieci centimetri ed io avevo ventidue anni. Erano più o meno le dieci di sera mentre mi ritiravo dal circolo culturale che all’epoca fungeva anche da agenzia ideologica e unica risorsa per noi giovani del paese. La serata non era molto fredda, anzi il tempo s’era volto al scirocco: caratteristica naturale quando la neve prendeva il sopravvento e le strade si trasformavano in candidi tappeti di seta non ancora violati dall’incerto passo dell’uomo. Il paese dove sono nato, giace alle pendici della Sila, che conserva ancora alcune caratteristiche dell’antica dominazione Normanna.
Prima del secondo conflitto mondiale, in cima alla collina incombente verso il centro del paese, esisteva ancora un rudere risalente all’epoca di Federico II.
Ora, con l’evoluzione e il cosiddetto progresso, la collina è stata spianata, ed è stato realizzato un bellissimo nonché utile centro urbano dove si svolge una parte importante della vita sociale degli abitanti.
Contava circa ottomila anime, vi erano addirittura due Istituti bancari, nonché la cattedrale, fine XVII secolo, con l’annesso Seminario.
Il perimetro urbano, con l’andar del tempo si era sviluppato in tre diramazioni: dal lato est, aveva inizio la strada che conduceva a Camigliatello Bianchi (Sila); a sud est invece, la direttrice per il capoluogo di provincia; mentre a sud ovest la strada proseguiva verso lo Jonio, Corigliano e Rossano Calabro. [Continua...]