Dopo diverso tempo che camminava, Emma aveva finalmente attraversato il bosco e adesso si trovava di fronte ad una enorme parete d’acqua. ” Una cascata” – pensò. Si rese subito conto che non si trattava di una vera cascata e ben presto capì che doveva attraversarla. Emma aveva paura. Come avrebbe fatto ad attraversare una massa d’acqua tanto spessa da non lasciare intravedere nulla al di là e talmente vasta da non poter essere aggirata? E per di più come poteva quell’acqua circoscriversi lungo quel perimetro interminabile ed alzarsi fino a perdersi nel cielo senza provocare né rumore né schizzi? Era una massa d’acqua compatta come fosse contenuta dentro una gigantesca vasca trasparente. Ovunque Emma guardasse non riusciva a vedere né l’inizio né la fine di quella parete azzurra.
La ragazza fece qualche metro a destra e dopo poco fece lo stesso verso sinistra in cerca di un qualche improbabile passaggio ma, come aveva immaginato, non ne trovò. A quel punto fu colta da un impulso molto più forte della paura e fece per immergersi in quella barriera azzurra ma, appena la sua mano destra toccò l’acqua, questa iniziò a risucchiarla.
Emma iniziò a gridare e a dibattersi cercando di estrarre la mano ma la forza dell’acqua era tale che in poco tempo la ragazza venne completamente sommersa.
Tuttavia non si diede per vinta. [Continua...]
Shan-Hily di Angela Andreini
Invita i tuoi amici a leggere e commentare
Rosso Porpora di Laura Ficco
Invita i tuoi amici a leggere e commentare
Il precipizio della scogliera * -
Trovare le parole per raccontare chi sono non è facile, ma oggi che mi sento particolarmente giù d’umore mi garba, forse è un pretesto per farmi compagnia, la solitudine è ciò che mi lascia orfano nella marea di esseri che ci circondano.
Provengo dalla lontana terra di Dower, la mia famiglia medio borghese era molto cattolica e a noi tre figli (un maschio e due femmine) aveva elargito buoni principi educativi. Il mio carattere timido e vergognoso mi portava spesso ad isolarmi ed invece di correre dietro le gonnelline corte, torturavo la mente con interrogativi esistenziali.
Mi spaventava la morte, eppure avevo solo ventidue anni, ero reduce dalla maturità classica e mi accingevo ad iscrivermi all’università nella facoltà di giurisprudenza.
Spesso e volentieri mi ritrovavo tra i sentieri delle verdi colline d’Irlanda, con il vento che sibilava misteriosi canti, scompigliandomi i lunghi capelli biondo castano mentre il mare con foga s’infrangeva violento sulle scogliere, formando una meravigliosa schiuma, dondolio carezzevole che attirava il mio sguardo e seguendo l’armonioso ritmo che alleggeriva i tormentosi pensieri.
Giorno dopo giorno durante le passeggiate, senza accorgermene la mia pelle si coloriva di un bronzo chiaro molto delicato mettendo in risalto gli occhi azzurri colore dell’oceano.
Durante una delle solite passeggiate incontrai un gruppo di turisti indiani, scattavano tante fotografie, era evidente che il suggestivo scenario della nostra terra li aveva incantati. Tra loro mi colpì la rara bellezza di una ragazza dalla pelle olivastra con occhi a mandorla neri come fuliggine, un‘intrigante creatura che suscitò in me il desiderio di incontrarla ancora, adeguai così gli orari delle mie passeggiate alle loro escursioni.
Anch’ella mi rivolgeva sguardi caldi e ammirati, ma la timidezza lambiva le sue gote.
Un pomeriggio la ragazza si presentò sola davanti a me. Parlava perfettamente la lingua inglese, disse di chiamarsi Azira. D’improvviso cessò di parlare e voltandomi le spalle s’incamminò con ritmo lesto e nervoso in direzione del mare. Stupidamente, come un cagnolino, senza alcuna domanda la seguii con lo stesso ritmato passo.
Non ebbi una chiara spiegazione di ciò che mi accadeva: sembrava una magica e piacevole favola. [Continua...]
Ada e la scrittrice di Angela Andreini
Invita i tuoi amici a leggere e commentare
Ada aprì a fatica gli occhi e spense la vecchia sveglia tenuta insieme dallo scotch.
Il suo trillo squillante l’aveva strappata violentemente dal mondo dei sogni facendola riemergere nella triste realtà della sua piccola camera.
All’epoca aveva tredici anni, capelli castani, lisci, e un paio di grandi occhi marroni. Guardandola chiunque avrebbe pensato a lei come a una qualsiasi ragazzina di quell’età con la testa piena di sciocchezze sui complessi musicali del periodo, sulle riviste di moda oppure sugli attori, i veri idoli delle giovani. Lei, invece, era diversa. Non che le mancassero dei miti o non ci fossero cose che la interessassero, solo non erano troppo normali per la sua età. A lei era sempre piaciuto leggere, fin da piccola e, crescendo, a quella passione si era aggiunta quella dello scrivere e il suo sogno era quello di diventare una scrittrice. Il suo mito, invece di un cantante o un divo di Hollywood, era Nives Nicolai, una delle scrittrici più lette del periodo. Avrebbe voluto tanto diventare come lei, peccato però che i suoi genitori non erano d’accordo.
Il suo interessamento per quella scrittrice era avvenuto per puro caso una mattina dell’anno precedente, sull’autobus che la portava a scuola. Una volta salita, aveva preso posto sulla fila di sedili di sinistra e subito i suoi occhi si erano posati sul libro aperto che la donna seduta davanti a lei stava leggendo in silenzio. Di solito Ada non era una che si faceva gli affari degli altri e, anche quando era in mezzo a molta gente cercava sempre di non guardare troppo ciò che gli altri facevano. Quella volta invece il suo sguardo era stato attratto subito da quel libro. Tra i sobbalzi dell’autobus aveva allungato la testa e sbirciato in quelle pagine scritte. Non sapeva che libro fosse, dal momento che la copertina non era visibile e non sapeva neppure di cosa parlasse poiché era aperto oltre la metà. Incuriosita aveva iniziato a leggere e subito si era persa in quelle parole scritte in nero. Presto capì che si trattava di una storia d’amore ma, dopo poche righe, la donna, che teneva in mano il libro, voltò pagina e lei perse il filo.
Tuttavia continuò a leggere cercando di fare in fretta altrimenti la donna avrebbe di nuovo voltato pagina. Anche se la posizione era scomoda, china in avanti e con le ginocchia premute contro il sedile di fronte, rimase così, immersa a tal punto in quelle frasi da non accorgersi più di ciò che avveniva intorno a lei.
Riuscì a leggere due pagine, prima che la donna, ormai arrivata a destinazione, chiudesse il libro e si alzasse per scendere. Fu allora che Ada lesse il nome dell’autrice di quel libro: Nives Nicolai. Non riuscì a vedere il titolo ma fu comunque contenta di sapere chi l’aveva scritto. Da quel giorno quel nome non era più uscito dalla sua mente. Si era addirittura promessa di racimolare un po’ di soldi poiché, prima o poi, avrebbe comprato uno dei libri di quell’autrice. [Continua...]
Pentagramma di Angela Ambrosini
Invita i tuoi amici a leggere e commentare
A una badante -
Sciorinati giorni dispersi,
cenci all’aria insaziabile
Clemente Rebora -
Quelle albe sottili di malcelati
addii, quel fulgore di tuoni e grida
di sole ferito sulla banchisa del tempo.
Quel germe di speranza
in un pugno di sogni arresi
al caso, al dovere, all’altro.
Presto avranno pace per te.
Dove ti ha gettato la storia
che di follia brancolando in livori
impone e sguaina copioni usati
a inghiottire larve di vita,
di affetti, di addii,
là sarà pace per te.
In questi confini nostri
che la tua operosa tregua
dilava da solitudini e piaghe,
attese e memorie, mai s’arrenda
il fiato tuo a dissigillare speranze,
a diramare richiami,
non un sogno ti sia bruciato,
meno ancora un ricordo.
Sei già creta d’inverno
a modellare le zolle,
sei già pagina di vita a ridestare
sopori in chi ignaro legge,
cercandoti, la storia che preme.
E laceri la pioggia
ogni fuliggine allo stentato ascolto.
Questo è il mio verbo di pace per te.
Poesia vincitrice della sezione a tema “solidarietà umana” del Premio “Città di Fucecchio” Edizione 2009
*** [Continua...]
Domina
Invita i tuoi amici a leggere e commentare
Già nell’adolescenza Domina era stata una fanciulla che portava nell’anima un peso esagerato, sproporzionato. Un segreto che custodiva in silenzio, in parte per l’inconsapevolezza della sua immaturità ed anche per la determinazione che andava formandosi in lei con l’uso di ragione precocemente raggiunto. Nessuno tra i suoi compagni avrebbe potuto comprenderla ed ancor meno avrebbe potuto aiutarla perché se ne liberasse.
Si conosceva invece molto bene interiormente e la sua sensibilità la rendeva capace di capire l’animo altrui con grande immediatezza; ciò era molto insolito in una fanciulla di così giovane età.
Tra i coetanei si sentiva spesso a disagio sebbene le piacesse stare in loro compagnia, ma finché non ebbe raggiunto una sufficiente energia e padronanza di sé, il mondo intorno le era faticoso e a volte anche tanto doloroso da farla piangere all’improvviso e nessuno sapeva spiegarsene la ragione. Viveva in uno stato di sofferenza pressoché costante, sempre combattuta tra la sua voglia fresca di giovane desiderosa di vivere spensierata e felice ed il peso del suo segreto. Soffriva Domina, Gli adulti della sua famiglia non avevano qualità personali né possibilità concrete per far intervenire qualcuno che fosse in grado di accompagnare la ragazza nella fase della crescita già di per sé critica , gravata dall’oppressione di quel turbamento.
Cresceva in altezza a vista d’occhio e ciò la faceva sentire, tra gli altri, acerba ed insicura. Il suo aspetto esteriore le era tuttavia ignoto; non si conosceva, non avrebbe saputo dire di sé se fosse bella o brutta; lo specchio era usato semplicemente per controllare se i capelli fossero in ordine o se l’abito che indossava le stesse giusto . Di sè sapeva soltanto quello che le dicevano gli altri, in casa e a scuola. Ed era ben poco; attenzioni particlari non non ne aveva da nessuno; tutto le ruotava attorno con indifferenza perchè ognuno badava alle proprie cose, ai propri impegni.
Cresceva senza indicazioni e pur essendo una bimba vivace ed esuberante per natura, cresceva con carattere schivo, timoroso. Aveva una corporatura esile ed alta con il volto appuntito dalla magrezza, tutto occupato dagli occhi che aveva smisuratamente grandi e spandevano sul colorito roseo, una luce scura molto contrastante; aveva capelli bruni e lisci, fini come seta; la bocca piccola ma con labbra tumide che si chiudevano a cuore sulla dentatura bianca perlacea. [Continua...]
Una camicia a fiori di Elisa Barone
Invita i tuoi amici a leggere e commentare
La governante aprì la porta a vetri che divideva in due l’enorme salone e, mentre si avvicinava al gruppo degli ospiti ed ai padroni di casa, si rivolse alla signora e le riferì che il bimbo, finalmente si era addormentato.
Iris sorrise e promise a tutti che alla fine della serata avrebbero potuto vedere Marco mentre dormiva.
Intanto chiese alla governante di richiudere la vetrata affinché la musica del pianoforte a coda che suo marito stava per suonare non raggiungesse le camere al piano di sopra.
Gli ospiti, intorno al pianoforte, attraverso i vetri della grande veranda che circondava l’attico, vedevano lo spettacolo della cupola azzurra della splendida cattedrale.
La luce dei lampioni della piazza del Duomo si irradiava sui tetti del centro storico.
Di fronte la montagna scura e rigogliosa di Brunate era illuminata dalle luci della funicolare che trasformavano i binari in una fascia luminosa e quasi magica.
Poi, come ogni sera, chiese alla governante di non chiudere la porta della propria camera per poter sorvegliare il sonno del piccolo Marco.
Marco aveva due anni, era un bimbo meraviglioso perché era bellissimo ed aveva un’intelligenza talmente spiccata che lo rendeva di grande precocità nella sua crescita.
I genitori ne erano entusiasti e soprattutto la giovane madre viveva la maternità come un sogno meraviglioso.
Del resto Iris era una donna estremamente appagata da tutto ciò che la vita le aveva riservato. La famiglia ricchissima ed altolocata le aveva consentito di studiare nei migliori collegi della svizzera francese e lì aveva vissuto un adolescenza ed una giovinezza dorate mentre in Italia infuriava la guerra. [Continua...]
L’incontro di Paola Pica
Invita i tuoi amici a leggere e commentare
E poi più niente. Solo lei nel buio di quella strada tortuosa che si inerpicava su per la collina; così pittoresca di giorno, eppure così triste di notte. Tristezza, ecco cosa l’aveva invasa. E solitudine. Paura, anche.
Strano, avevano sempre tentato tutti di farla riflettere sulle cose terrificanti che potevano accaderle per quella strada, ma mai e poi mai aveva provato paura.
…Incontri terribili dovuti ad una gomma bucata, oppure abbordaggi da parte di giovinastri e maniaci. Se ne raccontavano, o forse semplicemente se ne temevano, pensava lei, di tutti i colori. Ma niente le aveva mai infuso il senso di paura che aveva provato nell’incontrare se stessa quella sera. L’aveva vista lì, sul ciglio erboso della curva, con l’andatura altera e trasognata, ma con lo sguardo vigile senza più rimpianti. Vigile, s’era detta nel guardarla, ma poi aveva deciso che era semplicemente acceso da qualche pena recente. L’aveva guardata ancora e aveva scorto le belle gambe, i tacchi alti, il corpo ben fatto che aveva fatto sognare molti…poi, d’un tratto, il tonfo al cuore e la paura…Era buio pesto, come poteva aver notato tutti quei particolari? Lo sguardo, perfino.
Eppure l’aveva vista bene e sapeva che quello sguardo teso, inosservato da chi s’era sempre fermato alle fattezze fisiche, era lo specchio sempre più cupo eppure vivo della sua anima che continuava a ribellarsi. Solo allora, d’un tratto, le era venuta la certezza che la donna era la sua immagine speculare: stesso abito aderente, stessi capelli ondulati e rossi nel collo rialzato dell’ampia giacca nera. Rossi!…Come poteva aver notato il colore, in quel buio pesto in cui neppure un faro aveva illuminato la corsia opposta? Aveva guardato nello specchietto retrovisore e lei era là, non solo una sagoma che spariva nella notte, ma nettamente delineata nei particolari di forma e di colore. [Continua...]
Il capro espiatorio di Paola Pica
Invita i tuoi amici a leggere e commentare
“Come, come?… Continua. Questa idea del capro espiatorio non è male; direi che mi interessa un bel po’, mi intriga”.
Erano secoli che non lo sentiva interessarsi ad uno qualsiasi dei suoi argomenti, che sempre, immancabilmente, venivano liquidati da un “Ah, sì…” e dal silenzio che a questo seguiva, quando non ne scaturiva un litigio violento e totalmente privo di presupposti…la pura e semplice risposta ad una sollecitazione terapeutica e catartica, appunto.
Ma questo colloquio non avveniva nello studio di un analista.
L’idea del capro espiatorio non era certo sua o, meglio, non solo sua, anche se lei c’era arrivata da sola, attraverso il suo cammino solitario di dolore, il suo male di vivere.
I trattati di psicologia ne erano e ne sono pieni. Così le avrebbe detto di lì a poco il terapeuta con cui avrebbe confrontato questa sua supposizione, che, dopo il primo colloquio, sarebbe diventata una calma certezza, perché supportata dal sapere ufficiale.
Non era nuova a scoperte come questa. Le sue supposizioni erano spesso risultate conformi a teorie consolidate. E anche questo aveva sempre fatto rabbia a tutti, specialmente nella sua famiglia.
Che lei avesse ragione in qualche sua affermazione, per quanto ricordava, non era mai stato riconosciuto apertamente e serenamente da nessuno di loro, tranne che da suo padre, naturalmente…Magari tacevano, consapevoli del vecchio detto, ma di un bel “Hai ragione” non aveva memoria.
Ed Elena aveva, anche se da poco, superato i quaranta.
“Che intendi, quando dici “capro espiatorio”, espiatorio di che?”. [Continua...]
L’armonia di Letizia di Franca Fasolato
Invita i tuoi amici a leggere e commentare

La notte ha calato la sua guancia nera sulla terra, la luna illuminata rischiara i bianchi mandorli in fiore, i ciliegi fioriti, le rondini assonnate, le gemme dischiuse e i giardini profumati. Le stelle più giovani danzano nel cielo attorno alla polare, mentre le altre rigorose disegnano l’orsa maggiore e minore.
La collina verde e lussureggiante tace, dorme. Le ore scandiscono il tempo da milioni d’anni senza stancarsi.
I pianeti sorridono all’universo, mentre gli uomini vivono e combattono ogni giorno le loro scoperte, fatiche, angosce, contraddizioni, felicità e infelicità, tematiche irrisolte, ambizioni, verità e menzogna d’ogni tempo.
Il Potere Creatore, forza potente unificatrice d’ogni forma di vita, che in ogni religione e cultura cambia nome e volto ha prestabilito così, sottomettendo l’uomo sin dalla notte dei tempi e la sua vita ai Poteri Regolatori Cosmici garantendo così l’unità dell’universo stesso per non ritornare nel caos originale.
Solo Lui, unico impenetrabile mistero da miliardi di anni, rimane lo stesso codice segreto cercato e temuto, perché niente può contrapporsi a Lui.
Ad un tratto il firmamento s’illumina, i pianeti si spostano, le stelle non danzano, ma cantano nel rumore dei tuoni dei fulmini, la luna arrossisce le guance, il sole da ovest si dirige di corsa ad est per sorgere. Questa infinità di mini esplosioni sconvolge fortunatamente per poco tempo l’ordine perfetto cosmico. Inspiegabilmente, dopo poco, tutto come una magia, si riordina nel suo insieme, per competenze e divisione.
Dentro al buio della notte è ancora silenzio, ma il grido di dolore e gioia di una madre partoriente squarcia le finestre e le porte, il tetto di una semplice dimora per abbracciare e ringraziare il sole, la luna, le stelle e i pianeti.
E’ nata Letizia una bimba dolce, bella, bruna, che dopo il pauroso pianto dona già il suo sorriso alla vita, al Creatore a Colui che l’ha rivoluta nel mondo. [Continua...]
Errori di valutazione di Paola Pica
Invita i tuoi amici a leggere e commentare
L’ho odiata quasi dal primo momento in cui l’ho vista; perché sono un incantatore e lei, invece, non sarebbe mai caduta nella mia rete. Lo sentivo; lo sapevo.
Me la presentò Francesca un giorno d’inverno, in cui avevo saputo “ufficialmente” da lei che una sua cugina ci sarebbe venuta a trovare, per un caffè a metà mattina.
La cosa mi meravigliò un bel po’, perché era la prima volta che Francesca riceveva una visita.
Mi disse che s’era rifatta viva la sera prima al telefono, dopo dieci anni che non si vedevano né si sentivano.
Di quell’annuncio non ci sarebbe stato bisogno, ma lei non lo sapeva: ho detto “ufficialmente” perché avevo ascoltato tutta la loro conversazione da uno dei tanti telefoni comunicanti che avevo fatto istallare in casa.
Sorvolo sul ricordo di quella telefonata, perché mi fa stare ancora male. Sentire il calore con cui Francesca si era congedata dalla cugina, dopo la fredda accoglienza dell’inizio della telefonata, mi aveva infatti dato una fitta di gelosia furiosa. La voce della mia donna del momento, ormai nota a tutti per le sue reazioni di ghiaccio, mi era risuonata nelle orecchie come una stilettata; perché ciò significava che, nonostante tutto il mio lavoro, forse era ancora possibile che qualcuno le facesse vibrare qualcosa dentro, qualcosa di diverso e non destinato a me.
Ma che voleva questa, risuscitata da chissà quale loro passato condiviso e a me sconosciuto?
Le mie donne sono sempre state solo mie e devono apparire fredde e irraggiungibili a chiunque altro, uomo o donna che sia; perché le emozioni accomunano le persone e c’è sempre il pericolo che un po’ di calore risvegli desideri sepolti di solidarietà e condivisione. [Continua...]






































Commenti recenti