Racconti di Maria D’Ambra

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Racconti di Maria D'Ambra

SOS -

Nessuna interferenza né precarietà. Si praticava la respirazione mano nella mano non esisteva quella bocca a bocca, né tanto meno quella soldo a soldo. Non si andava. Si stava fra lo stormire d’ali e il metronomo segnava un passo lieve sull’unica nota, il sì, che per libera scelta s’intersecava al battito per l’arte sacra, per suonare su una tastiera a dieci o a mille mani, un pezzo tratto dall’intesa e un’aria estrapolata dall’unione.
In quel luogo beato la vita s’identificava con la vita e la lotta col frangersi dell’anelare a niente che non fosse il già posseduto e del quale si godeva.
Mai una volta che Lucifero facesse capolino da una vegetazione lussureggiante di opere buone e prolifica di casti sentimenti, mai una volta che il piacere fosse prevaricato dal dovere e mai una volta che avessi sentito un obbedisco. Nell’ubbidire si provava l’effimera sadica gioia del despota che impartisce ordini e nell’eseguire la volontà Divina la felicità della bimba vegliata da una vera madre.
Fra le delizie navigavo, senza remare, quando un cataclisma, un boato terrificante spazzò la primavera ed ebbe inizio la mia vita di bruco sul Pianeta.
Vivevo prima della metamorfosi ma sulla terra tutto era capovolto così la farfalla si trasformava in verme e da verme si accingeva a morire di vita.
In nome del Padre del Figlio dello Spirito Santo e così inizia la litania. Si va stamattina come ieri, domani e dopodomani. Dove si va? Non si va per fragolette (1) né al monte né al piano; si va a decidere, ed incassare lividi stamattina come ieri, domani e dopodomani. [Continua...]

Se tu sei Dio di Maria D’Ambra

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Se tu sei Dio di Maria D'Ambra

PERDITA D’IDENTITÀ -

Fra velo e veli contesi dallo strip
a Paris in guèapière e falpalas
ero ancora io ibrido genietto.
Quando i pennelli intrisi d’imperizia
scivolarono nel fascino di Montmartre
c’ero ancora :Narciso più che mai.
Un istante ancora e Narcise smise d’ammirarsi,
scellino bucato nell’acqua della Senna.
Marie fu seulement perdutamente amour:
perse la tête per la douce langue
pour la France
e pourquoi non?
per l’elegance dell’homme presque marron glacé.
***
Divenni Juliette noire sottobraccio a Sartre,
bianco e rosa nei petali di Renoir,
e viola,quasi glicine di paradiso,
sotto il parasole frou frou di Degas.
Traslai Monna Lisa a le Folies Bergeres
e sulla Vie en rose di Edhit Piaf
volteggiai fra le braccia di Delon
intrisa dagli aromi di Chanel.
***
Durante la magia del Louvre
fra elisir di trine e merletti ero aigrette
e mi spencolavo Urlo dall’Eiffel.
La petite fille di Gilbert e Montand
ora s’appelle mademoiselle Giselle
firmandosi Monet Manet Lautrec.
***
Fra i girasoli di Van Gogh
mi ritrovai appassito crisantemo.
Poi il tonfo.
La tela dalla grana très chic
si nega al clichè e si rifugia plissè.
Né Marie né D’Ambrà.
Semmai
firmarsi tomber de style, fiasco, falò
o
cadeau pour la “pattumiere”.

***

[Continua...]

Quaderno senza titolo di Michele Miano

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Verso sera -

Pioggia sottile, sottovoce,
sembra alitare strane parole,
preannuncia fresca la sera,
profumata.
E il cielo sembra annegare
in un mare di stelle.

***

Primavera

Primavera ritorna
e il dolore mi addenta
con morsi di gelo.
E’ il vento che scuote profonde solitudini.
Lieve cielo
terra che respiro.
Sospeso ad un filo di vento
scioglimi da questo peso
Volteggiate rondini
come bianche colombe;
le vostre ali mi scavino un nido nel cuore;
cuore che mi travolge e spezza. [Continua...]

Shan-Hily di Angela Andreini

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Dopo diverso tempo che camminava, Emma aveva finalmente attraversato il bosco e adesso si trovava di fronte ad una enorme parete d’acqua. ” Una cascata” – pensò. Si rese subito conto che non si trattava di una vera cascata e ben presto capì che doveva attraversarla. Emma aveva paura. Come avrebbe fatto ad attraversare una massa d’acqua tanto spessa da non lasciare intravedere nulla al di là e talmente vasta da non poter essere aggirata? E per di più come poteva quell’acqua circoscriversi lungo quel perimetro interminabile ed alzarsi fino a perdersi nel cielo senza provocare né rumore né schizzi? Era una massa d’acqua compatta come fosse contenuta dentro una gigantesca vasca trasparente. Ovunque Emma guardasse non riusciva a vedere né l’inizio né la fine di quella parete azzurra.
La ragazza fece qualche metro a destra e dopo poco fece lo stesso verso sinistra in cerca di un qualche improbabile passaggio ma, come aveva immaginato, non ne trovò. A quel punto fu colta da un impulso molto più forte della paura e fece per immergersi in quella barriera azzurra ma, appena la sua mano destra toccò l’acqua, questa iniziò a risucchiarla.
Emma iniziò a gridare e a dibattersi cercando di estrarre la mano ma la forza dell’acqua era tale che in poco tempo la ragazza venne completamente sommersa.
Tuttavia non si diede per vinta. [Continua...]

Rosso Porpora di Laura Ficco

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Il precipizio della scogliera * -

Trovare le parole per raccontare chi sono non è facile, ma oggi che mi sento particolarmente giù d’umore mi garba, forse è un pretesto per farmi compagnia, la solitudine è ciò che mi lascia orfano nella marea di esseri che ci circondano.
Provengo dalla lontana terra di Dower, la mia famiglia medio borghese era molto cattolica e a noi tre figli (un maschio e due femmine) aveva elargito buoni principi educativi. Il mio carattere timido e vergognoso mi portava spesso ad isolarmi ed invece di correre dietro le gonnelline corte, torturavo la mente con interrogativi esistenziali.
Mi spaventava la morte, eppure avevo solo ventidue anni, ero reduce dalla maturità classica e mi accingevo ad iscrivermi all’università nella facoltà di giurisprudenza.
Spesso e volentieri mi ritrovavo tra i sentieri delle verdi colline d’Irlanda, con il vento che sibilava misteriosi canti, scompigliandomi i lunghi capelli biondo castano mentre il mare con foga s’infrangeva violento sulle scogliere, formando una meravigliosa schiuma, dondolio carezzevole che attirava il mio sguardo e seguendo l’armonioso ritmo che alleggeriva i tormentosi pensieri.
Giorno dopo giorno durante le passeggiate, senza accorgermene la mia pelle si coloriva di un bronzo chiaro molto delicato mettendo in risalto gli occhi azzurri colore dell’oceano.
Durante una delle solite passeggiate incontrai un gruppo di turisti indiani, scattavano tante fotografie, era evidente che il suggestivo scenario della nostra terra li aveva incantati.  Tra loro mi colpì la rara bellezza di una ragazza dalla pelle olivastra con occhi a mandorla neri come fuliggine, un‘intrigante creatura che suscitò in me il desiderio di incontrarla ancora, adeguai così gli orari delle mie passeggiate alle loro escursioni.
Anch’ella mi rivolgeva sguardi caldi e ammirati, ma la timidezza lambiva le sue gote.
Un pomeriggio la ragazza si presentò sola davanti a me. Parlava perfettamente la lingua inglese, disse di chiamarsi Azira. D’improvviso cessò di parlare e voltandomi le spalle s’incamminò con ritmo lesto e nervoso in direzione del mare. Stupidamente, come un cagnolino, senza alcuna domanda la seguii con lo stesso ritmato passo.
Non ebbi una chiara spiegazione di ciò che mi accadeva: sembrava una magica e piacevole favola. [Continua...]

Ada e la scrittrice di Angela Andreini

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Ada aprì a fatica gli occhi e spense la vecchia sveglia tenuta insieme dallo scotch.
Il suo trillo squillante l’aveva strappata violentemente dal mondo dei sogni facendola riemergere nella triste realtà della sua piccola camera.
All’epoca aveva tredici anni, capelli castani, lisci, e un paio di grandi occhi marroni. Guardandola chiunque avrebbe pensato a lei come a una qualsiasi ragazzina di quell’età con la testa piena di sciocchezze sui complessi musicali del periodo, sulle riviste di moda oppure sugli attori, i veri idoli delle giovani. Lei, invece, era diversa. Non che le mancassero dei miti o non ci fossero cose che la interessassero, solo non erano troppo normali per la sua età. A lei era sempre piaciuto leggere, fin da piccola e, crescendo, a quella passione si era aggiunta quella dello scrivere e il suo sogno era quello di diventare una scrittrice. Il suo mito, invece di un cantante o un divo di Hollywood, era Nives Nicolai, una delle scrittrici più lette del periodo. Avrebbe voluto tanto diventare come lei, peccato però che i suoi genitori non erano d’accordo.
Il suo interessamento per quella scrittrice era avvenuto per puro caso una mattina dell’anno precedente, sull’autobus che la portava a scuola. Una volta salita, aveva preso posto sulla fila di sedili di sinistra e subito i suoi occhi si erano posati sul libro aperto che la donna seduta davanti a lei stava leggendo in silenzio. Di solito Ada non era una che si faceva gli affari degli altri e, anche quando era in mezzo a molta gente cercava sempre di non guardare troppo ciò che gli altri facevano. Quella volta invece il suo sguardo era stato attratto subito da quel libro. Tra i sobbalzi dell’autobus aveva allungato la testa e sbirciato in quelle pagine scritte. Non sapeva che libro fosse, dal momento che la copertina non era visibile e non sapeva neppure di cosa parlasse poiché era aperto oltre la metà. Incuriosita aveva iniziato a leggere e subito si era persa in quelle parole scritte in nero. Presto capì che si trattava di una storia d’amore ma, dopo poche righe, la donna, che teneva in mano il libro, voltò pagina e lei perse il filo.
Tuttavia continuò a leggere cercando di fare in fretta altrimenti la donna avrebbe di nuovo voltato pagina. Anche se la posizione era scomoda, china in avanti e con le ginocchia premute contro il sedile di fronte, rimase così, immersa a tal punto in quelle frasi da non accorgersi più di ciò che avveniva intorno a lei.
Riuscì a leggere due pagine, prima che la donna, ormai arrivata a destinazione, chiudesse il libro e si alzasse per scendere. Fu allora che Ada lesse il nome dell’autrice di quel libro: Nives Nicolai. Non riuscì a vedere il titolo ma fu comunque contenta di sapere chi l’aveva scritto. Da quel giorno quel nome non era più uscito dalla sua mente. Si era addirittura promessa di racimolare un po’ di soldi poiché, prima o poi, avrebbe comprato uno dei libri di quell’autrice. [Continua...]

Pentagramma di Angela Ambrosini

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A una badante -

Sciorinati giorni dispersi,
cenci all’aria insaziabile
Clemente Rebora -

Quelle albe sottili di malcelati
addii, quel fulgore di tuoni e grida
di sole ferito sulla banchisa del tempo.
Quel germe di speranza
in un pugno di sogni arresi
al caso, al dovere, all’altro.
Presto avranno pace per te.
Dove ti ha gettato la storia
che di follia brancolando in livori
impone e sguaina copioni usati
a inghiottire larve di vita,
di affetti, di addii,
là sarà pace per te.
In questi confini nostri
che la tua operosa tregua
dilava da solitudini e piaghe,
attese e memorie, mai s’arrenda
il fiato tuo a dissigillare speranze,
a diramare richiami,
non un sogno ti sia bruciato,
meno ancora un ricordo.
Sei già creta d’inverno
a modellare le zolle,
sei già pagina di vita a ridestare
sopori in chi ignaro legge,
cercandoti, la storia che preme.
E laceri la pioggia
ogni fuliggine allo stentato ascolto.
Questo è il mio verbo di pace per te.

Poesia vincitrice della sezione a tema “solidarietà umana” del Premio “Città di Fucecchio” Edizione 2009

*** [Continua...]

Domina

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Domina di Dorella Dignola Mascherpa

Già nell’adolescenza Domina era stata una fanciulla che portava nell’anima un peso esagerato, sproporzionato. Un segreto che custodiva in silenzio, in parte per l’inconsapevolezza della sua immaturità ed anche  per la determinazione che andava formandosi in lei con l’uso di ragione precocemente raggiunto. Nessuno tra i suoi compagni avrebbe potuto comprenderla ed ancor meno avrebbe potuto aiutarla perché se ne liberasse.

Si conosceva invece molto bene interiormente e la sua sensibilità la rendeva capace  di capire l’animo altrui con grande immediatezza;  ciò era molto insolito in una fanciulla di così giovane età.

Tra i coetanei si sentiva spesso a disagio sebbene le piacesse stare in loro compagnia, ma finché non ebbe raggiunto una sufficiente energia e padronanza di sé, il mondo intorno le era faticoso e a volte anche tanto doloroso da farla piangere all’improvviso e nessuno sapeva spiegarsene la ragione. Viveva in uno stato di sofferenza pressoché costante, sempre  combattuta tra la sua voglia fresca di giovane desiderosa di vivere spensierata e felice ed il peso del suo segreto. Soffriva Domina, Gli adulti  della sua famiglia non avevano qualità personali né possibilità concrete per far intervenire qualcuno che fosse in grado di accompagnare la ragazza nella fase della crescita  già di per sé critica , gravata dall’oppressione di quel turbamento.

Cresceva in altezza a vista d’occhio e ciò la faceva sentire, tra gli altri, acerba ed insicura. Il suo aspetto esteriore le era tuttavia ignoto; non si conosceva, non avrebbe saputo dire di sé se fosse bella o brutta; lo specchio era usato semplicemente per controllare se i capelli fossero in ordine o se l’abito che indossava le stesse giusto . Di sè sapeva soltanto quello che le dicevano gli altri, in casa e a scuola.  Ed era ben poco;  attenzioni particlari non non ne aveva da nessuno; tutto le ruotava attorno con indifferenza perchè ognuno badava alle proprie cose, ai propri impegni.
Cresceva senza indicazioni e pur essendo una bimba vivace ed esuberante per natura, cresceva  con carattere schivo, timoroso.  Aveva una corporatura esile ed alta con il volto appuntito dalla magrezza,  tutto occupato dagli occhi che aveva smisuratamente grandi e spandevano sul colorito roseo, una luce scura molto contrastante; aveva capelli bruni e lisci, fini come seta; la bocca piccola ma con labbra tumide che  si chiudevano a cuore sulla dentatura bianca perlacea. [Continua...]

Una camicia a fiori di Elisa Barone

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La governante aprì la porta a vetri che divideva in due l’enorme salone e, mentre si avvicinava al gruppo degli ospiti ed ai padroni di casa, si rivolse alla signora e le riferì che il bimbo, finalmente si era addormentato.
Iris sorrise e promise a tutti che alla fine della serata avrebbero potuto vedere Marco mentre dormiva.
Intanto chiese alla governante di richiudere la vetrata affinché la musica del pianoforte a coda che suo marito stava per suonare non raggiungesse le camere al piano di sopra.
Gli ospiti, intorno al pianoforte, attraverso i vetri della grande veranda che circondava l’attico, vedevano lo spettacolo della cupola azzurra della splendida cattedrale.
La luce dei lampioni della piazza del Duomo si irradiava sui tetti del centro storico.
Di fronte la montagna scura e rigogliosa di Brunate era illuminata dalle luci della funicolare che trasformavano i binari in una fascia luminosa e quasi magica.
Poi, come ogni sera, chiese alla governante di non chiudere la porta della propria camera per poter sorvegliare il sonno del piccolo Marco.
Marco aveva due anni, era un bimbo meraviglioso perché era bellissimo ed aveva un’intelligenza talmente spiccata che lo rendeva di grande precocità nella sua crescita.
I genitori ne erano entusiasti e soprattutto la giovane madre viveva la maternità come un sogno meraviglioso.
Del resto Iris era una donna estremamente appagata da tutto ciò che la vita le aveva riservato. La famiglia ricchissima ed altolocata le aveva consentito di studiare nei migliori collegi della svizzera francese e lì aveva vissuto un adolescenza ed una giovinezza dorate mentre in Italia infuriava la guerra. [Continua...]

L’incontro di Paola Pica

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E poi più niente. Solo lei nel buio di quella strada tortuosa che si inerpicava su per la collina; così pittoresca di giorno, eppure così triste di notte. Tristezza, ecco cosa l’aveva invasa.  E solitudine.  Paura, anche.
Strano, avevano sempre tentato tutti di farla riflettere sulle cose terrificanti che potevano accaderle per quella strada, ma mai e poi mai aveva provato paura.
…Incontri terribili dovuti ad una gomma bucata, oppure abbordaggi da parte di giovinastri e maniaci.  Se ne raccontavano, o forse semplicemente se ne temevano, pensava lei, di tutti i colori.  Ma niente le aveva mai infuso il senso di paura che aveva provato nell’incontrare se stessa quella sera.  L’aveva vista lì, sul ciglio erboso della curva, con l’andatura altera e trasognata, ma con lo sguardo vigile senza più rimpianti. Vigile, s’era detta nel guardarla, ma poi aveva deciso che era semplicemente acceso da qualche pena recente.  L’aveva guardata ancora e aveva scorto le belle gambe, i tacchi alti, il corpo ben fatto che aveva fatto sognare molti…poi, d’un tratto, il tonfo al cuore e la paura…Era buio pesto, come poteva aver notato tutti quei particolari?  Lo sguardo, perfino.
Eppure l’aveva vista bene e sapeva che quello sguardo teso, inosservato da chi s’era sempre fermato alle fattezze fisiche, era lo specchio sempre più cupo eppure vivo della sua anima che continuava a ribellarsi. Solo allora, d’un tratto, le era venuta la certezza che la donna era la sua immagine speculare: stesso abito aderente, stessi capelli ondulati e rossi nel collo rialzato dell’ampia giacca nera.  Rossi!…Come poteva aver notato il colore, in quel buio pesto in cui neppure un faro aveva illuminato la corsia opposta?  Aveva guardato nello specchietto retrovisore e lei era là, non solo una sagoma che spariva nella notte, ma nettamente delineata nei particolari di forma e di colore. [Continua...]

Il capro espiatorio di Paola Pica

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“Come, come?… Continua.  Questa idea del capro espiatorio non è male; direi che mi interessa un bel po’, mi intriga”.
Erano secoli che non lo sentiva interessarsi ad uno qualsiasi dei suoi argomenti, che sempre, immancabilmente, venivano liquidati da un “Ah, sì…” e dal silenzio che a questo seguiva, quando non ne scaturiva un litigio violento e totalmente privo di presupposti…la pura e semplice risposta ad una sollecitazione terapeutica e catartica, appunto.
Ma questo colloquio non avveniva nello studio di un analista.
L’idea del capro espiatorio non era certo sua o, meglio, non solo sua, anche se lei c’era arrivata da sola, attraverso il suo cammino solitario di dolore, il suo male di vivere.
I trattati di psicologia ne erano e ne sono pieni.  Così le avrebbe detto di lì a poco il terapeuta con cui avrebbe confrontato questa sua supposizione, che, dopo il primo colloquio, sarebbe diventata una calma certezza, perché supportata dal sapere ufficiale.
Non era nuova a scoperte come questa.  Le sue supposizioni erano spesso risultate conformi a teorie consolidate. E anche questo aveva sempre fatto rabbia a tutti, specialmente nella sua famiglia.
Che lei avesse ragione in qualche sua affermazione, per quanto ricordava, non era mai stato riconosciuto apertamente e serenamente da nessuno di loro, tranne che da suo padre, naturalmente…Magari tacevano, consapevoli del vecchio detto, ma di un bel “Hai ragione” non aveva memoria.
Ed Elena aveva, anche se da poco, superato i quaranta.
“Che intendi, quando dici “capro espiatorio”, espiatorio di che?”. [Continua...]

L’armonia di Letizia di Franca Fasolato

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armonia-di-letizia

La notte ha calato la sua guancia nera sulla terra, la luna illuminata rischiara i bianchi mandorli in fiore, i ciliegi fioriti, le rondini assonnate, le gemme dischiuse e i giardini profumati. Le stelle più giovani danzano nel cielo attorno alla polare, mentre le altre rigorose disegnano l’orsa maggiore e minore.
La collina verde e lussureggiante tace, dorme. Le ore scandiscono il tempo da milioni d’anni senza stancarsi.
I pianeti sorridono all’universo, mentre gli uomini vivono e combattono ogni giorno le loro scoperte, fatiche, angosce, contraddizioni, felicità e infelicità, tematiche irrisolte, ambizioni, verità e menzogna d’ogni tempo.
Il Potere Creatore, forza potente unificatrice d’ogni forma di vita, che in ogni religione e cultura cambia nome e volto ha prestabilito così, sottomettendo l’uomo sin dalla notte dei tempi e la sua vita ai Poteri Regolatori Cosmici garantendo così l’unità dell’universo stesso per non ritornare nel caos originale.
Solo Lui, unico impenetrabile mistero da miliardi di anni, rimane lo stesso codice segreto cercato e temuto, perché niente può contrapporsi a Lui.
Ad un tratto il firmamento s’illumina, i pianeti si spostano, le stelle non danzano, ma cantano nel rumore dei tuoni dei fulmini, la luna arrossisce le guance, il sole da ovest si dirige di corsa ad est per sorgere. Questa infinità di mini esplosioni sconvolge fortunatamente per poco tempo l’ordine perfetto cosmico. Inspiegabilmente, dopo poco, tutto come una magia, si riordina nel suo insieme, per competenze e divisione.
Dentro al buio della notte è ancora silenzio, ma il grido di dolore e gioia di una madre partoriente squarcia le finestre e le porte, il tetto di una semplice dimora per abbracciare e ringraziare il sole, la luna, le stelle e i pianeti.
E’ nata Letizia una bimba dolce, bella, bruna, che dopo il pauroso pianto dona già il suo sorriso alla vita, al Creatore a Colui che l’ha rivoluta nel mondo. [Continua...]

Errori di valutazione di Paola Pica

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L’ho odiata quasi dal primo momento in cui l’ho vista; perché sono un incantatore e lei, invece, non sarebbe mai caduta nella mia rete.  Lo sentivo; lo sapevo.
Me la presentò Francesca un giorno d’inverno, in cui avevo saputo “ufficialmente” da lei che una sua cugina ci sarebbe venuta a trovare, per un caffè a metà mattina.
La cosa mi meravigliò un bel po’, perché era la prima volta che Francesca riceveva una visita.
Mi disse che s’era rifatta viva la sera prima al telefono, dopo dieci anni che non si vedevano né si sentivano.
Di quell’annuncio non ci sarebbe stato bisogno, ma lei non lo sapeva: ho detto “ufficialmente” perché avevo ascoltato tutta la loro conversazione da uno dei tanti telefoni comunicanti che avevo fatto istallare in casa.
Sorvolo sul ricordo di quella telefonata, perché mi fa stare ancora male.  Sentire il calore con cui Francesca si era congedata dalla cugina, dopo la fredda accoglienza dell’inizio della telefonata, mi aveva infatti dato una fitta di gelosia furiosa.  La voce della mia donna del momento, ormai nota a tutti per le sue  reazioni di ghiaccio, mi era risuonata nelle orecchie come una stilettata; perché ciò significava che, nonostante tutto il mio lavoro, forse era ancora possibile che qualcuno le facesse vibrare qualcosa dentro, qualcosa di diverso e non destinato a me.
Ma che voleva questa, risuscitata da chissà quale loro passato condiviso e a me sconosciuto?
Le mie donne sono sempre state solo mie e devono apparire fredde e irraggiungibili a chiunque altro, uomo o donna che sia; perché le emozioni accomunano le persone e c’è sempre il pericolo che un po’ di calore risvegli desideri sepolti di solidarietà e condivisione. [Continua...]

Le incredibili avventure del Genio Ciok Ciok

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Chi fra di voi, bambini, non ha mai desiderato avere un genio per amico?
Un Genio come quello della “lampada di Aladino”, intendo.
E se questo Genio fosse fatto tutto di cioccolata? Che bello sarebbe, vero?
Impossibile! direte voi.
Eppure…eppure c’era una volta, in un paese lontano, lontano, un bambino che ne possedeva uno. Sì, avete capito bene! Questo bambino, piccolo come voi, aveva un genio, un genio tutto per sé, sapete, e fatto tutto interamente di buonissimo cioccolato.
Il bambino si chiamava Jumbay ed il suo amico Genio, Ciok Ciok.
Ciok Ciok si chiamava così perché era tenero e buono dentro, proprio come un gustosissimo bon bon al cioccolato!
L’unico problema era che Ciok, Ciok doveva star bene attento a non esporsi troppo al sole.
Perché, mi chiedete?
Eh, beh, perché il cioccolato fondente appena fuori, lo sapete bene, o si mangia o si scioglie!
Ma allora… qualcuno mi dirà, quando Jumbay doveva esprimere un desiderio a Ciok Ciok e magari si trovava fuori, con una bella giornata di sole, come faceva?
Eh…già, in quel caso sarebbero stati proprio cavoli amari, anzi cioccolatoni amari!
Come fecero per incontrarsi, mi chiedete poi? Beh, è una storia veramente molto lunga, ma ve la racconterò in breve. Ascoltate, dunque.
Dovete sapere che Ciok Ciok proveniva dal magico mondo di Ciocosmania, ossia da una città tutta completamente costruita sul e con il cioccolato: erano di cioccolato le case, gli abitanti, le strade, i giardini, gli alberi, i fiori, i maghi e le fate!
Tutto ciò che si poteva immaginare di più buono e di più ghiotto al mondo, in quel luogo fantastico, era una vera e propria goduria di cioccolato…!
“Ohhhhh!!!” [Continua...]

Un uomo per bene di Paola Pica

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DE PROFUNDIS

dell’anima mia e del mio dolore, e senza più il minimo dubbio su quanto c’era da capire, ti metto a parte della mia condizione mentale.
Ho ingenuamente creduto che, una volta che io avessi azzerato tutti i miei circuiti di legittime ripicche nei tuoi confronti e di presunta malafede da parte tua, in nome del perdono e di quell’amicizia di cui parli così frequentemente, tu mi avresti ripagato “elargendo” alla nostra relazione (e quindi a me) ciò che è patrimonio usuale e comune di un uomo e di una donna che stanno insieme… non importa su quale livello di clandestinità o di ufficialità. Credevo cioè di avere diritto a vedere il nostro soddisfacente scambio fisico farsi, da semplice istinto brutale, comunicazione anche delle nostre anime; e che, una volta cancellato il credito per il maltrattamento di allora, avremmo respirato e saremmo volati in alto, finalmente liberi…anche se così prigionieri della tua situazione esistenziale: ti avevo già dedicato la mia libertà, in nome della qualità e non della quantità del nostro rapporto, per usare una frase davvero non originale.
Che cosa chiedevo? Che cosa pretendevo che tu aggiungessi a quello che già avevamo?
Semplicemente qualche parola che mi alleviasse il peso non della tua non presenza, che era già implicita nei patti iniziali, ma del non avere la minima possibilità di iniziativa nel contattarci. Bada bene, come ti ho detto l’ultima volta che ti ho visto, poggiandoti dolcemente una mano sul ginocchio, mentre eravamo seduti in giardino, il numero delle telefonate sarebbe potuto rimanere lo stesso o addirittura diminuire. Quello che, per soddisfare la mia esigenza in questione, andava integrato al nostro quadro generale era solo qualche tua parola su NOI, sul nostro rapporto fisico, su come vivevi la mia assenza… che credevo ti pesasse. Parole che mi avrebbero aiutato a tenere acceso il fuoco del mio erotismo con te nei “momenti” lunghissimi del tuo essere altrove e che, quindi, ti avrebbero fatto accogliere da me senza alcun ulteriore bisogno di chiarificazione, nei nostri incontri futuri. Dopo tutto, era il nostro rodaggio, no? E a tale proposito ti ho subito portato l’esempio delle tue telefonate infuocate, avvenute fra il nostro incontro “ravvicinato” ma non totale del nostro primo venerdì a studio e il secondo, del sabato mattina seguente, da me, anch’esso non completo e seguito da parole sussurrate da te al telefono con un tale calore da farmi sentire in pena per te… che avevo portato a uno stadio avanzato di eccitazione, senza sapere quando saremmo stati in grado di soddisfarci a vicenda.
Tutto questo ti avevo cominciato a dire, dopo avere esordito esprimendoti il mio desiderio di sanare le sabbie mobili e di incontrarci subito dopo sul nostro terreno solido di mutuo piacere. [Continua...]

L’attraversamento della grande acqua di Lino Carriero

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- Prefazione -

Perdutosi in fondo a quel vicolo, Pallino fu colto dal terrore di chi, solo e disperato, ha smarrito irrimediabilmente la via maestra.
Questa è la vera storia di R. M., detto Pallino, che il caso e la necessità spinsero a rivolgersi a me, Carlo Paràlinos, consulente filosofico. Il percorso compiuto insieme non fu affatto facile, Pallino, come un moderno Ulisse, aveva smarrito la via, il senso, di una vita scivolata nel fondo del più vuoto materialismo. Nella ormai pura gestione del quotidiano, nulla era più degno di esser vissuto con gioia e speranza. Il viaggio che lo fece ritornare al centro della sua esistenza, lo condusse all’inaspettato: la riconciliazione con l’amore. Il suo diario sarà una provocazione alle vostre certezze e un concreto stimolo, affinché mai nessuno possa dire di dover vivere invano. Triplice è infatti la prospettiva in cui la Consulenza Filosofica si pone, e che viene ampiamente analizzata e approfondita nel diario di Pallino.
In prima istanza l’uomo dovrebbe sempre coltivare la radicale possibilità di assumere un atteggiamento autonomo nei confronti dei condizionamenti cui, in un modo o nell’altro, è sottoposto il suo pensiero, a livello psicologico, biologico, culturale, religioso e politico. La consapevolezza che dovrebbe guidare l’evoluzione del nostro destino secondo la propria filosofia di vita, dovrebbe aspirare sempre alla massima indipendenza e autonomia di giudizio. l’autonomia della coscienza si esprime con una comunicazione col mondo circostante caratterizzata dai propri codici di evoluzione e non più unicamente dettata da schemi di pensiero socialmente predeterminati.
In compagnia del dubbio e del senso critico, volontariamente povero di certezze, Pallino imparò presto ad essere filosofo del proprio esistenzialismo, trovando per la sua vita la propria concezione dell’amore come chiave di senso e di svolta.
La seconda ipotesi prevede che la motivazione primaria del nostro agire non sia sempre o solo il piacere e il potere, ma che invece esista anche una “volontà di senso”, che si manifesta in una continua tensione, talora necessariamente conflittuale, tra la realtà esistenziale in cui un inconsapevole destino ci costringe e quel mondo di valori e ideali, quali la libertà, la giustizia, l’onestà, la responsabilità e il rispetto delle dignità, fino al più alto di tutti: l’amore, che ci proviene dalla spiritualità. Le Metamorfosi che ci fanno crescere non possono che derivare dall’unicità della nostra anima spirituale. Per secoli la filosofia ha fatto evolvere l’uomo per desiderio di conoscenza, oggi purtroppo assistiamo al rischio di dover crescere quasi solo per superare gli effetti nocivi di una patologia, organica o psicologica, o peggio, per il timore di uscire dall’omologazione della normalità. Crescere per consapevole scelta è un compito spirituale, è tendere come ricercatore verso  livelli situati oltre la dimensione psicologica, penetrando direttamente nella sfera dell’anima, là dove risiede la nostra essenza unica e originale, sorgente del nostro particolarissimo destino. Dimensione che in questi tempi e luoghi non è più presa in considerazione: l’anima, così come l’amore, è un concetto temuto, perché la libertà che ne può scaturire per l’uomo disturba l’attuale volontà d’omologazione culturale, sociale e anche religiosa.
Terzo: mai dire mai!  Se si ha stima della propria originalità, la vita conserva e riserva sempre un senso, nonostante le limitazioni dovute all’età, alla salute, ai fallimenti affettivi e al dolore dei lutti. Questa eterna ricerca è il compito che molti sono chiamati a svolgere nella vita su questa Terra, un percorso religioso, e nel senso più spirituale del termine: un Opus alchemicus. Finchè non è svelato  il senso, la nostra esistenza resta un arcano. Il vero uomo nuovo può penetrare i segreti del nuovo mondo solo tendendo alchimisticamente ad esso come ad uno spirito.  E’ proprio di questo spirito, lo “Shen”, che lo psicanalista C.G.Jung  conobbe nei suoi studi sull’Alchimia cinese dell’antico Libro dei Mutamenti: l’I Ching, si è avvalso Pallino in questa particolare forma di consulenza filosofica, che anche voi ora conoscerete.  Gli angeli delle nostre anime tante volte sono intervenuti per noi, sicuramente hanno bussato alla porta del nostro cuore, ma il custode della mente, temendo di perdere un primato, non ce li ha voluti annunciare, solo quando giunse quel fatto, quella persona, allora, solo allora…  [Continua...]

Venezia e i bambini di cristallo di Roberto Bianchi

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Nell’ambito della nuova Rubrica “Libri in cerca di editore”, presentiamo in anteprima esclusiva il bellissimo inedito “Venezia e i bambini di cristallo” di Roberto Bianchi.

Scrive Nicla Morletti, nella recensione pubblicata nel Portale Manuale di Mari:
“Questa è una favola meravigliosa. Metafora di vita e d’amore, racchiude in sé la bellezza di un fiore che sboccia nel giardino incantato dei nostri sogni, dove siamo liberi di volare e spaziare all’infinito con la fantasia.”

Leggiamo e commentiamo un lungo brano tratto da questo libro. L’autore leggerà i nostri commenti e risponderà in questa stessa pagina.

Per maggiori informazioni su quest’opera contatta l’autore.

Dal Prologo di “VENEZIA E I BAMBINI DI CRISTALLO” DI ROBERTO BIANCHI


Le quattro renne alate della slitta magica, insieme ai due lemming stavano per cominciare il loro viaggio sui cieli del pianeta Terra.
Avrebbero dovuto formare la piccola milizia buona, di bambini speciali che avrebbe liberato il mondo dall’oscurità e dal male.
Sul diario di bordo erano scritti i nomi dei ragazzi: Scarpagnino, Comin, Vittoria e Persio. Abitavano tra loro lontani, avevano culture e cose da scambiare e mettere in comune.
Con le zampe sottili e un po’ corte rispetto al corpo, i mantelli delle renne erano tirati a lucido, per apparire bellissime. I maschi stavano davanti, essendo un po’ più grandi delle due femmine. Il pelo era assai bello, folto e bruno e già abbastanza scuro come avviene quando si avvicina l’estate; sotto il collo, vicino agli zoccoli e attorno alla coda era quasi bianco. Le corna dei due maschi, lievemente schiacciate, erano dipinte d’oro, mentre le due compagne avevano gli zoccoli, larghi e divaricabili per poter camminare sui terreni nevosi, argentati.
Mangiarono le ultime erbe e un po’ di licheni poi i due lemming urlarono:
“In volo!!” e la slitta partì.
Era una slitta fantastica, tutta dorata con cristalli colorati sui pomelli che stavano vicini al cocchiere. Davanti, nella parte più avanzata del mezzo incantato stava il cristallo per antonomasia: uno splendido diamante color blu.
Sul diario di bordo si narrava di Scarpagnino, il primo bambino che sarebbe dovuto salire sulla slitta e che avrebbe dovuto fare da cocchiere. Si trattava di bambini speciali, che avevano cuore puro e semplice, che non si erano lasciati vincere dalle brutture dei loro tempi ed erano ancora capaci di dare un senso all’esistenza attraverso l’amore, i sentimenti e quell’impulso intenso che ci avvolge nella totalità e ci emoziona al solo scorgere un fiore che sboccia o nel vedere una giumenta che allatta il puledro.
Si trattava proprio di bambini diversi dalla norma, generosi e con un grande senso della giustizia. Il mondo li considerava poco normali. Nessuno capiva che erano un dono, erano i fanciulli della nuova era. Quelli che porteranno la pace e la gioia di godere anche delle piccole-grandi cose: come un cielo che s’imporpora al tramonto simile a petali sgualciti di papavero, o un abbraccio. Ne esistono di simili anche tra noi: a scuola i compagni a volte non li capiscono, perché a loro non interessano né i giochi di guerra né piacciono i film violenti. Persino in famiglia spesso non sono pienamente compresi, le istituzioni educative del terzo millennio non sono ancora adatte ad accogliere i puri di cuore e i sensibili… ma loro sognano di cambiare la situazione.

Ecco qui di seguito in corsivo cosa era scritto sul diario di bordo… [Continua...]

La polvere d’oro di Dorella Dignola Mascherpa

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Nell’ambito della nuova Rubrica “Libri in cerca di editore”, presentiamo in anteprima esclusiva il romanzo inedito “La polvere d’oro” di Dorella Dignola Mascherpa.

Scrive Nicla Morletti, nella recensione pubblicata nel Portale Manuale di Mari:
“Una bella storia narrata con stile elegante e ricchezza di immagini. Dorella Dignola Mascherpa ha una vera e propria vocazione per lo scrivere, nel cesellare immagini e personaggi, nel dipingere con parole appropriate scene e paesaggi. Nel creare atmosfere.”

Leggiamo e commentiamo alcuni brani tratti da questo libro. L’autrice leggerà i nostri commenti e risponderà in questa stessa pagina.

Per maggiori informazioni su quest’opera contatta l’autore

Dal capitolo VI di “LA POLVERE D’ORO” DI DORELLA DIGNOLA MASCHERPA


Oliviero partì dalla stazione verso le otto del mattino. Era un lunedì ancora pieno del sole dell’estate che stava finendo.
Monica e Mauro lo accompagnarono ed alla stazione trovarono anche il padre che, suo malgrado, non riusciva a mascherare una certa fierezza. Oliviero invece faceva sforzi per mostrarsi tranquillo e sfoggiava sorrisi affinché potessero apparire credibili. Gli dispiaceva tanto andarsene di casa, abbandonare gli studi, la musica adorata e Monica che aveva fatto breccia nel suo cuore.
Monica era bella e Oliviero ora la vedeva stupenda. Era cresciuta molto in altezza ed il suo corpo aveva le sinuosità che si richiedono alle modelle della moda. Aveva una massa di capelli color castano scuro ed occhi mirabilmente blu. I capelli pieni di riflessi dorati erano voluminosi e a piccoli riccioli che ella portava abitualmente sciolti. Aveva la carnagione chiara e compatta, punteggiata da piccole efelidi sulla cima delle guance e del naso. Somigliava molto alle bambole americane ed un po’ per scherzo ed un po’ per davvero, in casa la chiamavano “Barbie”.
Era venuta alla stazione recando un pacco che consegnò ad Oliviero dicendogli: “Non aprirlo ora, guarderai il contenuto quando sarai arrivato a destinazione; ti ho messo cose che spero ti piacciano e che ti facciano sentire meno solo” .
Oliviero l’abbracciò davanti a tutti, sebbene fosse soltanto la seconda volta che lo faceva e non senza impaccio. Egli capiva che appariva molto di più di quanto in realtà tra essi si fossero detti; non soltanto non si conoscevano ma non sapevano neppure se tra loro stesse iniziando un amore. Tuttavia la circostanza li spingeva ad esprimere un rapporto intimo, come fosse già sperimentato. Il padre ne era visibilmente contento e tra sè e sè già considerava il figlio fidanzato con quella splendida ragazza.
“Ci ha tenuto tutto nascosto, ma ora che sta per partire, ha sentito il dovere di farci capire come stanno le cose. Eh! Birbante!”
Egli non aveva saputo nulla fino a quel momento perché non c’era nulla da sapere; i due giovani non si erano scambiati neppure un bacio.
Al momento di salire in treno Oliviero abbracciò tutti e non esitò a prendere Monica tra le braccia ed a baciarla lungamente come nelle scene dei vecchi film; la situazione gli appariva un po’ grottesca e tale da costringerli a quel comportamento; nessuno dei due però avvertiva ambiguità: Monica pianse un pianto vero, con un dolore vero per il distacco imminente. Mauro la strinse a sè e le accarezzò i capelli mentre ella salutava con il braccio alzato Oliviero affacciato al finestrino.
Tornando verso casa, Mauro le chiese: “Lo ami molto? Mi dispiace che tu debba soffrire; con tutti i giovani che ci sono e con tutti gli ammiratori che hai, proprio di Oliviero ti dovevi innamorare che è tra i pochissimi che sono stati chiamati per questo addestramento, su tutto il territorio nazionale. [Continua...]