«Non ce la farete mai, e io ho bisogno di voi, Altezza! Devo ancora imparare molte cose da voi!» disse Lashira.
Ma Chandra era decisa, doveva salvare il suo regno, il Regno di Sensenia, e doveva recuperare le nove perle delle Terre Sconosciute, varcando l’enorme cancello che portava alla Foresta della Discordia. Tutto sembrava semplice a dirsi, ma era assai più complicato, perché le Terre Sconosciute erano abitate dai Draghi Neri, i più pericolosi e feroci. In molti dicevano che chi varcava il cancello non tornasse più perché veniva divorato vivo o incenerito.
«Vostra Maestà, vi prego!» ripeté più forte Lashira, ma ormai Chandra era pronta: sarebbe partita la sera stessa. Non sembrava preoccupata, anzi, era più che felice di partire, perché a lei la vita a palazzo e le troppe attenzioni, i pettegolezzi e i vestiti femminili non erano mai piaciuti.
Passò per i lunghi corridoi, fiera di ciò che stava facendo. Giunse alla sua camera, aprì l’armadio e ne estrasse delle brache, una camicia e un corpetto. Li indossò e si sentì una nuova persona, cambiata, e tutto quello era successo in un breve istante. Prima di uscire si guardò allo specchio e notò che i suoi diciassette anni erano rimasti intatti anche con quell’abbigliamento meschino, poco regale. Era sempre la stessa: capelli color bronzo, occhi di ghiaccio e labbra sensuali che attraevano ogni giorno molti principi e molti sudditi. [Continua...]
Chandra di Gaia Zuccolotto
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La morte muove e perde in 7 mosse di Mario Corte
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Il grande vetro senza uscita -
Un insetto volante entra da una portafinestra aperta. Dopo un volo di qualche decina di centimetri si posa sul vetro, chiuso, di una finestra vicina. Da quel vetro entra una gran luce, ma non c’è uscita. L’insetto volante, percependo quella luce, insiste a percorrere il vetro in tutte le direzioni per raggiungerla, ma non ci riesce. La via d’uscita è vicina: è la portafinestra, che è aperta. Ma il vetro della finestra chiusa è molto più grande. Ricorda lo spazio aperto. L’insetto volante è convinto che, se lo percorrerà tutto, prima o poi raggiungerà la luce. Estenuato da quella ricerca inutile, si ferma. Si riposa. Sembra sospettare qualcosa. Poi ricomincia a percorrere il grosso vetro in cerca della luce. Se c’è luce, c’è aria aperta, pensa. Tenta persino di scavare il vetro. Prima credeva che fosse fatto d’aria, ora sa che è un’aria più dura di quella che lui conosce. È di nuovo estenuato. Comincia ad adattarsi all’idea della morte. Nel suo mondo è successo qualcosa di imprevisto e di fatale, voluto da un dio capriccioso che si diverte a strappare alla natura i suoi figli e a sequestrarli in un incubo dove la luce non è più raggiungibile, per quanti sforzi si facciano. L’insetto volante accetta il suo destino. [Continua...]
Le peonie di mia madre di Andreina Chiari Branchi
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Angelica era in cucina. Aveva pregato Marianna di non far entrare nessuno mentre preparava la torta … la “sua” “torta Della Torre” o per lo meno così conosciuta; preparata sulla base di un’antica ricetta tramandata di madre in figlia e mai svelata a quanti non fossero della famiglia.
Angelica aveva già disposto tutti quanti gli ingredienti sulla tavola, avrebbe provveduto a impastarli in un preciso ordine: prima la farina, poi il burro fuso, lo zucchero … ma proprio in quell’istante udì come un fulmine a ciel sereno la voce di Viola.
«No» pensò nella sua testa «Proprio adesso: che rompipalle!».
Viola entrò nella cucina come una furia: «Scusami, scusami, scusami ancora ma … ma volevo dirti che io e Giuseppe non potremo venire questo pomeriggio: abbiamo litigato come pazzi stanotte e stamattina lui se ne è andato! Capisci? Ha fatto la valigia ed è andato via! Vuole il divorzio!».
«Come dici?» fece Angelica con espressione stralunata rivolta all’amica.
«Sì, hai capito bene. Giuseppe mi ha lasciata e stavolta, credo proprio per sempre! Ma certo lui vuole la classica mogliettina tutta casa e famiglia. Vuole una donna che la sera lo aspetti a casa con un bel pranzettino pronto sulla tavola! Vuole dei figli, vuole una donna che passi la giornata nella contemplazione estatica della porta di casa aspettando che si apra la sera e le consenta di avere la visione del caro maritino che torna a casa dopo la giornata di lavoro … vuole la casalinga intenta a lustrare e rilustrare il pavimento e gli argenti sul tavolino del salotto… ma certo: a lui che gliene frega dei miei anni di studio sui libri di giurisprudenza … già! Studi che nessun paparino benevolo mi ha finanziato … ho fatto i salti mortali per pagarmi le rette della facoltà: sai che belle quelle serate al ristorante a servire ai tavoli oppure le mie estati in gelateria sino all’una di notte e poi rientro a casa e via tutta la notte sui codici di procedura penale e civile … ».
«Viola, aspetta un attimo, calmati!».
«Calmarmi? Ma come faccio a rimanere calma? Secondo te, vuoi che arrivata al punto dove sono voglia tornare indietro? [Continua...]
Per sempre 2: Ritorno alla vita di Valentina Vitaljic
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Non appena fu con la testa completamente immersa, non fece che pensare a quella povera creatura, scaturita dall’egoismo di un codardo irresponsabile, innocente e priva di peccato, che immediatamente cominciò a divincolarsi per cercare di riemergere ma, purtroppo per lei, i flutti non le permisero ciò e fu così che dovette abbandonarsi alle acque e lasciarsi trasportare fino a che l’acqua non le invase i polmoni uccidendola.
Mentre si inabissava, cominciò a sentire la pressione crescere celermente, a vedere i colori svanire e con loro anche la sua vita. Consapevole di non potersi ribellare a quel destino crudele e tragico, chiuse gli occhi.
Improvvisamente urtò contro qualcosa e nello stesso istante, quel qualcosa con cui si era scontrata la cominciò a trascinare velocemente e con violenza verso l’alto. Non riuscì a vedere nulla, si ritrovò solamente fuori dall’acqua. Riuscì però a scorgere sott’occhio una pinna caudale molto grande e grigia.
Impaurita e terrorizzata inspirò profondamente, immettendo nel corpo tutta l’aria che quest’ultimo riusciva a contenere e poi tossì, buttando fuori l’acqua di mare che aveva ingerito mentre si inabissava. Quell’aria che le invadeva i polmoni la fece rilassare e ne immetteva molta di più di quella che le necessitava effettivamente.
Si guardò attorno per cercare di capire cosa fosse successo, come fosse ritornata in superficie e soprattutto chi l’avesse riportata alla vita. Se non era troppo assurdo da pensare e se non aveva battuto la testa da nessuna parte, poteva giurare che a salvarla fosse stata una creatura del mare, come se l’oceano avesse voluto ringraziarla per tutte le volte che la giovane si era prodigata per gli abitanti del mare. Ma non vide nulla, a parte quella coda che si era confusa con il resto delle onde.
Intorno a lei c’era una distesa d’acqua immensa e compatta, che avrebbe terrorizzato chiunque si fosse trovato al suo posto. Anche il più temerario degli uomini avrebbe avuto paura di quella situazione.
L’unica certezza che aveva era quella di voler uscire immediatamente dall’acqua e, senza perder tempo, cominciò a nuotare per raggiungere la riva fino a quando le forze non l’abbandonarono. Si convinse del fatto che il suo destino doveva essere determinato dal fato e non da lei, quindi in quel momento era il mare a dover decretare la sua sorte, qualunque essa fosse.
Le soluzioni non erano molte, poteva morire per annegamento, divorata da squali affamati e di passaggio, falciata dall’elica di qualche barca, oppure semplicemente per sfinimento. [Continua...]
Per sempre di Valentina Vitaljic
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All’età di dieci anni chiesi ai miei genitori il permesso per farmi frequentare il corso di subacquea, ma loro, prima con una scusa e poi con un’altra, mi dissero che ero troppo piccola. E così, per quell’anno, mi rassegnai, ma nessuno mi tolse dalla mente l’idea di fare il sub; infatti, l’anno dopo, ci riprovai ma senza esito positivo e così anche l’anno successivo e quello successivo ancora, finché all’età di quattordici anni, vista la mia insistenza (e anche il fatto che non era un capriccio dato che supplicavo ogni anno per farlo), i miei genitori andarono a chiedere informazioni all’istruttore del Centro, Dean Kubranic.
Gli chiesero se potevo cominciare un corso di subacquea e lui prima di dire qualsiasi cosa, chiese loro la mia età; quando loro lo informarono che avevo quattordici anni, rispose che vista la mia giovane età, sarebbe stato meglio aspettare un altro paio di anni, affinché si formasse e sviluppasse completamente il diaframma, in modo da effettuare una corretta respirazione. Quando tornarono e mi dissero che l’istruttore aveva detto loro che era meglio aspettare un paio di anni, sinceramente non credetti alle loro parole, anche se non potevo fare altro che stare a quello che dicevano, perché non potevo né disubbidire né tanto meno avevo i soldi per finanziarmi quel corso.
Un giorno, mentre ero in acqua, vidi che sul gommone c’era l’istruttore del Centro subacqueo e così mi avvicinai. Era lì che avvolgeva una corda e indossava una muta asciutta e pensai che forse si stava preparando per uscire in mare. Abbronzato e muscoloso, vidi che veniva guardato da molte donne, ma anche dalle ragazze sulla spiaggia.
Lo salutai e gli chiesi se potevo cominciare a fare il corso di sub, ma con mio grande rammarico, scoprii che i miei genitori non mi avevano mentito; lui mi disse le stesse cose che il pomeriggio mi avevano detto i miei. Nel dirmi quelle parole, notai il suo sguardo ammaliante e sensuale.
Mi disse che non dovevo rimanerci male, assicurandomi che, giunto il momento, si sarebbe occupato lui personalmente della mia istruzione subacquea. E così ci salutammo.
Durante quella breve conversazione, notai che non mi guardava con gli occhi di un padre (dato che poteva esserlo vista la sua età), ma con gli occhi di un uomo che guarda una donna.
Sinceramente ero affascinata dalla sua figura e forse, mentre gli parlavo, penso di essere anche arrossita. [Continua...]
Gli animali raccontano di Simona Sgherri
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Ambrogio, lupo gentile -
Ambrogio era un lupo dall’aspetto veramente terrificante. Interiormente però era dolcissimo e molto gentile ma tutti appena lo vedevano scappavano veloci senza dargli il tempo di parlare o di dimostrare la propria indole buona. Non poteva avvicinarsi al paese perché i cacciatori gli sparavano subito con i loro grossi e potenti fucili.
Costretto a vivere solo, spesso era triste e depresso e passava le giornate chiuso nella sua casetta nel bosco. Aveva costruito i mobili dipinti con colori allegri, ricamato tende e coperte e realizzato giochi che però ancora non era riuscito a regalare a nessuno perché non aveva amici. Un pomeriggio poco prima di Natale aveva sentito alla radio: “Cercasi babbo Natale!”.
“Che bello sarebbe, se potessi farlo! E quanti doni avrei da portare ai bambini giù in paese, ma come fare?”. Ebbe un’idea … per prima cosa iniziò a cucire un rosso vestito bordato di pelliccia bianca, lo indossò e guardandosi allo specchio esclamò:
«Le mie brutte orecchie le coprirò con questo cappello! Taglierò le unghie, i denti davanti potrei limarli un po’ e gli occhi? Certo, basteranno un paio di occhiali da sole! Ora devo addolcire la mia voce e imparare un bel canto melodioso».
Per tutta la notte provò e riprovò l’intonazione guardandosi allo specchio e al mattino c’era riuscito, non si riconosceva neppure lui stesso, la sua voce non era più feroce.
«Sono pronto, ho riempito il sacco con centinaia di doni bellissimi, ora posso scendere in paese e vedremo cosa succederà!». [Continua...]
L’Isola a forma di Quaglia di Vittoria De Marco Veneziano
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Era ormai da due ore che una pioggia battente sferzava l’isola a forma di quaglia. L’acqua tambureggiava su tetti e vie. Colpiva le persiane delle finestre e scorreva in piccoli rivi lungo le grondaie. Quel ritmo costante diffondeva un profondo senso d’inquietudine.
Ogni volta che il fragoroso rumoreggiare dei tuoni si sovrapponeva, rompendo l’aria, Lilly – la barboncina dal pelo bianco – andava a raggomitolarsi, tremante, sotto le gambe di Vera.
Lei, seduta sulla sua poltrona posta accanto al balcone, leggeva.
Ormai, da quando lo Stato aveva deciso che era giunto il momento di andare in pensione, la lettura era diventata il suo pressoché unico passatempo.
Certo, aveva accettato l’uscita dal mondo del lavoro: “È la ruota che gira” si ripeteva “è inevitabile.”
Ma il disagio profondo, l’ansia, la latente depressione e il senso di inutilità la inseguivano da vicino. Le mancavano la sua scuola, le aule, le sale spaziose, i corridoi polverosi. E. .. più di ogni cosa avvertiva la mancanza dei suoi allievi. Il loro vociare e l’allegra confusione che scaturiva al suono della campanella. In quei momenti sembrava di stare sulla tolda di una nave, pronta a salpare verso paesi lontani.
Per superare il tedio del giorno aveva deciso di dedicarsi alla rilettura dei grandi classici del passato, per il piacere della ripetizione, la rilettura da un’altra angolazione (vuoi … i tanti anni alle spalle) e per la capacità di arricchirsi di nuove seduzioni.
E poi … com’era piacevole ritrovare quella intimità totale – quasi assurda – che lega il lettore all’autore! [Continua...]
I mari della luna di Alba Venditti
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Er dottore -
Pe’ divenna’ dottore
sappi che medicina devi da studia’
e ar sapiente Ippocrate devi anche da giura’
che farai de tutto per quarsiasi paziente sarva’.
Er dottore da Ippocrate è autorizzato sur paziente
a toccallo co’ le su’ veggenti mani
pe’ indaga’ comme un investigatore conclamato
su li dolori a li organi viventi
a grande quantità ner corpo umano presenti
che è senz’altro er loro motore conduttore.
Si invesce li pazienti c’avessero probblemi d’ossa rotte
perché quarcuno j’ha regalato un sacco de botte
er medico ortopedico j’assegna ‘na fasciatura
a ciascuno di diversa misura
e poi anche saggio su ‘gni arto malandato
j’a suggerisce un ber massaggio mirato.
Er dottore gioisce beato
si ‘gni su’ paziente je se dichiara migliorato
avenno utilizzato le su’ cure portentose
in quelle parti che c’aveva dolenti e fastidiose.
Er vero dottore deve da esse’
“Er più eccellente amico der paziente”
curandoje sia er corpo che la mente
perché po’ succede che er paziente
si potrebbe lascia anna’ tutto depresso
appena intuisce che nessuna cura pe’ lui è efficiente
e che nun tornerà a esse’ più ‘o stesso.
*** [Continua...]
Luna annuntiavit mysterium di Annabella Giri
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Da “8 dicembre 2002” -
Mi recai in biblioteca a studiare l’inglese, tanto per cambiare … Che bello! Che pace! Che serenità!
Rimasi lì a leggere fino a quando i miei occhi stanchi e affaticati cominciarono a lacrimare.
Quindi uscii camminando frettolosamente tra le calli ventose.
Sapevo che quella era l’ultima sera in cui la Madonna di Fatima si trovava a Venezia.
Entrai per venerarla e chiederle aiuto nella chiesa di San Francesco della vigna. Quanta gente! Quanti fedeli! Quante persone che pregavano davanti a quella bianca e graziosissima immagine!
Il giovane che portava in pellegrinaggio la statua tra le varie città d’Europa, ci invitò tutti a cantare affermando che quando si canta si prega due volte.
Io non cantai, avevo da tempo scoperto la preghiera silenziosa, quella che nasce dal cuore e, dal momento che non esce subito dalla bocca, rimane per più tempo custodita in esso.
All’età di sette anni, mi piaceva moltissimo cantare ad alta voce le lodi alla Madonna, ma quando mi trovavo in chiesa con le mie amichette, la suora (che aveva faticato molto nel preparare il coro) mi puntava contro un’occhiata severissima, era l’invito a non aprire bocca. Di fatto, stonata com’ero, avrei rovinato tutto il suo lavoro … Così mentre le altre bambine cantavano felici, io piangevo, non per le sgridate della suora, ma solo perché non potevo lodare Maria. [Continua...]
Il velo delle fate di Giuseppina Mira
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IL VELO DELLE FATE -
C’era una volta una giovane principessa che, sin da piccola, amava leggere ed era chiamata Letturina. Conosceva tante di quelle fiabe e poesie che ogni sera, prima di andare a letto, la sua famiglia si riuniva per ascoltarla incantata. Tutti insieme stretti a lei, come petali di un fiore attorno alla corolla, vivevano momenti di straordinaria magia. Che profumo emanava il suo animo gentile! E come era stupenda! Ella aveva capelli castani e ondulati, occhi viola, pelle vellutata e rosea, un corpo armonico e slanciato. Indossava vestiti dai colori allegri, che ben si adattavano alla sua irresistibile simpatia. Nelle belle giornate era solita andare su in collina a leggere e a sognare. Immaginava che il cielo, con il suo mantello azzurro, l’avvolgesse e la trasformasse in una stella, che il cinguettio degli uccelli l’abbracciasse come una dolce musica, che il volo delle farfalle rincorresse i suoi sogni più fantastici. Parlava con i fiori, piacendole pensare che questi fossero parole molto deliziose che la terra le rivolgeva, ma soprattutto parlava con i suoi libri.
Ogni giorno entrava nella stanza preferita del suo castello, la biblioteca, le cui pareti erano tappezzate, sino al tetto, da scaffali con moltissimi libri, che ella accarezzava e con i quali dialogava, come si fa con le persone più care. Le carezze e le parole si dondolavano e danzavano felici di quella amicizia spontanea e leale. Letturina non resisteva al fascino dei libri ed essi erano ammaliati dalle sue continue attenzioni. Quando leggeva all’aperto, stava ore ed ore ad assaporare racconti o poesie, sotto un albero di quercia, che la proteggeva con la sua materna ombra, e non si accorgeva del veloce trascorrere del tempo, come quel pomeriggio durante il quale lesse sin quasi al tramonto, volendo completare una storia molto coinvolgente. Appena si rese conto di aver fatto tardi, cominciò a correre, ma all’improvviso si fermò, in preda all’angoscia, giacché attorno al suo castello vide un’immensa nuvola nera, come di fumo. Iniziò a piangere e, con il cuore in gola, riprese a correre, ma fu fermata dalla fata Gentilezza, che le rivolse le seguenti parole:
Cara Letturina, la tua famiglia è vittima di un maleficio della strega Menzogna, che ha circondato il castello di una polvere fitta ed oscura, di pietre taglienti, di cocci di vetro, di streghe pronte a far del male a chiunque tenti di avvicinarsi. [Continua...]






































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