Lei mi chiamava Jimmy, il mio sesso si era finalmente rivelato durante l’ultima ecografia; da allora l’avevo spesso sentita ripetere frasi come: “Jimmy si muove, Jimmy scalcia, Jimmy dorme”.
In principio non sapevo chi di noi due fosse Jimmy, solo più lardi mi ero reso conto che non potevo che essere io, dal momento che mio fratello o meglio, quel piccolo fardello caldo che stava rannicchiato dietro le mie spalle non si era ancora fatto scoprire; nessuno, a parte me, sapeva della sua esistenza.
Era schivo e tranquillo, raramente l’avevo sentito muoversi e solo talvolta le sue mani piccole ed esili avevano toccato il mio corpo, sospinte da un movimento involontario.
II suo volto aveva lineamenti delicati: naso affilato, labbra sottili, mascella ovale, sopracciglia appena accennate.
Era quella la sedicesima settimana di vita in utero e dentro quel grembo il tepore era delizioso e lo spazio ancora abbastanza grande per raggomitolarsi o stirarsi a piacere, lasciandosi cullare, ora dal ritmo tranquillo del respiro sopra di noi, ora dal movimento impercettibile delle acque intorno a noi.
Proprio in quel tempo per la prima volta l’avevo visto aprire gli occhi, guardarmi, e non c’era stato bisogno di altro perché le nostre menti si erano immediatamente sintonizzate; i loro contenuti erano perfettamente e straordinariamente sovrapponibili, poiché l’archivio genetico che li raccoglieva, conservandone la memoria, era assolutamente identico così come il nostro sesso: eravamo due gemelli maschi, monozigoti ovvero figli dello stesso istante, con gli stessi geni, le stesse fisionomie, le stesse banche dati.
Avendo perciò un passato prossimo e remoto di cui polivamo condividere storie e vicende comuni, trascorrevamo le giornate a scambiarci racconti e immagini, che scorrevano dentro le nostre memorie come dentro la pellicola di un film. [Continua...]
Jimmy e Ji di Patrizia Gaslini
I mari della luna di Alba Venditti
Er dottore -
Pe’ divenna’ dottore
sappi che medicina devi da studia’
e ar sapiente Ippocrate devi anche da giura’
che farai de tutto per quarsiasi paziente sarva’.
Er dottore da Ippocrate è autorizzato sur paziente
a toccallo co’ le su’ veggenti mani
pe’ indaga’ comme un investigatore conclamato
su li dolori a li organi viventi
a grande quantità ner corpo umano presenti
che è senz’altro er loro motore conduttore.
Si invesce li pazienti c’avessero probblemi d’ossa rotte
perché quarcuno j’ha regalato un sacco de botte
er medico ortopedico j’assegna ‘na fasciatura
a ciascuno di diversa misura
e poi anche saggio su ‘gni arto malandato
j’a suggerisce un ber massaggio mirato.
Er dottore gioisce beato
si ‘gni su’ paziente je se dichiara migliorato
avenno utilizzato le su’ cure portentose
in quelle parti che c’aveva dolenti e fastidiose.
Er vero dottore deve da esse’
“Er più eccellente amico der paziente”
curandoje sia er corpo che la mente
perché po’ succede che er paziente
si potrebbe lascia anna’ tutto depresso
appena intuisce che nessuna cura pe’ lui è efficiente
e che nun tornerà a esse’ più ‘o stesso.
*** [Continua...]
Solo per amore di Mariarosa Lancini Costantini
Lettera alla madre “ritrovata” -
Franz Kafka scrisse la lettera al padre, il mio non ne ha bisogno, in un altro tempo ci bastava uno sguardo per sentirci complici di un dialogo che non è mai venuto meno, oggi è venuto il momento di deporre armi inutili e chiedere perdono a una madre: la mia. Mia madre rideva raramente, non ricordo molte tenerezze, solo mutismi e una certa indifferenza verso me che non riuscivo a capire, rincorrevo la sua attenzione preparando piatti che non mangiava, ero brava a scuola, lievitavano voti che lei non ha mai visto e mentre gli anni passavano mi accontentavo di sapere che c’era, a modo suo. Mamma, solo adesso ho capito, ora che sono diventata “grande” e la vita è stata generosa ma anche beffarda, adesso che ho trovato le lettere che scrivevi, quando giovane e innamorata sognavi un futuro felice con il tuo affascinante aviere, stregato dai tuoi occhi color di cielo. Tu non sei mai stata figlia, i nonni con la loro severità, ti avevano relegato nell’angolo più nascosto di una famiglia chiusa in ataviche regole; sei diventata madre senza che nessuno ti insegnasse ad esserlo, la tua “assenza” nella mia vita di ragazza e di donna, nascondeva l’incapacità di gesti amorevoli che anche tu non ha mai avuto, la tua indifferenza non era altro che la naturale difesa di chi ha paura delle proprie cedevolezze.Ci siamo perse molte cose, mamma, sarebbe bastata una parola, la tua o la mia, un abbraccio, una confidenza, solo incomprensioni e raramente un sentore di vicinanza che svaniva subito, appena ti accorgevi di aver dato qualche cosa in più. Sai ho messo i fogli azzurrini nelle buste datate 1944, ho preso una scatola rossa, sono li con tutte le tue foto e con le mie di quando ero piccola: non ci sei mai con me in braccio, tu e papà, io e le zie, la nonna, le tate, io e Fabrizio con le cuginette in colonia a Cervia e con papà che ci faceva giocare , e tu dov’eri mamma? A distanza di anni provo un dolore sordo qui nel petto e mi chiedo se, l’amore materno non debba essere più forte di ogni ostacolo, quali erano i tuoi? Certamente il lavoro che ti teneva fuori casa tutto il giorno, le preoccupazioni che facevi fatica a condividere, le amicizie esclusive che tenevi lontano dalla sfera familiare, compensandomi poi con rari gesti gratificanti. [Continua...]
Taci come il mare di Lerri Baldo
Onde
Lascerò che il caldo pomeriggio
annuvoli col bianco delle rocce all’orizzonte,
l’immagine di te
che si sfuma e confonde
con i respiri di questa distanza,
il colore dei tuoi occhi,
il segno incantevole delle tue labbra
nella foschia evanescente.
Sembra non possa muoversi altro
che qualche bava d’acqua su una linea lontana,
il volo dei gabbiani che accarezza
il tripudio della tua voluttà,
il riflesso statico delle barche a vela
centuplica il peso
delle nostre vite.
C’è come il senso di fare un torto all’infinito
a sognare questa calma
al di fuori della dolcezza del tuo corpo,
la pienezza dei tuoi fianchi,
un’onda che abbraccia l’altra
e scrive lettere intelligibili
sulla crosta del mare.
Tutto, qui,
ha un qualcosa di grande,
di non considerato.
La distesa del tuo volto,
con i capelli nel sole.
– Sei come una marina d’estate.
***
La mano fra i capelli
Il pomeriggio dei tuoi capelli castani
si spande dentro alla stanza,
la luce avvolge con il tuo profilo sereno,
i tuoi tratti si perdono
in un incanto di solitudine.
Diventi l’ora più languida
che questa mia vita conosca,
i tonfi sordi che segnano i minuti,
sopra il quadrante sbiancato
dell’orologio d’ estate.
Sul tuo viso
l’insicurezza che hanno le stagioni,
quando il cuore conta i battiti,
come gli anni di una donna.
Sei fragile quanto l’argilla del cortile
che segna il corso della pioggia,
il bianco delle tue braccia –
levigate come la pietra di marmo
delle statue barocche.
Lo sai,
mentre la dolcezza accompagna
il tuo corpo nell’aria,
che basta aggiungere un solo verso
al foglio abbandonato sul tavolino
per comporre la poesia più bella.
Passati una mano fra i capelli,
e l’avrai scritta tu.
*** [Continua...]
Fiera del Libro per l’Estate 2011
Ritorna la Fiera del Libro più innovativa del web!
Come abbiamo già detto in altre occasioni, la migliore promozione possibile di un libro è il libro stesso… Un libro è il migliore testimone e promotore di sé stesso. Quante più copie circolano di un libro tante più possibilità esistono che altri lettori decidano di leggerlo e, quindi, di acquistarlo.
Un libro non è fatto per restare in libreria o, peggio, nei magazzini di un distributore o di un editore. Un libro è fatto per essere letto, sfiorato e sfogliato dalle mani dei lettori. Un libro deve volare di lettore in lettore per propagare il suo messaggio, diffondere le sue emozioni, scuotere le coscienze.
Questa è la filosofia della Fiera del Libro per l’Estate, l’evento ideato ed organizzato dal Portale Manuale di Mari che, attraverso il web, permette di creare tra autore e lettore un rapporto diretto e personale. Con l’esposizione del libro nel Blog degli Autori, in pochi giorni, i libri arrivano nelle mani del lettore direttamente da quelle dell’autore. E quel libro che reca anche una dedica personale dell’autore, vale molto di più di ogni altra copia che è possibile acquistare in libreria. Non è più una copia qualsiasi. E’ una copia speciale per quel determinato lettore. Una estensione del rapporto emotivo che si stabilisce tra autore e lettore. Perché l’autore sa di donarlo a persona che lo leggerà. E il lettore sa che l’autore aspetta il suo giudizio. E sinceramente non crediamo che esista un rapporto più fecondo e stimolante di questo per chi ha creato l’opera e chi ne beneficia.
La Fiera del libro per l’estate riapre il suo sipario dal 20 giugno al 31 luglio 2011.
L’edizione di quest’anno è strettamente collegata al Premio Manuale di Mari 2011. Sarà l’autore di uno dei libri esposti durante la Fiera a vincere il primo premio assoluto in denaro di Euro 500,00. Importante, a tale proposito, anche il ruolo dei lettori. Infatti, tre titoli selezionati tra quelli che hanno partecipato all’evento ricevendo più commenti da parte dei lettori, saranno inseriti nella cinquina finale dei libri che potranno vincere il Premio. Tutte le informazioni sull’edizione 2011 nel nuovo sito della Fiera del Libro per l’Estate:
http://www.manualedimari.net/fieralibro
> Per leggere e commentare le anteprime dei libri esposti visita il primo stand on line:
FIERA DEL LIBRO PER L’ESTATE – STAND 1
***
Io sono Fabrizio di Anna Cattivelli
Capitolo I -
Squilla il telefonino: “Ciao ma’ … e come devo stare, aspetto, è ancora in sala operatoria … sì, si non ti preoccupare, Tizi e Sami sono con me, Marco sta a casa con la signora Maria … no, no, il padre non poteva, stai tranquilla poi ti faccio sapere”.
Fabrizio spegne il cellulare, sospira e si appoggia allo schienale della panca. Sta nell’ampio corridoio attiguo alla sala che porta nella stanza operatoria: un ambiente freddo e silenzioso, pareti bianche, panche colar avorio, nient’altro; unico conforto sono Tizi e Sami sedute accanto a lui.
C’è un lento via vai di medici e infermieri in camice bianco, altri in camice verde con la mascherina appesa al collo, immersi nei loro pensieri; deviano appena lo sguardo verso Fabrizio che ha abbandonato le braccia sulle gambe e ricambia con l’espressione spenta e gli occhi lucidi.
“Non guardarli tutti, lasciacene qualcuno”.
“Tizi, ma che guardo, è l’ultima cosa alla quale sto pensando in questo momento, figurati!”
“È una battuta dai, cerchiamo di mantenere la calma”.
“Lo so, lo so, ma non è facile, ho paura che non sia tutto passato, è stato un cancro, capisci, anche se in una parte del corpo facilmente asportabile, fa paura”.
“Fermati, non correre, sta andando tutto bene, ci diranno cosa fare, adesso è importante mostrarci sereni, allegri e fargli capire che possiamo cominciare a pensare ad altro”.
Sami lascia passare qualche secondo di silenzio, sembra perplessa, poi interviene con decisione: “Tizi ha ragione, non chiediamogli, quando si lamenta: che ti senti, che ti fa male, perché dal disagio potrebbe passare alla commiserazione e al pietismo.
Quando mio figlio Marco mi fa capire con le poche parole che riesce a dire la sua sofferenza, non lo coccolo, ma vado a prendere i suoi fogli, i pastelli, gli acquerelli e gli dico: hai le mani? Usale! Disegna, dipingi, pensa a chi non può farlo; in questo modo lui si calma, io lo accarezzo e mentre disegna bene, lo approvo”.
“Sì, ma tu rischi, te l’ho detto tante volte, ti ricordi quando durante quella crisi ti ha tirato un piatto che ho deviato al volo, per fortuna! Non puoi continuare a fare tutto da sola, ormai è cresciuto, è diventato forte”.
“Conosci bene la rabbia, vero Fabrizio?” Li interrompe Tizi.
“Ti riferisci a ciò che ti ho raccontato della mia infanzia? [Continua...]
Il naufrago del bosco di Gabriella Tabbò
È un naufrago atipico, quest’uomo che si ritrova solo, nel bosco impervio dell’Appennino; doppiamente solo perché ha perso anche il contatto con la sua identità per un trauma durante un’escursione, che lo ha privato della memoria. Qualcosa, dentro di lui, gli dice di tenersi lontano dal mondo civile finché non l’avrà ritrovata. Nella sua mente risuona un mantra ossessivo: “ Sono in fuga, sono in fuga …” Ma da che cosa? Da un evento, da una colpa, da se stesso? Inizia così l’avventura del “Naufrago del bosco “ che lo porterà attraverso il contatto con una natura difficile ma generosa, alla scoperta di una verità nascosta e ad una profonda maturazione personale.
La trama si snoda veloce, catturando l’attenzione come un poliziesco, conquistando il cuore come in un romanzo d’amore, interessando l’intelletto come un trattato di psicologia, alimentando la curiosità come in un testo scientifico, per quanto riguarda la conoscenza della botanica e l’uso delle erbe medicinali a cui il“ sopravvissuto” ricorre. Il tema di fondo è l’amore per la natura, che l’autrice esprime felicemente anche nei suoi quadri. Ne abbiamo uno splendido saggio nell’acquerello di copertina. Il racconto è accompagnato da una “ colonna sonora” : sono le poesie “ di nonna Irina” che, inserite nella storia con un sapiente artificio letterario, potrebbero da sole costituire un’opera deliziosa.
***
da pag 61-62
(…) Sempre d’altronde la natura consolava e rinfrancava l’uomo che aveva perso la memoria e che riteneva (poiché aveva bisogno di possedere almeno un nome!) di chiamarsi Riccardo. Un giorno, scollinando sopra un costolone, si fermò a guardare il paesaggio che si stendeva, verde e immenso, e fu investito da un colpo di vento nato all’improvviso. Allora piantò più saldamente le gambe a terra, socchiuse gli occhi verso il sole e si lasciò invadere da una sensazione panica straordinaria. Gli pareva che dalle dita dei piedi gli fossero spuntate radici che lo ancoravano al terreno, mentre il corpo fluttuava libero nel vento, piegandosi dolcemente come un tronco flessibile, assecondando l’aria che lo permeava tutto e anche le braccia ondeggiavano come rami, mentre dalla punta delle dita spuntavano teneri boccioli e gemme. Eccolo: era un essere animato ma indefinito, una parte stessa della natura, carne e sangue, certo ma anche linfa e corteccia e, perché no, una pietra scistosa, fragile e attaccabile dal vento. Era pure nube vagabonda, e acqua filtrante, sinuosa, sfuggente, e aria e luce, tanta luce che accendeva ovunque un’orgia di colori, una gamma infinita, molto più di quanto l’occhio umano potesse percepirne. Ed era anche tutti i rumori, i fruscii, gli schiocchi, gli ululati,i gemiti di rami cigolanti, ed era odore di fieno e umidori marcescenti di vegetazione in disfacimento, profumo acuto di menta, di elicrisio, di verbena. Tutto era in lui e lui era in tutto, in ogni cosa, uomo fatto vegetale e minerale ed essenza eterea e liquida, per il miracolo pagano e divino insieme che prorompe dalla madre terra solamente per chi ne diventa degno a forza di ostinato amore.
*** [Continua...]
1860. Improvvisamente l’Italia di Maso Biggero
Dall’Incipit
(autunno 1859 – autunno 1860) -
La mattina del 6 ottobre 1759 Carlo di Barbone, re di Napoli e della Sicilia (ma dal 10 agosto re di Spagna) convocò Federico Fusco, fidato cameriere arrivato a palazzo reale dalle non lontane terre di Caserta e gli ordinò di portargli Domenico, “el niño.” Domenico era l’unico figlio di Federico, che sua Maestà aveva voluto tenere a battesimo e ora considerava come di famiglia. Il domestico si precipitò nel suo alloggio, fece indossare al bambino un abito conveniente e, poco dopo, riapparve nello studio del Sovrano.
Carlo sorrise al piccolo, lo prese in braccio e si avvicinò a una finestra che dava sul porto. Alla fonda c’erano molti velieri. Indicando il più grande gli disse: “La vedi quella bella nave? Ti piacerebbe farci un viaggio lungo lungo?”
Poi si rivolse al fedele servitore: “Preparati, vi porto con me a Madrid” gli disse e, deponendo a terra il bimbo, concluse: “Faremo di questo niño un vero ufficiale spagnolo”.
La scena di Domenico in braccio a Carlo, che gli indicava le navi alla fonda nel porto di Napoli e le parole del sovrano, da quel momento entrarono a far parte della storia della famiglia Fusco; vennero tramandate di padre in figlio e, per i discendenti di Federico, costituirono cemento di incrollabile fedeltà alla dinastia borbonica.
Fu così che il cameriere di Sua Maestà andò a Madrid al seguito di Carlo e il bambino venne istruito da insegnanti spagnoli, dimenticò il dialetto napoletano, imparando a esprimersi nella lingua di Cervantes, frequentò la scuola del genio militare e divenne brillante ufficiale ed esperto ingegnere idraulico.
Carlo era molto affezionato al giovane Fusco che lo ricambiava in affetto e fedeltà. Per questo decise di mandarlo a Cartagena a seguire da vicino gli imponenti lavori militari e civili che stavano ammodernando non solo la piazzaforte navale ma l’intero territorio di Murcia: strade di collegamento tra le varie città, edifici pubblici e privati, ma soprattutto il sistema idrico (laghi artificiali, acquedotti, canalizzazioni), per assicurare a quelle aride piaghe l’acqua necessaria al loro sviluppo.
Dopo un paio di anni, Domenico, intanto, diventato maggiore, sposò Carmen, unica erede dei conti di Tormalina, antica famiglia di Murcia con sangue arabo nelle vene e i cui possedimenti erano tra i più estesi della regione ed ebbe un figlio battezzato Carlo, in onore del sovrano. [Continua...]
Domande tra porto e mare di Alessandra Maltoni
Windtour la motonave -
Dovete sapere che giorni prima, per esattezza sabato, zia e nipote si erano già recati al porto-canale per partecipare alla stessa gita in barca con destinazione Comacchio e pranzo a base di pesce a bordo.
Quando arrivarono la gente stava scendendo sconsolata dalla imbarcazione e il capitano dietro diceva: «Signori, sono dispiaciuto ma il mare è mosso, tira aria di burrasca, la gita è rinviata a dopodomani, tempo permettendo … »
Carlo incredulo era salito sul pontile della Windtour, una bella barchetta a due piani. Lui aveva già programmato di sedersi al piano superiore, voleva godersi il paesaggio e scrutare il mare nei minimi particolari. Car stava pensando che non potevano rimandare il viaggio in mare, lui era prontissimo per partire.
Il bambino fu distratto da un cane nocciola con due occhietti neri, dolci che faceva finta di dormicchiare ma in realtà controllava tutti i passeggeri. Era il segugio del capitano, suo fedelissimo collaboratore e considerato un esperto lupo di mare da tutti gli abitanti del porto.
Car lo guardò, poi disse:
«Buono, sono un amico, devo entrare dentro la barca.»
Il cane chiuse gli occhi e nipote e zia entrarono in coperta.
Era tutto molto in ordine e spiccavano cartelli con scritto “Sorbetto, panino… ecc ecc…”
Car aveva già l’acquolina in bocca. Una signora dai capelli neri con modi gentilissimi li accolse e comunicò che sarebbero usciti in mare solo due giorni dopo. Zia prenotò e rassicurò il nipotino che era solo una questione di ore, ma sarebbero partiti.
E adesso era il giorno fatidico, erano arrivati tardi e la barca affollatissima di turisti era salpata senza di loro.
Car era nero dalla rabbia, le sue guance erano gonfie e lo sguardo truce era coperto dai suoi occhiali da sole firmati Batman. [Continua...]
Sogni tra i fiori di Mariagrazia Buonauro
Napoli, cinque anni prima.
C’era brutto tempo quella mattina. Il cielo cosparso da una nuvolaglia grigia s’inabissava, con una cappa livida, sulla città. La pioggia cadeva obliqua e violenta sui vetri tremanti delle finestre; tamburellava rabbiosamente sulla ghiaia del vialetto con un acciottolio stridente. La ringhiera del balcone e i telai delle finestre, verniciati da gocce, erano fili lucenti.
Seguivo la scia dei ricordi che riemergeva dal fondo del cuore. La storia con Antonio si srotolava, un po’ sfocata, dal cassetto della mente come la lunga sequenza di un film. Il nostro amore nato sui banchi di scuola era giunto alla fine.
Lui aveva sfondato il limite della mia sopportazione. Non era rimasto in me neppure un filo di speranza che mi avrebbe consentito di rimanergli accanto. Non accettavo più di essere “ l’altra”, l’amante trasgressiva. Il mio amor proprio ne usciva a pezzi. Dovevo dare un taglio a quella relazione; ci avevo sbattuto il naso contro per troppo tempo. Ne andava della mia vita.
Gli telefonai quella mattina, chiedendo di incontrarlo.
«Dove ci vediamo?» mi chiese.
«In quel bar del centro.»
«Okay.»
L’avrei lasciato. Ne ero sicura. Le parole di mia madre mi risuonarono in testa:
“Quel tipo non mi piace, è un nullafacente e ti spezzerà il cuore. Questa storia sarà una batosta per te.” Io le tenevo banco: “Tu vuoi che frequenti solo laureati e figli di papà? Lo amo e me lo prendo.” incalzavo acida e spavalda.
“ Perché te ne sei incapricciata? Non è giusto per te. Siete troppo diversi, non avete interessi comuni e poi … il mondo è zeppo di uomini.”
[Continua...]
Il felice giogo delle trecce di Paolo Ottaviani
Da Treccie sabine -
Treccia degli specchi nei fiumi e nei cieli
- II -
Seduto sulla riva, nel silenzio dell’acqua
che scorre vana e scorre, come assorto nell’acqua
l’uomoperla lambiva diroccata una torre
luminosa di nuvole nel fluir delle nuvole,
tra onde e gorghi rincorre lo sciamare verdastro
del cielo, pescatori curvi intenti a quel nastro
d’acqua e nembi, rincorre la fuga dei castori
che salpano sui rami, sui fluviatili rami…
Ma in quale riflesso
d’acqua, in quale cielo?
Quale chiaro amplesso
oltre specchio e velo?
Da quale incrinatura soffia compatto il vuoto
che tutti ci divide con affannato moto?
Perché scema a orlatura la luce che recide
l’oro e l’ombra del piano danzando insieme al grano?
Dove si fende l’aria dentro il concorde azzurro
per frantumare il mondo con un cenno o un sussurro?
La forma statutaria del gran cogitabondo
universo vivente va nel soffio del niente?
S’inerpica vita
tra specchi e riflessi
buia s’infinita
fulgendo in recessi.
*** [Continua...]
L’ultima fuga di Daniela Quieti
I -
A chi importa
il mio passato
sono nata all’alba
e il crepuscolo
già si avvicina.
Ma chi dice
che devo capire
tutto in un istante
che racconta
indovinelli
e parole
sconosciute.
Sento ancora
cantare
il mio fiume
sostiene la vela
il vento forte
e l’albero gigante
ha radici di linfa.
Il tempo
è un luogo
inesplorato
sul bordo aperto
del cielo.
*** [Continua...]
Burrasche e Brezze di Ester Cecere
Evasione -
Lucertola sarei
per scivolare svelta
fra le maglie della vita
e negli ombrosi anfratti
ripararmi.
E da lì spiare
lo scorrere del tempo
e l’affannarsi delle cose
e quando più caldo è il sole
uscire sulla rovente sabbia.
***
In chiesa
Arido l’asfalto
le energie risucchia.
Vago e attonito si perde
nell’aria calda lo sguardo.
Grigia s’alza la chiesa,
ultimo miraggio
ad occhi troppo stanchi.
Nella sfumata penombra
possente s’erge il dolore.
Perché non parli, Signore?
O forse son io
che più non t’ascolto?
*** [Continua...]
Giochi di luce e d’ombra di Lidia Colla
Il tempo -
Scivola lungo il fiume,
nella nebbia,
l’iridato silenzio dei germani.
E il tempo.
Guizzando fugge
su pattini d’argento
***
Ti ho fatto, figlio
Ti ho fatto, figlio,tenero
come ali di colomba.
Ti ho parlato dell’uomo.
Ti ho parlato di un mondo giusto,
o che tale poteva diventare.
Ti ho parlato, figlio,
di libertà e di amore.
E invece
dovevo metterti artigli
e un becco aguzzo.
Dovevo farti uno stomaco di struzzo,
per digerire i sassi da ingoiare…
Mostrarti le tortuosità dei sentieri,
dirti che non tutti, al mondo,
sono uomini veri.
E io…ti ho indicato le stelle.
*** [Continua...]
I promessi conviventi di Roberto Bianchi
Su quel ramo del lago di Como rivolto a sud, che tra golfi e seni scivola verso Lecco, ancora all’inizio del secondo millennio continuavano ad abitare ricchi e persone importanti. Era dall’epoca degli antichi Romani, che vicino alle acque lacustri più profonde d’Italia, avevano dimora le doviziose abitazioni dei patrizi, dei nobili e dei signoroni.
Le belle montagne si specchiavano sulla superficie risplendente. Ormai Como era diventata città attivissima e industriale ma presso il bacino, vicino al Resegone e al Sasso di San Martino, tutto era come un tempo, solo che adesso, anziché i gentilizi o gli aristocratici del medioevo, vivevano star del cinema, registi e divi, che avevano con i loro patrimoni acquistato le antiche ville.
Sul far della sera, procedeva consultando l’ultimo numero della enciclopedia venduta in edicola, riferita a come trovare scampo tra le difficoltà dell’era moderna, il tentennante don Gongolondio. Era uomo sempre indeciso, per mestiere affittava case e continuamente non aveva idea di come raccapezzarsi e muoversi. Aveva timore di
tutto e paura di ogni cosa. Per sentirsi un po’ meno insicuro si era fatto impiantare nuovi capelli, a rimediare la piazza calva che una volta gli coronava il capo e intanto che il rosso intenso dell’occaso tingeva di soavi colori il lago, lui era intento a camminare lentamente con il suddetto numero della enciclopedia a dispense in mano.
Era piuttosto grasso don Gongolondio, solo nel cibo trovava rifugio. I suoi
occhi scorrevano lestamente le paginette della dispensa, sormontati da due foltissime sopracciglia.
Turisti e abitanti a quell’ora andavano sulle acque in kajak, compivano trekking o facevano altri sport, in quel paesaggio da sogno, tra storia passata e tempo presente, presso le eleganti coste del Lario, con la sua caratteristica forma di ipsilon rovesciata.
“Ho udito un rumore!” commentò don Gongolondio come al solito tremante.
Improvvisamente giunsero scendendo dai ripidi colli due bravetti in Mountain Bike. [Continua...]
Croste di Gianna Maria Campanella
OLTRE -
Abbagliata dal sole,
calpestata da vento:
il tempo un buco nero,
la vita un giardino chiuso
dove nulla turba
l’immota quiete.
Impulsi a lungo assopiti
svelano spazi nuovi.
Si frantuma la pienezza del tempo
in mille vuoti da costruire;
ali di speranze battono
oltre il muro di confine…
E non importa del dio che s’adira.
*** [Continua...]
Percorsi d’anima e la Fuga di Bach di Lidia Viviani
LA FRANCIA IN FAMIGLIA -
Scalata fra i gigli di Francia,
diretta per la Vie en Rose.
Passato di accordi d’accordo
con canti di bimbi e di anziani
si lega alle note – ricordo.
Passato che voglio evocare
bevendo un ghiacciato Pernod,
avvolta nel manto mio blu.
***
STELLE DI GELSOMINO
Gelsomini
ghirlande al tuo balcone
ti attendono
al mutar delle stagioni.
Bianche stelle
ricordano il tuo cuore
riflesso puro
del divin bagliore.
***
PIETRO PESCATORE
Pietro pescatore
traghettava su barca di sole
e vide una donna
dal freddo smarrita,
in una mantella bianca:
era la sua Anita.
Un abbraccio
e il suo calore
fu di margherita.
***
Dal libro Percorsi d’anima e la Fuga di Bach di Lidia Viviani
Stelle lucenti di Luigi Palma
I CINQUE SENSI DELLA MONTAGNA -
Tesoro inestimabile,
longevo spettacolo
con scoscesi sentieri,
dimora della tranquillità.
I sassi odorosi
di vecchio muschio,
si fondono con i fiori
emananti gioiose fragranze.
Gli allegri cinguettii
formano una polifonia,
accompagnata dal fruscio di foglie
e lo scorrere dei ruscelli.
Il gusto naturale
d’ogni sapore selvatico
caratterizza il paesaggio,
riempiendolo di genuinità.
La vetta domina,
le intrise selve
ricche d’infinite bellezze
ed ammira la valle.
La ruvida roccia
è inumidita da gocce di rugiada
pendenti dalla felce,
illuminata dal sole lucente.
Luglio 2009
***
MARE D’AUTUNNO
O dolce fragor,
sentir cullare il cuor,
con tenacia e amor.
Ormeggiano le barche,
del molo antico,
sentir un vocio amico.
Le onde sbattono impazzite,
come ballerine alla lampara.
Schiuma bianca,
mai si stanca
di schiantarsi
contro le rocce
levigate dal mare.
Ottobre 2004
(8 anni)
***
PER LEI
Mi basta la tua voce
sentir il tuo dolce respiro
il tuo canto soave
e capisco il significato
della parola “Amore”.
Quando ti abbraccio
vengo avvolto da un leggero tepore
e sento il tuo cuore
battere, battere, incessantemente.
I tuoi occhi, il tuo sguardo,
delicato come una goccia di rugiada,
deciso come la tua speranza,
forte come le radici di una quercia,
puro come la sincerità;
fa pensare alla vitalità
che scorre in tè.
Gennaio 2009
***
Dal libro Stelle lucenti di Luigi Palma
Le avventure di una Kitty addicted di Eliselle
“Mater, che significa?”
Mamma si gira a guardarmi ma non dice niente.
Alice molla incazzata il piatto sul tavolo, si infila nel corridoio, indossa la giacca ed esce al volo senza degnare nessuno di un saluto o di informare sulla sua destinazione, come ogni brava adolescente ribelle che reagisce con tutta la rabbia che ha dentro alle discussioni in famiglia. Cos’è, si crede la sorellina bruciata di James Dean adesso? Si procede di bene in meglio, in questa casa.
“Be’?! La lasci andare così?”
“Ha bisogno del suo spazio.”
Questa è buona.
Se mi fossi azzardata io a comportarmi così quando avevo la sua età, non solo mia madre mi sarebbe corsa dietro con la scopa, ma mi avrebbe tenuto in punizione per minimo un mese, segregata nella mia camera come una reietta, senza telefono e senza tv. Quant’è ingiusta la vita.
Mi è ufficialmente passata la fame e la voglia di fare altre domande.
Sono sconvolta. Ero pronta a tutto, ma non mi aveva mai sfiorato l’idea di poter assistere un giorno a una discussione tra i miei genitori come quella di cui sono stata testimone stasera. Papà non ha nemmeno tentato di controbattere e in un certo senso lo capisco: anche io reagisco così contro gli attacchi isterici materni, più per evitare rogne che altro in attesa che passino e si possa ragionare con più calma. Questa volta però mamma sembrava motivata. Fin troppo motivata.
È possibile che uno come papà possa nascondere qualcosa? Una relazione, poi?
No, non ci credo, se n’è andato solo per evitare scenate davanti a noi. Siamo pur sempre le sue bambine, so quanto ci tiene alla nostra tranquillità. L’ha fatto per questo, ne sono certa.
Comunque, meglio sloggiare di qui e tornare in un momento migliore. Ora non è proprio aria.
Vado in bagno per sciacquarmi la faccia e riprendermi dal terremoto e passo davanti alla mia vecchia camera da letto. Alice ci si è trasferita quando me ne sono andata via. Non vedeva l’ora e appena ha avuto l’occasione se n’è appropriata. Incredibile che abbia lasciato la porta aperta, di solito la tiene chiusa come se dovesse custodire chissà quali segreti.
La curiosità improvvisa che mi assale è troppo forte.
Mi fermo, accendo la luce, do un’occhiata dentro e stento a riconoscerla. È un vero porcile.
Letto ancora disfatto, due poster dei Tokyo Hotel alle pareti, scarpe e vestiti sparsi dappertutto, libri impilati sulla scrivania, messi a casaccio tra cosmetici e smalti scuri, zaino buttato sotto la sedia, anta dell’armadio socchiusa con un vestito completamente nero appeso, ancora con l’etichetta attaccata. Lontani i tempi dei Take That prima maniera e delle sane regole di convivenza civile. Del mio rifugio non è rimasto niente, nemmeno l’ordine. Inutile dire che mamma ha cambiato visione della vita anche su questo. [Continua...]
Hola Pelacodes di Claudio Roncaccioli
Un respiro profondo per annusare intensamente l’aria; non importa se sa di smog, di cibi o bevande calde takeway, o è solo l’alone puzzolente della sigaretta senza filtro di un passante. Per me Londra è l’inebriante profumo della libertà che ti prende solo per il fatto di trovarti nel cuore di una metropoli immensa, senza confini precisi, dove nessuno ti conosce e nessuno conosci; la consapevolezza del tempo che non c’è, di giorni che perdono il loro nome che si trasforma in droga per la vita.
Ma attenzione: i bagni degli hotel sono, tutti, privi di bidet e, per un italiano non abituato a viaggiare il mondo, la prima volta è un dramma, perché te ne accorgi solo dopo averla fatta (perdonate la franchezza). Ed è il panico: ti metti a girare mezzo nudo(a), prima in bagno e poi in camera, con un paio di fogli di carta igienica appiccicati nel mezzo dei glutei, alla disperata ricerca del bidet che non c’è. L’istinto è quello di chiamare la reception e chiedere spiegazioni.
- Fratello devi scegliere: o ti fai una doccia come si deve, e ti sputtani almeno mezz’ora del tuo preziosissimo tempo rischiando di arrivare tardi al museo; oppure ti rassegni a tenerti le croste sul culo. E’ lo stile british. Ma stai tranquillo: al museo troverai sicuramente una colonna in cui, con discrezione senza che nessuno ti veda, tranne il corpo di guardia che vigila con l’ausilio di telecamere in ogni angolo, potrai ristorare l’insopportabile prurito. All’uscita il guardiano ti sorriderà: trattieni il tuo istinto italico di sputargli in un occhio e saluta gentilmente.
Gli alberghi di categoria inferiore, meno lussuosi ma egualmente dignitosi, hanno l’apertura della finestra della camera a scorrimento verticale. Un vero flagello per il turista curioso che rischia una botta da orbi non appena si affaccia per scrutare oltre il davanzale. Il serramento, proprio in quell’istante, per un diabolico sortilegio, si chiuderà improvvisamente impattando il cranio del malcapitato. Avete presente i cartoni animati: stessa scena! [Continua...]






















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