Confini

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“Eppure non ho ancora visto i ciliegi in fiore quest’anno.”
Così pensava Mara mentre gli ultimi granellini di sabbia scivolavano fra le dita dei piedi indolenziti  da quanto aveva camminato.
Voleva essere l’ultima a salutare il sole in quel  giorno dei primi di Maggio, mentre la luce lentamente scivolava nel buio. Respirava a stento e la paura riempiva le sue narici fino ai polmoni mentre i pensieri risalivano come vampate di calore che a valanghe le crollavano addosso. Trascinava le gambe mentre la sua forte volontà la spingeva in fretta verso l’argine. Sentiva il frastuono dei suoi  battiti che aumentavano man mano che si avvicinava, e allo stesso tempo faceva fatica, colpa di tutta quella nebbia che le riempiva le puppile. Guardò  verso il ponte che distava sempre troppo lontano e non era  per niente decisa dove fermare la sua  corsa ormai diventata camminata a bocconi.
Sentì tremare la terra sotto i piedi!
“Sarà la stanchezza..” pensò.
Voleva arrivare al fiume, scambiare due chiacchiere e  fare pace con lui per l’ultima volta. Sapeva che in cambio della sua  fedeltà, l’avrebbe colpito alle spalle. Per questa volta, solo per questa…
Sulle sue sponde aveva incontrato il suo amore, l’aveva amato alla follia, e ogni domenica tornavano lì tutti insieme. Facevano le scampagnate  a suon di “sfrigolio” sulla barbeque mentre i pargoletti rotolavano spensierati nell’erba.
“Non avvicinatevi troppo all’acqua che vi fate la bua gridava se i  piccoli sconfinavano di poco.
Gli occhi inumiditi da deboli lacrime la  meravigliarono. Credeva  che il suo essere impietrito aveva impedito il loro corso da quell’ultima  volta che le portò in dono a Lui.
Adesso ricordava bene tutto: il loro primo incontro casuale, la fuitina, e poi… quell’ultimo bacio sulle labbra viola prima che se andasse via di fretta agghindato  in gran pompa.
-Amore ti sei vestito troppo per una giornata primaverile. Ti fa freddo?
-No amore mio, mai di quanto farà ora a te.
-Mi raccomando ai bimbi, amore.
-Si, si…i bimbi. Certo, lo farò…disse lei.
-Chiedi loro di perdonare la mia lunga assenza.
-Il tempo insegnerà loro più di quanto io possa farlo, disse lei baciandogli la fronte pallida.
I bimbi… e ricordò senza volerlo  i  sedici piccoli fratellini che la sua mamma a suo tempo confidò a lei in quella vecchia casa che sapeva di latte e di menta.
La memoria di quell’odore  le  fecce scappare un sorriso amaro.
[Continua...]

Era mio padre

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Accompagno con lo sguardo il paesaggio e per quanto semplice, ai miei occhi appare bellissimo.
Chiazze di sole filtrano tra i rami degli alberi,il cielo mi regala i suoi frammenti.
Ogni suono sembra fondersi con il canto intenso delle cicale.
La campagna mi porta le sue fragranze e i suoi colori.
Il vecchio pozzo davanti casa è coperto per metà d’erbacce, un gatto sonnecchia alla sua ombra, ai miei passi solleva un po’ la testa e mi guarda,poi ritorna a sonnecchiare.
Da quando tempo non venivo qua!
Per chi, come me, affonda le sue radici in un tempo dal passato felice ne ha una continua nostalgia come un bisogno mai completamente appagato,se non quando ci sei vicino,ci sei dentro e lo respiri.
Fa caldo e devo decidermi ad entrare, aprire quella porta che divide passato e presente, realtà  e ricordi e immergermi dentro.
Cosa mi aspetto di trovare? O cosa non mi aspetto di trovare?
La chiave nella toppa fa rumore quando la giro, la casa è al buio, nessuna luce  filtra se non quella della porta lasciata aperta alle mie spalle, a tentoni mi avvicino alla prima finestra che trovo  e lascio entrare la sua luce.
La tua immagine appesa alla parete mi sorride, sopra un vecchio mobile c’è un piccolo vaso con dei fiori, messi lì da Nicola, così come pure la tua foto.
Non so per quanto tempo sono rimasta a fissarti, un po’ come quando entri in una chiesa per la prima volta e ti soffermi davanti un’immagine sacra e ne resti rapita,senza nulla chiedere,senza nulla pensare,e il tuo essere viene attraversato da lunghi brividi sulla pelle come invisibili carezze.
Con le mani sfioravo il profilo dei mobili pieni di polvere,sopra una sedia i tuoi  abiti da lavoro piegati,i tuoi pantaloni,la tua camicia, in un angolo vicino alla sedia gli stivali di gomma che usavi per andare nei campi.
[Continua...]

Una storia reale… correva l’anno 1943

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Scrivere questa storia è come riviverla, è un ricordo che è scivolato fuori dalla scatola magica che, virtualmente,tengo sotto il cuscino. In questa scatola c’è tutta la mia vita, divisa in piccoli cassetti della memoria: c’è il passato, il presente, le gioie e i dolori.
Non ho messo la parola futuro… ormai, è solo e sempre il passato che riaffiora.
Ho sofferto e ho gioito secondo il mio modo di affrontare la vita, con le sue asprezze e le sue durezze, le strade lisce, le curve, i sassi fra le ruote. Ho cercato di non avere rimpianti, ora i miei capelli sono grigi e le mie rughe sembrano graffi, però la mente è ancora viva… Correva l’anno 1943…
Molte volte mi sono chiesta: – Come faccio a ricordare un avvenimento così lontano? l’ho custodito gelosamente nel mio cuore? -
Questo ricordo è tornato vivo nella mia mente dopo aver ritrovato una vecchia foto che mi ritrae piccola in un paese del Casentino.
Tutto è iniziato così. Questa è una pagina di storia vera vista con gli occhi di una bambina di 4 anni, era il 1943 e quelli erano gli anni della guerra…
Alcune cose le ricordo sfuocate, ma alcune, se mi concentro e guardo con la mente, sono lì davanti a me: è come sfogliare un vecchio libro farcito di parole e immagini, dolorose e gioiose.
Rivedo, sui volti delle persone, sguardi increduli e terrorizzati, le lacrime negli occhi delle donne, la rabbia e la rassegnazione nei volti degli anziani; sento i pianti dei bambini per la fame; rivedo gli sguardi fieri dei giovani combattenti che solo negli sguardi dolci e teneri delle loro donne vedono la speranza della vita.
Con la mamma, il babbo e mio fratello neonato (perché, è nato nel 1943) eravamo a casa dei miei nonni in Casentino. Tutta la famiglia era riunita di fronte al camino dove, sul focolare, attaccato a un gancio, pendeva un grande paiolo nero che, borbottando, cuoceva le patate. Le scintille del fuoco sembravano tante stelline che si perdevano lungo la cappa del camino e io mi chiedevo sempre dove andassero a finire tutte quelle piccole luci…
Fra una patata lessa e un pizzico di sale gli adulti parlavano e si raccontavano tante cose, ma io non ne capivo completamente il significato, però un giorno, che all’apparenza sembrava come gli altri… accadde qualcosa… nella piazza del paese legarono agli alberi alcuni uomini, io ero seminascosta dietro i vetri di una finestra, mia madre non voleva che guardassi le brutture della guerra, ma io ero curiosa e con un occhio riuscii a vedere una scena raccapricciante che non ho mai dimenticato.
[Continua...]

La foto al capolinea

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La foto al capolineaChissà perché questa sera sembra tutto diverso.
Eppure la scena è la stessa di ieri, di una settimana fa, di un anno fa, di tanti anni fa.
Siamo a tavola, mentre mangi osservo la tua mano tremare ed i tuoi occhi guardare distrattamente le immagini di una televisione quasi annoiata.
Papà, l’altro ieri siamo andati insieme in centro per la prima volta, non so nemmeno se tu a piedi lo avevi mai percorso.
Eravamo a pochi metri dal capolinea degli autobus, uno stava quasi per partire. Al suono inconfondibile del motore che si stava riscaldando, ti ho visto correre nella sua direzione con il passo incerto, guardare fulmineo l’orologio e salutare il giovane autista che spiccava in un pullman rivestito di una pellicola su cui erano riprodotte delle nuvole.
Tu avevi iniziato a fare questo lavoro in un “postale” grigio, di quelli con il motore nascosto sotto il “cofano”, come lo chiamavate voi “ragazzi del ‘30”. Allora non c’erano le cinture di sicurezza ed io e Monica stavamo accucciate lì sopra, in quella specie di piccola montagna a destra del volante. Oppure sprofondavamo  nel sedile dietro a te, mentre chi saliva e chi scendeva ti esaltava per le tue bambine così buone e vestite sempre uguali con abiti ricamati dalla mamma.
Hai sorriso all’autista come se il tempo non fosse passato, hai avuto un attimo di incertezza, poi ti sei fermato, quasi a non saper come fare.
Sembravi pensare…
Chissà quante scene ti sono tornate in mente, quante persone hai rivisto nelle tue fermate immaginarie.
Anni nella stessa linea, nello stesso tragitto. Conducevi i ragazzi dai paesi alla città per tutto il tempo delle superiori, così trasportavi la loro felicità, i loro affanni, i loro amori che avrai visto nascere. E poi tutti gli altri passeggeri, che tu raccoglievi come quando suonava la campanella in classe ed iniziava l’appello.
Quel giorno, al capolinea, ti ho scattato una foto di nascosto.
Oggi la giro e rigiro tra le mani.
Sembri quasi somigliare all’autista che ti saluta con la mano decisa, mentre la tua, aperta, sembra chiedergli di aspettare, come se tu volessi risalire in quell’autobus e prendere il suo posto.
Ma i suoi capelli sono nerissimi ed i tuoi lo erano così tanti anni fa, il suo orologio riflette di una luce che il tuo non ha, la sua camicia è quella di una divisa che tu tieni appesa nell’armadio.
A Natale ti avevo regalato il libro diffuso per il centenario di APM, tu non ne avei mai letto uno, ma ti sei messo a sfogliarlo con le lacrime agli occhi.
Sarà che oggi è una giornata piovosa, forse per questo continuo a rigirare tra le mani questa foto rubata.
Dietro al tuo saluto leggo nostalgia per un tempo che non c’è più, per un libro a cui sfogli le immagini di nascosto, per una vita salita in un vecchio “postale” e mai scesa.
Seguita a piovere, tu esci da casa senza ombrello, non ci sono fermate all’orizzonte e ti allontani  lentamente…
Mi ricordo di due giorni fa, di un pullman che partiva in orario, senza aspettarti.
E tu, con le spalle basse, che lo hai seguito con lo sguardo fino alla fine.

***
Immagine: La foto al capolinea di Cinzia Corneli

E le stelle stanno a guardare

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calambrone

Eravamo nei primi anni ‘30.
Vivevamo in una campagna vicino a Livorno, piena di boschi di macchia mediterranea. Questa macchia è costituita da piante di alto fusto, come pino marittimo, cerro, quercia, leccio e da arbusti: erica, corbezzolo, mortella, ginepro.
La bellezza di questo tipo di vegetazione, si avverte in particolare in autunno, per il colore delle bacche e dei frutti selvatici maturi.
Non manca neppure la fauna selvatica come lepri, conigli, fagiani, merli. I merli, a primavera, nella stagione dell’amore, cantano dei motivi molto romantici diretti alla femmina per sollecitarne l’incontro.
L’abitazione era in collina, raggiungibile attraverso una stradina in salita, collegata alla strada principale che arriva a Livorno.
Da qui, osservando il panorama si vedono la costa tirrenica e, qualche volta, anche quella adriatica.
A volte, quando soffia il vento del maestrale, che proviene dal mare, la dolcezza dell’ambiente ci rende romantici e ci fa sognare lidi di primavera e storie d’amore su una piccola isola sconosciuta.
Da quanto sopra esposto vien da pensare a questo ambiente come ad un paradiso terrestre. Ma non era affatto un paradiso. Vi erano i vari lavori agricoli, molto pesanti, la cura del bestiame e noi ragazzi si doveva frequentare la scuola.
Ogni anno, il 10 agosto, quando a San Lorenzo cadono le stelle, noi ragazzi passavamo la notte fuori e ci facevamo compagnia. Eravamo un gruppo di ragazzi e ragazze.
Osservavamo il cielo seduti sull’aia, con lo sguardo rivolto dalla parte del mare.
Qualche volta ci recavamo, in bicicletta, fino alla spiaggia del Calambrone.
Scrutavamo il cielo per vedere le stelle, ma il più delle volte questo era un pretesto. L’importante era lo stare vicino, perché in quella notte magica nasceva anche l’amore.
Parlando in prima persona, era nato un amore grande e spontaneo, illuminato dal romanticismo che ci circondava.
Stavamo vicini e ci legava l’affetto. Guardavo i suoi occhi innamorati e li consideravo le stelle più brillanti di quella notte.

L’olio di San Bernardino

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Basilica di San BernardinoOcchi disperati cercano risposte nel cielo che ora appare dall’enorme squarcio sulla cupola, quella della basilica di San Bernardino, a L’Aquila. Un gioiello architettonico rinascimentale che conserva le spoglie del Santo Protettore della città e la sua maschera mortuaria in cera, entrambe esposte in un’urna d’argento, all’interno di un monumentale mausoleo marmoreo che, scolpito a bassorilievo e firmato da Silvestro Dell’Aquila, si erige in una grande cappella affrescata da Cenatiempo.
Anche il campanile ha una spaccatura arrecata dalla disastrosa caduta delle campane. E pensare che, proprio su una di esse, è incisa la scritta “San Bernardino proteggici dal terremoto”.
Perché questa chiesa ha già subito, nei secoli, violenze da terremoti.
La costruzione della basilica iniziò nel 1454, dieci anni dopo la morte di San Bernardino. Ma i lavori furono interrotti nel 1461, proprio a causa di un sisma.
La costruzione fu poi completata nel 1542, ma una nuova scossa tellurica, nel 1703, ne devastò l’interno barocco risparmiandone, miracolosamente, il bel frontale.
Indubbiamente, guardando il cumulo di macerie di un luogo in cui più nulla è di nessuno, tra le lacrime per la perdita di vite e di speranze, forse la distruzione di una testimonianza religiosa e artistica, pur se di un prestigioso passato che ha sfidato il tempo per arrivare fino a oggi, può mostrarsi non importante.
Tuttavia, è anche la storia, la nostra, a essere stata dolorosamente ferita.
Nel primo progetto, di cui non si conosce il nome dell’architetto, la chiesa aveva una struttura somigliante a quella di Santa Maria del Fiore di Firenze. Infatti, San Bernardino nacque in Toscana, dalla famiglia degli Albizzeschi di Siena, l’8 settembre 1380 e morì a L’Aquila il 20 maggio 1444.
Fu santificato dal papa Niccolò V nel 1450.
Prese l’abito dell’Ordine dei Frati Minori a 22 anni e fu un grande predicatore, soprattutto nell’Italia settentrionale.
È citato nella storia del pensiero economico perché scrisse un’opera completa sul sistema produttivo che ha per titolo “Sui contratti e l’usura”, in cui tratta argomenti relativi alla proprietà privata, all’etica del commercio e alla determinazione del rapporto tra valore e prezzo, biasimando severamente l’usura.
[Continua...]

Territorio e motori

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Territorio e motori

Questa che voglio raccontare è una storia vera che prese le mosse verso la fine degli anni ’40, mi riferisco, ormai, al secolo scorso e, dipanandosi sino a noi sospinta dagli echi, spesso a lungo sopiti, della storia, delle tradizioni e del sentimento connessi al culto per il nostro territorio.
La vicenda che narrerò è piena di sentimenti umani e di autentica passione sportiva e, nel ricordo di avvenimenti che si sono verificati durante la mia infanzia, non possono prescindere dall’affetto e dalle profonde radici che mi legano ad una persona cara della mia famiglia.
E’ mia intenzione raccontare di mio padre Francesco, pilota e costruttore automobilistico che, nei lontani anni ’50 si mise in evidenza in Sicilia, per la sua genialità inventiva e le imprese sportive. Scrivere di lui, lo considero un privilegio unico, come del resto si considerano, ancor oggi, dei privilegiati coloro che come me lo hanno conosciuto e gli sono stati accanto anche fisicamente. Il resto lo esprimerò con l’orgoglio di appartenenza alla mia terra di Sicilia ed alla mia città natale Trapani, lasciandomi trasportare dall’onda emozionale dei ricordi che mi riconducono con nostalgia alla mia gioventù.
La storia dell’automobilismo sportivo a Trapani, comincia nel lontano, ormai, 1948 quando un meccanico con una grande esperienza di macchine e motori ed una non comune abilità nella guida, decide di ritornare alle corse, con una macchina nuova, interamente da lui costruita nella sua officina meccanica. Egli, dopo avere effettuato un lungo periodo di apprendistato e di specializzazione tecnica presso le più grandi e rinomate officine meccaniche di Palermo ed avere accumulato numerose esperienze come pilota di macchine da corsa, con la partecipazione a tre edizioni della “Targa Florio” e ad una del “Giro di Sicilia”, nel 1930 si trasferisce a Trapani. Quell’esperto pilota e quell’ingegnoso meccanico era mio padre !
Siamo appunto nel 1948, quando Francesco Sartarelli, nato a Jesi nelle Marche ma, trapanese d’adozione, con una corposa esperienza di tecnico e di pilota, tornava alle corse e precisamente alla VIII edizione del “Giro di Sicilia”, con una macchina della quale era il costruttore.
[Continua...]

L’accattona

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“Mamma, sta passando Rinella. Devi darle qualcosa, vuoi che la chiami dal balcone?
“Sì, sì. Fai presto che la busta dei vestiti smessi è nell’armadio del corridoio già da qualche settimana. Almeno ci leviamo questo ingombro e facciamo un po’ di spazio. Dille di passare nel pomeriggio che devo metterle ancora qualcosa da parte.”
Durante il cambio di stagione, Rosa aveva scartato un bel po’ di vestiti che ormai stavano stretti ai suoi figli. Generalmente li conservava ancora per un po’ prima di rassegnarsi a portarli dal parroco, a farne stracci per i vetri, quando la mussolina o il cotone erano più sottili, di quelli che non lasciavano il pelaccio, o ad accantonarli in scatole per poterli esibire, un domani, ai nipoti con orgoglio di nonna. Il più delle volte, però, l’esigenza di fare spazio in una casa che, di giorno in giorno, si rivelava sempre più piccola per i molteplici interessi della famiglia, la induceva ragionevolmente a sbarazzarsene. E, allora, incominciavano le grandi manovre dello smistamento che si rivelava altrettanto complicato che la selezione di scarto. Per fortuna c’era Rinella. Chi non la conosceva, in paese?
“E chi è Rinella?” aveva chiesto un giorno a sua cognata Anna.
“Rinella di Arcangelo, il figlio della comare Pina, quello che se n’è andato in Germania, o in Belgio, insomma al Nord, qualche anno fa e non è più tornato.”
“Ah, sì. Ora ricordo, quella specie di barbona che passa spingendo il carrozzino, attorniata da un nugolo di mocciosetti luridi di tutte le età. Quanti figli avrà? E sono tutti figli di Arcangelo?”
“Sì, poverina. L’ha lasciata che era incinta dell’ultimo, il lagnone della carrozzina. Che forza! Come riesce a tirare su una famiglia di sette figli?”
Rinella faceva l’accattona e non se ne vergognava. Suo marito era andato via senza lasciarle un soldo, anzi con qualche debituccio dal salumaio, qualche soldo da restituire alla comare Angelina, un bel conto dal vinaio Tommasino. E un conto anche nella sua pancia.

[Continua...]

Mammaaaa… mammaaaa… mammaaaa…

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AliSogna-Alessandro-Passerini

L’orologio su cui punto troppo spesso gli occhi durante il giorno e, talvolta, anche durante la notte, segna le ore 11,20.
Comprendo che non riuscirò ad incontrare puntualmente alle 11,30 i miei clienti che dovranno aspettarmi in studio.
Mi sono trattenuta in banca più di quanto prevedessi, cerco di dare velocità alla mia andatura come se servisse ad arrivare in orario e non sortisse invece l’unico effetto di farmi inutilmente trafelare.
La gente cammina, mi viene incontro, mi supera; è gente che come al solito, per me non ha volto, non ha storia, non ha interesse.
Saluto velocemente una persona che conosco poco ma che anche se conoscessi meglio otterrebbe da me un saluto comunque veloce e necessariamente sfuggente.
Sento una voce a pochi metri da me, è la voce di una bambina avanti a un portone.
La bimba è vestita di blu e di azzurro, blu il jeans, azzurra la maglietta. Ha capelli chiari, lunghi e ricci <<mammaaa… mammaaa… mammaaaa…>> chiama sollevando al cielo la testa verso il piano forse più alto della palazzina del centro storico di soli due piani.
<<Mammaaa… mammaaa… mammaaa…>> mi allontano mentre chiama ancora <<mammaaa,mammaaaa… mammaaaa…>>.
Non è più la sua voce, è la mia voce <<mammaaa… mammaaa… mammaaa…>>.
La palazzina di soli due piani è sul lungomare di Salerno, non è un giorno di maggio ma un giorno di febbraio e non sono le 11,30 ma è un’ora del primo pomeriggio.
[Continua...]

Nipote

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Dipinto di Dorella Dignola

“Lo accompagnerò io!”
Giulia guardò suo figlio accasciato sulla poltrona del salotto, con le lacrime che gli cadevano sulle mani incrociate, come in preghiera.
“Io non ce la faccio mamma, mi sento morire! Grazie, sì, vai tu all’aeroporto, io non sono capace di fare anche questo: accompagnarlo e dirgli addio!”
Quattro anni prima, in un mattino d’autunno, Roberto l’aveva svegliata di soprassalto per dirle che il bimbo stava nascendo.  Giulia si vestì un po’ affannata, guardò l’orologio e lesse che erano le cinque.
Corse a prendere la macchina nel garage, come se dipendesse da lei che pochi istanti in più o in meno potessero compromettere la nascita di suo nipote. Percorse velocemente, in un’alba rossa, la strada vuota del lago. Sulla riva alcune barche capovolte; in controluce, la sagoma nera di due pescatori chini a guardare il pescato della notte.
Nell’urgenza il cuore le palpitava forte nel petto; si sentiva necessaria, insostituibile. Il medico, l’ostetrica erano il corollario obbligato per l’evento, ma ciò che contava era che suo figlio e lei fossero presenti alla nascita di Simone.
Lo vide già nato tra le braccia di suo figlio con gli occhi stranamente spalancati e limpidi, stupiti come se capissero e vedessero i volti amorosi chini su di lui.
Le guance impalpabili come petali di papavero, la carnagione di pesca matura e sul capo una chioma di capelli neri del tutto inusuale.  “Gemma del mio ramo! ” Pensò.
Una tenerezza infinita le inondava l’anima e le ingorgava in gola le parole che le uscivano stridule ed anche un po’ buffe…
“Mio tenero bimbetto, mio adorato nipotino, mio diletto!” Balbettò!
Ora gli avrebbe fatto indossare le scarpe, il cappottino e lo avrebbe accompagnato all’aeroporto, dove la mamma lo aspettava per portarselo via, lontano, nel suo paese d’origine come aveva decretato il giudice del Tribunale.
Gli guardò il bel dentino nuovo, lo accarezzò sulla testa, lo prese per mano.
Grumo di viscere contorte, gemiti trattenuti, dolore acuto sul volto di suo figlio che la incoraggiava ad avviarsi.
“Guarda, è quello l’aereo sul quale salirai tra poco! E’ bello, è grande, è azzurro.”
“Sì nonna, è bello! Vieni nonna… ma dove andiamo?”.
“In un altro Paese, diverso dall’Italia!”
“Sì, andiamo nonna in quel Paese, vieni nonna!”
“Anima mia, la nonna verrà presto con un altro aereo. Ora ci vai con la mamma!”
“Nonna perchè non vieni anche tu? Nonna quando viene papà?… Nonna io non voglio andare sull’aereo, nonna io non voglio partire… voglio stare qui… non voglio andare in un altro Paese, nonna, nonna, nonna!” Simone è cresciuto e sono passati gli anni. E’ bravo, parla correntemente due lingue, canta nel coro del teatro cittadino, suona il violino nell’orchestrina della scuola, parla a lungo col papà tutte le settimane e riceve ogni mese il pacco della nonna con il pesto fatto da lei, che gli piace tanto, il maglione rosso come le Ferrari lavorato ai ferri, le scarpe nuove ad ogni stagione, l’elicottero che vola, gli amaretti soffici specialità del lago…
“Nonna, ti amo!” dice sorridente, stando seduto sulle gambe del papà, nell’abbraccio dolce e raro degli incontri stabiliti dal giudice.

***
Immagine: dipinto di Dorella Dignola