Bastoncina

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Era una delle stelle più piccole del firmamento.
Ogni notte illuminava il buio profondo del cielo con le altre stelle, e la sua luce, anche se piccola, era tra le più splendenti.
Un giorno, dopo aver attraversato nello spazio una tempesta di onde magnetiche molto violente, iniziò a sentire alle sue punte dei dolori che col tempo divennero sempre più forti. Sperò di guarire, ma il Medico-delle-Stelle dovette purtroppo toglierle ogni speranza: ai danni delle onde magnetiche non c’era rimedio, la stellina era dunque destinata a non poter più salire con le sue sole forze ai livelli più alti del cielo.
Ma lei non si scoraggiò: si fece dare dagli angeli un piccolo bastone per sostenersi e tentare di salire più in alto che poteva.
Non capita tutti i giorni di vedere una stellina che si sposta nel cielo appoggiandosi a un bastoncino, e grande era la meraviglia delle comete e degli asteroidi che la incontravano. Le stelle sue sorelle, che ogni notte la aiutavano a salire, la chiamarono Bastoncina.
Ma con il trascorrere degli anni le stelle si stancarono di aiutarla: erano troppo impegnate, c’era tutto un universo da illuminare, non c’era tempo per lei.
E così Bastoncina, tristemente, dovette rassegnarsi a rimanere confinata nei livelli più bassi del cielo, orbitando lentamente intorno alla Terra sempre appoggiandosi al suo piccolo bastone.
Passò forse qualche decina di secoli, poi una notte la stellina stava percorrendo il suo solito cammino quando scorse la figura luminosa di un angelo che le si avvicinava rapidamente. [Continua...]

Vita sfuggia

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Chi di noi non inventa sui ricordi
coreografie di colori
sulle note di una musica
suadente e indimenticabile?
Emozioni e sensazioni intense
per seguire la voce dell’anima…
Silenzi per sognare i ricordi più dolci
quando uno sguardo profondo
sul senso del vuoto e dell’assenza,
ci accorgiamo che dentro il cuore
e tra le mani c’è soltanto cenere.
Desideri di perdute o velate memorie,
preziose ore di vita sfuggite
sull’eco di un ricordo indimenticato
in istanti di assoluto silenzio.

***
Immagine: The Lady Clare di John William Waterhouse, particolare

Natale 2010

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…e ancora mi chiedo
il perchè di tanto affanno
nel rinnovare apparenze
per rammentare una Nascita,
indelebile segno dei nostri ieri
del presente e del divenire.

…Betlemme è sempre più lontana,
il vento di Giudea non soffia più
sui viaggi convulsi della dimenticanza.

…andrò oltre il tempo
frangendo muri di storia
per udire, come l’umile pastore,
il primo vagito del Bimbo.
venuto al mondo nello spazio angusto
– di una capanna-

nella notte chiara e solenne
apro le pareti del cuore
e m’affido al mistero del Santo Natale.

***
Immagine: Natività di Gerrit Van Honthorst, detto Gherardo delle Notti

I capelli degli angeli

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Li chiamano capelli d’angelo
quei fili argentati che a Natale
coprono le spalle degli abeti.
Ma i volti, gli occhi
dell’innocenza soffocata dal dolore
dove si nascondono,
perché non hanno quella luce
perché non entrano
nei cuori e nelle case?
Forse non vogliono,
forse ci aspettano nei boschi
tra le nebbie dicembrine
nelle trine ricamate
lungo i rami.
Forse, gli angeli sono malinconici
piangono, a Natale.
E sciolgono i capelli sulle spalle
per farci innamorare
della vita
che scorre luminosa
sotto le lacrime.

(tratta da “Verticalità”, Book Ed. 2009)

***
Immagine: Candle in the Wind di Steve Hanks

La bottiglia di vino, il ladro e l’io ritrovato

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1968, da poco laureato, ebbi in dono una bottiglia di vino pregiato.
Un mio vecchio e vero amico degli anni universitari sapeva che apprezzavo il buon vino.
Se ne ricordò e alcuni mesi dopo la laurea me lo vidi arrivare.
Aveva difficoltà economiche nel proseguire gli studi.
La famiglia aveva avuto dei problemi dopo la morte della madre e di una sorella e il padre aveva un lavoro saltuario.
Lui si dava da fare con tanti lavoretti, qualche lezione privata e quant’ altro gli permettesse di guadagnare qualche soldo per pagarsi gli studi.
Riusciva ad andare avanti. Ritardò di parecchi anni la laurea ma alla fine riuscì a prenderla.
Quando mi portò la bottiglia non ancora si era laureato.
Me lo vidi arrivare una sera di maggio del 1968. La primavera era avanzata, la giornata era stata piena di sole.
Il sole che quando a Napoli c’è luce folgorante in un mare dove il riflesso del Vesuvio trasforma l’acqua azzurrina in una splendida donna dagli occhi accesi che si protende sulla città.
Abitavo, allora, in una strada non molto affollata,anche perché non c’era il traffico di oggi.
In casa c’era una vecchia , ma solida credenza,che era di mia madre.
Ancora è in mio possesso.
Ha una struttura solida: due cassetti in alto, porta a due ante: un grosso solido rettangolo.
Quando entrò in casa quella sera del due maggio 1968, ricordo ancora la data, stringeva fra le mani, con lieve imbarazzo nella posizione delle braccia, un cartoccio che manifestamente conteneva una bottiglia. [Continua...]

Inno alla vita

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Si aspetta trepidanti
che giunga il Nuovo Anno
come se fosse un bimbo
per tanti mesi atteso.

il passato s’accantona
come una cosa smessa,
cercando di scordare
quello che ci ha deluso

giornate ormai lontane,
portate via dal tempo,
come se fosse vento
che fa volar le foglie.

S’accoglie l’Anno Nuovo
che avanza trionfante
tra fuochi d’artificio
brindisi ed allegria,

miriadi di stelle
di sogni e di progetti
nel mare di speranza
in un inno alla vita!

***
Immagine: Heartreaders di Thomas Canty, particolare

Favola sulla vita

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All’improvviso un pò di luce. Sento freddo. Ma prendo forma. Esploro con la mente il mio corpo, sono composto da tante punte, sono sottile sottile. All’improvviso precipito! Sono così leggero che inizio a volteggiare sospinto dal vento. Guardo in su mentre lascio la mia culla di morbida nuvola. Se guardo in basso sono tante le luci che ammiccano sfavillanti dalle strade piene di gente. Sorrido, senti che bella musica arriva da laggiù! Tutto si avvicina, capisco che la mia breve vita sta per giungere al termine. Noto un bimbo con la faccia rossa rossa dal freddo che guarda in su. Gli occhi semichiusi a proteggersi dal turbinio dei miei fratelli e sorelle. Scelgo lui, come meta finale di questo viaggio che chiamiamo vita. Lo guardo mentre mi avvicino, sorride felice, la lingua in fuori a mò di pista di atterraggio, per catturare quei freschi piumini. E atterro sul nasino rosso rosso di freddo e di felice eccitazione. E’ il suo calore a decretare la mia fine. Ma muoio felice cullato dal gorgoglio della sua risata: mi sciolgo e mi immolo al calore umano di un bimbo che, meravigliato, osserva a faccia in su una nevicata di tanti piccoli fiocchi di neve, come me.
E tutto ha un senso.
Si dice che la vita sia sempre troppo corta. Ma è il senso che le diamo quello che le da spessore, come la spendiamo e la felicità che diamo agli altri.
Anche se loro non lo sanno.

***
Immagine: Koltsovo di sera di Vladimir Prokoshin

Le cose perdute

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Nel tempo
le cose perdute
mi ritornano
alla mente,
nuove
tirate a lucido,
nitide.
D’imperio
si presentano
nude
senza retorica,
immagini conosciute
nelle forme,
affettuose
nei ricordi …
Seguo con le dita
i contorni
le accarezzo
le bacio
con il pensiero,
annuso
l’odore insistente
che viene da lontano
le assaporo
con la bocca
e mordo gli spigoli
di un passato
ancora troppo recente
per dimenticarlo
del tutto…

Erba, 6 gennaio 2011

***
Immagine: My sweet rose di John William Waterhouse, particolare

L’amore in un caffè

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Trovai l’amore appiccicato
sul tuo viso di creatura
indaffarata
quasi per caso
in un caffè
alle sette di una sera

Le auto correvano veloci
sfidando
gli incroci cittadini

La gola irritata dallo smog
venticinque sigarette
andate in fumo

Pioveva fuori
ti guardai

Sull’uscio un accattone
malediva il suo destino

***
Immagine: About Love di Irene Sheri, particolare

La mia rosa spina

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Un cespuglio di rose bianche mi aspettava ogni domenica mattina all’ingresso della casa dei nonni.
Era un groviglio di rami, foglie, petali e spine. Lo guardavo ammirata perché, anche se fiore selvaggio cresciuto ai bordi di una strada di campagna, aveva una straordinaria forza che solo gli esseri indipendenti posseggono.
Immaginavo la sua lotta con il vento, il sole, la pioggia, ma la sua resistenza era pari alla sua voglia di vivere.
Un giorno, in punta di piedi, allungai la mia mano di bambina per cogliere una rosa da portare con me, una spina mi punse, una goccia di sangue sgorgò dal mio dito che ritrassi subito più per paura che per il lieve dolore. Forse il mio fiore non voleva perdere la sua libertà, forse non voleva lasciare gli altri compagni, forse la bellezza della natura va ammirata e conservata nella sua integrità. Da quel giorno il mio cespuglio divenne un amico da rispettare, in effetti, stava lì, piantato nella terra da prima che io nascessi, orgoglioso baluardo di una dimora semplice, immersa nel verde, vegliata dai ritmi naturali delle stagioni.
Da solo, ma con tenacia, resisteva alle folate gelide dell’inverno e si lasciava accarezzare dalle tiepide brezze estive.
Ascoltava le tempeste di dolore nei cuori della gente che passava, ascoltava i timidi sussurri degli innamorati al loro primo bacio, ascoltava i silenzi tristi delle mamme in attesa del ritorno del proprio figlio partito chissà per dove, ascoltava i rimpianti delle mogli insoddisfatte del loro ruolo di angelo del focolare, ascoltava l’incapacità degli uomini di comunicare tra loro idee, pensieri, sogni, ascoltava i respiri affannosi degli anziani lasciati soli al tramonto del loro percorso.
Quella rosa, d’integro candore, era un miscuglio di fragilità e fierezza, severità e mitezza, generosità e crudeltà, saggezza e ribellione. Quella rosa con le sue spine proteggeva la sua dignità di essere al mondo.

***
Immagine: The rose garden di Carl Frederik Aagard

Filastrocca degli angeli

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Rivela i tuoi desideri al vento
che li rivelerà agli alberi
che li sospingeranno attraverso
le radici
nel cuore vivente della Terra
per risalire e tornare
a parlare a un ruscello
che parlerà al mare
che li rivelerà al vento…

***
Immagine: Angel di Abbott Handerson Thayer, particolare

Che fine hanno fatto le pecorelle?

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La mattina di Natale, all’alba quando ancora tutti dormivano, nel presepe di casa Rossi si scatenò un putiferio. Baldassarre si metteva e si toglieva continuamente il turbante tutto agitato, parlando con la pastorella venuta dalle colline seguendo la cometa, un angelo di terracotta non aveva idea di che pesci pigliare e chiamava Dio a gran voce, mentre Melchiorre passava i minuti a girare come un matto da ogni statuina interrogandola fino allo stremo.
Ma non c’era nulla da fare. Maria e Giuseppe cercavano di tappare le orecchie a Gesù bambino mentre un Gaspare infuriato diceva cose che non si dovrebbero mai dire, men che meno in un presepe la mattina di Natale!
«Insomma, un po’ di contegno!» gridò ad un certo punto un pastore con una lunga barba nera, che era senza un orecchio per via di un incontro ravvicinato con la piccola di casa di due anni.
«Non siete alla fiera, insomma! E’ mai possibile che vi comportiate come statuine qualunque?»
Al che il mugnaio uscì dal suo mulino made in China, ancora tutto infarinato e rosso in faccia.
«Forse tu, caro mio, non capisci minimamente la gravità della situazione. Che dignità può avere un presepe senza pecore?» Al che un borbottio quasi unanime si propagò per i muschi e i sassolini bianchi.
D’un tratto sbucò dalla mangiatoia il bue assonnato, che la sapeva sempre lunga sui pettegolezzi di casa, e sussurrò con fare da cospiratore:
«In verità si dice, e questo me l’ha detto Sbrodolina nella cesta dei giochi, che gliel’ha detto Pikachu, che ha parlato ieri sera coi Teletubbies sulla mensola, che le pecore sono state rapite!!»
Ogni statuina ricevette la notizia come se gli avessero detto che era ora di cambiare presepe. La madonna si mise a piangere disperata, e fece ciò che le riusciva meglio, pregare. L’asino salì in cima ad una montagna di cartapesta e iniziò a ragliare: «Rapite! Rapite!» e l’acqua della fontanella per un paio di secondi si fermò, mettendosi in ascolto.
Insomma, si stava scatenando un vero inferno. Chi è che aveva rapito le pecorelle dal presepe? Ogni statuina, senza volerlo ammettere, si sentiva fortemente minacciata. Mai nessuno aveva attentato alla loro vita! E ora una figura misteriosa le faceva sparire! Forse ci sarebbe stato pure un prossimo rapimento?
All’improvviso l’asinello trovò un biglietto tra la paglia, proprio dove prima c’era una bellissima pecorella con la lana di nylon. L’asino lesse il biglietto e scoppiò a ridere, poi lo passò a Gaspare che imprecò, che lo passò a Melchiorre che lo lesse a voce alta, cercando di trattenersi e diventando così di un viola paonazzo.

«Qui è il sindacato PP, Pecorelle del Presepe. Dati gli ultimi rilevamenti fatti sulla condizione delle stesse, abbiamo indetto uno sciopero generale il giorno di Natale o 25 dicembre, seguito da una manifestazione in piazza. Lo scopo dello sciopero generale è di protestare contro il blocco dello scatto di anzianità riguardo allo stipendio delle suddette. Firmato: Heidi.»

***
Immagine: Sheep in Winter di Thomas Sidney Cooper