Ora c’è, ora non c’è più

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Ora c’è, ora non c’è più
come i fiocchi di neve cadono
e quando arrivano a terra svaniscono.
Ora ci sono, ora non ci sono più
come gocce di pioggia scendono
si perdono in un lago e non si contano.
Ora ci sei, ora non ci sei più
come un sogno che aprendo gli occhi muore
e il mattino diventa incolore.
Ora c’è, ora non c’è più
come un dolore sordo qui nel cuore la tua assenza
colpisce a morte la mia esistenza.
Ora c’è, ora non c’è più,
anche gli angeli partono fra la notte e il giorno.
Se cadrà una piuma, sarà come il tuo ritorno

***

Immagine: L’Amour Sous Umbrelle di Andrei Protsouk, particolare

Concorso di Emozioni 2010, la canzone su Youtube

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E’ possibile ascoltare su Youtube la canzone creata dalla VS Records con le parole del testo di Luca Gamberini scelto tra le opere della sesta edizione del Concorso di Emozioni 2010. Si tratta della registrazione dal vivo del brano presentato durante la serata finale del Premio Nazionale Musica d’Autore “Cantautori Bitontosuite”, davanti a un folto pubblico e alla Giuria di Esperti presieduta dal famoso critico musicale Dario Salvatori e formata da: Gianni Colonna, Alessandro Pasqualicchio, Nicla Morletti, Pietro De Lucia, Gigi Savoni, Mauro Gasparre e Marco Laccone. Canta Dana Marino, al pianoforte Sabino Valerio.
[Continua...]

La canzone del Concorso di Emozioni!

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Le parole d’amore pubblicate durante la sesta edizione del Concorso di Emozioni diventano una canzone d’autore!

E’ Luca Gamberini, poeta e scrittore bolognese, l’autore del testo della canzone realizzata in collaborazione con la VS Records, etichetta discografica indipendente.

Il titolo del testo è “SOLO” ed è stato scelto tra tutte le opere che hanno partecipato al Concorso di Emozioni 2010, Iniziativa letteraria che si svolge ogni anno, all’inizio di primavera, nel Blog Manuale di Mari.

Il brano sarà eseguito dal vivo nel corso della serata conclusiva del Premio Nazionale Musica d’Autore Cantautori Bitontosuite 2010.

Ti informiamo che sarà possibile seguire l’evento in diretta streaming sul web nel portale BitontoTv:
http://www.bitontotv.it/cms/news/4516/69/Questa-sera-in-diretta-la-serata-finale-del-concorso-Bitonto-Cantautori-Suite/

Il link diretto per lo streaming:
http://www.bitontotv.it/cms/webtv/

Fiore

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Ti coglierò tra l’erba ariosa e folle,
schiusa nel calice del tuo segreto,
ancora così gracile di vento
sotto l’azzurro immenso dov’è vita
la luce che ti avvolge e poi si stende
sopra le mie rovine e tra le spine.
In quest’età quest’attimo quest’ora
mi strapperai un sorriso e una preghiera.

Immagine: dipinto di Vladimir Volegov

Per sempre

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Dietro il mio pensiero
c’è la fame di te.
Sopra il mio corpo
c’è il fantasma di un desiderio.
Oltre la mia immagine
c’è il Triangolo delle Bermude.
Sparirò anch’io,
come spariscono la fame
e il desiderio.
Ma l’anima accarezzerà
per sempre
il ricordo di quest’amore.

Immagine: Alien in love in Daniela Patrascanu

Segreto

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Intimo ti nascondi
profondo, dove nessuno
vede e sa.
Mi risali in mente,
all’improvviso,
mi riapri il cuore,
ti rifai sorriso e, lieve,
un brivido mi ritorna a te
e ricompone l’immagine
d’una gioia provata,
d’una bocca baciata,
d’una poesia ascoltata.

Immagine: Volto di donna di Dorella Dignola

Alla nostra passione

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Alla nostra passione
ricordi, amore
alzammo il calice
allo scoccare
della prima ora
di un tempo
senza tempo
al dono
che volevamo farci
entrambi
quell’attrazione
di una calda terra
in cima alla collina
per consumare
quel che resta di noi
dentro il castello
dove nevica d’inverno
e solitudine scuote
amate radici
e fragore popola
di fantasmi
ferite
mai rimarginate
pagine macchiate
di questo libro
che un vento
di sud-est
non sa leggere
ma sfoglia tutte
e della mia vita
infuoca il sogno
che io non abbandono.

Da “Graffi obliqui” di Daniela Quieti

La fidanzata di Joe

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(…) Joe non amava molto parlare di donne e di sesso. Era sposato. A lui bastava sua moglie, se solo l’avesse avuta al suo fianco. La sera tirava fuori dal taschino la foto di Teresa e la baciava di nascosto, per paura di essere deriso dai compagni per quell’atto da femminuccia. Dalla foto gli occhi sottili e allungati di sua moglie sorridevano timidi. Era una bella ragazza di campagna di quelle solide, con i fianchi generosi che rassicurano gli uomini. E, infatti, non ci avevano messo molto ad allargare la famiglia. Dopo il matrimonio aveva avuto due sole settimane insieme a lei. Ancora aveva il gusto in bocca di quelle notti timide in cui, tutti e due, restavano nel silenzio, al buio, sotto la
trapunta rosso vermiglio. Erano due giovani timorati di Dio che si vergognavano ad abbandonarsi l’uno nelle braccia dell’altra. Ma si erano scambiati sguardi di tenerezza e si erano tenuti per mano, quel poco tempo che se n’erano stati da soli, nella casa sovraffollata dei suoceri.
Prima di partire si era voluto imprimere bene nella mente il colore dei suoi occhi, della sua pelle, dei capelli neri e setosi che le aveva baciato e accarezzato, man mano con più spudoratezza, quando i giorni che restavano prima della partenza avevano incominciato a scorrere come i grani del rosario tra le mani. A sera Teresa pregava in cucina con le altre donne e dalla camera da letto dove lui la aspettava impaziente giungevano voci sonnecchianti e lamentose che quasi non credevano più in quelle implorazioni consunte come stracci e non sempre produttive di felicità. Peppino, steso nel letto con le braccia sotto il capo, come se stesse prendendo il sole nei campi, lo sguardo al soffitto, aspettava e trepidava e s’infiammava di desiderio. Poi arrivava lei, richiudeva la porta con delicatezza, gli si stendeva al fianco e lui si vergognava di quel suo desiderio, per paura che dopo le preghiere le sembrasse impuro. Se l’era portato dentro con sé in America. Lo aveva perseguitato sul bastimento, nei giorni di depressione dell’arrivo, nelle notti rumorose della baracca con Tony, quando uscivano ed entravano lavoratori sudici di miniera, fetidi di mare e di grasso dei motori, sguaiati e volgari. Un desiderio che gli opprimeva il petto, che gli dava scontento e che riusciva a placare solo nelle uscite a mare, che nella quiete lanciava bagliori argentei e nella burrasca appariva grandioso come un Dio…

da “La Fidanzata di Joe” romanzo breve di Lucia Sallustio

L’amore

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Si era quasi alla metà dell’estate, quando, un giorno Marco si accorse casualmente che in spiaggia, a distanza di alcune cabine dalla sua, c’era una ragazza che lo fissava intensamente e con insistenza. All’inizio non lo notò più di tanto, era consapevole d’essere un bel ragazzo e non era la prima volta che era stato fatto segno dell’attenzione da parte delle ragazze, pensò che la cosa sarebbe finita lì.
Constatato, invece, che anche nei giorni seguenti quella ragazza continuava a fissarlo, il fatto l’incuriosì alquanto. Era una ragazza bruna, piccolina, piuttosto rotondetta, perfettamente formata e proporzionata, con un corpo da donna adulta. Quella cosa in sè così strana, era anche intrigante e avvincente perchè, a quell’epoca, stiamo parlando dei primi anni ‘50, non accadeva tutti i giorni che una ragazza prendesse l’iniziativa, cercando di provocare in ogni caso una reazione da parte sua. Marco decise che doveva trovare il modo di conoscerla….
Tenuto nel giusto conto le consuetudini e i pregiudizi ambientali dell’epoca, non era facile iniziare un rapporto di conoscenza con una persona dell’altro sesso, bisognava trovare il modo. A questo punto, bisogna fare un inciso di carattere sociologico che sia utile a chiarire qual’era, in Sicilia, la così detta “morale dominante” che regolava, senza possibilità di trasgressioni, i rapporti tra due persone di sesso diverso. In ogni caso,il rapporto di conoscenza e di frequentazione doveva avere la sua ragion d’essere che di solito era identificata nella finalità del matrimonio. Alla luce di queste considerazioni tutto sembrava molto complicato e quasi impossibile da realizzare, tenuto conto che Marco e quella ragazza avevano appena quindici anno ciascuno.Quel codice tribale di comportamenti che regolava l’instaurarsi di un rapporto fra due persone di sesso diverso, si riconosceva in un’epoca e costituiva la “summa” di tradizioni, usi e costumi d’intere generazioni passate e costituiva il retaggio, atavico, nella formazione della cultura e della morale delle popolazioni d’intere regioni….
E venne il giorno della dichiarazione d’intenti, accadde tutto com’era cominciato, fu lei Sara, che disse a Marco d’essere certa di amarlo perdutamente e che, se lui voleva, il suo amore sarebbe durato per sempre. Marco rimase in silenzio, affermare che non se l’aspettava sarebbe stato un mentire a sè stesso, forse avrebbe voluto prendere lui l’iniziativa ma, non si sentiva sicuro forse, aveva paura d’impegnarsi per il futuro. Non si sentì di dire niente, erano entrambi molto giovani, prendere un impegno del genere per tutta la vita a quindici anni gli sembrava un’enormità. Si sentiva confuso, aveva bisogno di riflettere, la cosa lo faceva diventare, per il ruolo che doveva assumere, più grande di quello che era in realtà. Quella notte Marco non potè chiudere occhio, mille pensieri affollavano la sua mente; per la prima volta, nella sua vita si ritrovò a farsi un profondo e sincero esame introspettivo. Si trovava di fronte ad un evento nuovo come non mai, qualcosa che lo aveva aggredito improvvisamente e lo teneva stretto, prigioniero di sè stesso. L’estate stava finendo, forse la stagione più bella che egli avesse mai trascorso e non solo per quell’ultima cosa che gli era capitata. Stranamente, non si rendeva ancora conto che proprio quest’ultima cosa, era la più importante e la più bella che gli potesse capitare: si era innamorato! (…)

Tratto da “Viaggio nella memoria” di Vittorio Sartarelli, pubblicato nel 2005. – L’AMORE -

Quando finisce un amore

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Si racconta che l’anima di una persona amata vive dentro di noi e quando esce dal nostro essere muta profondamente, diviene una diversa entità. Che è come dire che non esiste più. Non muore certo, ma è come se fosse un’altra persona. Ma questa verità, purtroppo, vale anche per noi.
Per questo devo averti amata oltre ogni limite. Per me e per te. Quanto nemmeno riesci ad immaginare.
Per questo ti sei sentita diversa, quando ho smesso di amarti. E quella sera, tornando nello stesso posto, ricordavi una notte completamente diversa. Come un altro mondo, un’altra vita. Pensando a come eravamo cambiati. Sentendoti come quando ci si sveglia da un dolce sogno, ti sei chiesta perché era così immensa quella notte. E la piazza e il cielo erano come un disegno pieno di dolci ghirigori, i più dolci che hai mai tracciato. E i suoni della strada, le voci della gente non un intollerabile frastuono ma una meravigliosa sinfonia.
Eravamo innamorati. Perdutamente innamorati. Ora, quasi non lo ricordi più. Ora sei un’altra persona. Forse più bella e più brava dell’altra che non c’è più. Hai successo. Tutti pendono dalle tue labbra e dai tuoi sguardi. E pronunci parole preziose. Però non ricordi più l’origine di quei ghirigori, potresti tracciarli ancora, sempre più complessi e perfetti ma scopriresti che non si raggomitolano piu verso l’infinito, girano su se stessi e finiscono in un angolo. Un lato qualsiasi di una piazza. Anonima piazza. Un triste luogo finito.
Ed io che ho conservato quel tuo disegno quasi non lo vedo più, i suoi contorni sono confini di un universo che non esiste più. Anche per me.

Buona fortuna ragazzi

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Li osservo, per un attimo, prima di prendere la borsa della spesa dall’auto e salire in casa. Lei ha una camicetta bianca e una gonna nera, lui una maglietta sportiva e dei blue jeans di marca. Avranno sedici anni, si baciano, si stringono, si toccano e, mentre li guardo, sorrido.
Mi dico “adesso tocca voi, ragazzi! Il mondo vi appartiene.”
e ripenso ai miei sedici anni, fatti di solitudine e di stanchezza, come può essere stanco un pendolare che tutti i giorni è costretto a prendere i treno per andare su e giù da un’altra città per studiare.
Salivo sul treno ancora in corsa, mi sistemavo accanto al finestrino e guardavo fuori per non dover salutare o sorridere alla gente che saliva dopo di me, mosso da un risentimento cieco verso un mondo che mi appariva banale e ipocrita, che non riuscivo ad amare in alcun modo, e che ripagava il mio malanimo con tanta emarginazione e tanto duro isolamento.
Sapevo che soltanto una storia d’amore avrebbe potuto fare il miracolo, tirarmi fuori da quell’inferno in cui mi ero cacciato, condannato da chissà quale oscura ancestrale colpa .
Sapevo che Anna avrebbe potuto guarirmi. Anche lei pendolare, per motivi di studio, aveva quindici anni,e tutto lo splendore dei suoi anni.
Spesso abbandonava le amiche per starsene un po’ con me. Aveva due occhi neri, stupendi, che incrociando i miei, parevano volessero dirmi: “ecco sono qui, non voltarmi le spalle ancora una volta, per favore”.
Invece finiva ogni volta con un semplice saluto senza una parola affettuosa, senza un bacio, senza una tenerezza tra noi.
Me ne tornavo a casa solo, arrabbiato e scontroso, con stampato in testa il suo sorriso triste e dolce allo stesso tempo.
No,non sono mai riuscito a colmare le distanze tra di noi, quelle distanze che soltanto io vedevo, che piano piano sono diventate un abisso.
Non sono mai riuscito a dirle che l’amavo,che ero ostaggio di un demone che m’impediva di mostrarmi e rivelarmi, nonostante i miei sforzi, le mie lotte feroci per annientarlo.
Alla fine, delusa, se n’era andata e dei suoi occhi mi era rimasta soltanto la pena di doverli incontrare in qualche rara fortuita occasione.
Ecco ragazzi, voi che siete riusciti ad andare oltre, che siete riusciti ad aprirvi all’amore, ora avete il difficile compito di far vivere la sua bellezza, giorno dopo giorno, e qui si parrà la vostra nobilitate.
Non date retta al resto, sono soltanto chiacchiere, non fatevi abbindolare da altri falsi scopi della vita. Questo è quello che conta. Beh, io ora devo salutarvi, devo tornare a casa, i lupacchiotti avranno fame ed Elena deve ancora preparare la cena. Mi devo sbrigare. Allora, buona fortuna ragazzi, adesso tocca a voi!

Il vecchio diario

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Trovai il mio vecchio diario nella vecchia soffitta di mia nonna, quando mi ci recai per mettere in ordine le sue cose, prima di vendere la casa. Nonna Agata era mancata da qualche mese ed essendo l’unico suo parente rimasto in vita toccava a me occuparmi delle formalità.
Sorrisi cominciando a sfogliare quelle vecchie pagine ingiallite e d’un tratto i ricordi di quell’estate della mia gioventù, ormai trascorsa, mi assalirono portandomi un dolce vento di malinconia.
Era l’estate dei miei sedici anni ed io ero stato mandato dai miei a trascorrere le vacanze dalla nonna, nella sua casetta al mare.
Quello fu il periodo del mio primo amore. Mentre rileggevo, la mente riandò a quella mattina in spiaggia, quando incontrai per la prima volta i dolci occhi celesti di Margherita ed il mio cuore perse un battito mentre recuperavo il pallone da calcio che avevo inavvertitamente lanciato nella sua direzione, durante una partita con gli amici.
Margherita aveva la mia stessa età ed era una ragazza timida con lunghi capelli biondi e buffe efelidi sul nasino all’insù. Ero convinto di non aver mai visto nulla di più bello in vita mia.
Accorgendosi della mia confusione gli amici cominciarono subito a prendermi in giro ma a me non importava, giacché lei aveva risposto al mio sguardo con un sorriso talmente luminoso da abbagliarmi.
Da quel giorno io e Margherita passammo insieme ogni giorno. Facevamo lunghe passeggiate sulla spiaggia e la sera ci sedevamo sulla riva ad osservare il tramonto, bisbigliandoci frasi d’amore e fantasticando sulla nostra vita futura, un po’ come fanno tutti gli innamorati.
Era l’età dell’innocenza, quel periodo della vita in cui tutto sembra possibile e si è convinti che l’amore duri tutta la vita.
Cosa sia successe in seguito quasi non saprei dirlo. Dopo le vacanze io tornai nella mia Torino e lei si trasferì a Napoli con la sua famiglia. I primi tempi ci scrivemmo qualche lettera nostalgica ma poi le nostre vite presero strade diverse.
Di quell’amore romantico ora sono rimaste solo queste pagine di diario a cui raccontavo ogni mio pensiero. Una lacrima mi solcò il viso. Forse la mia vita sarebbe stata diversa se avessi avuto il coraggio di ritrovare Margherita. Forse sarebbe stata più felice.

La fumatrice sana

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Tu hai un corpo che ti tocca esser bella
ed i segni ed i tratti severi
sul tuo fondoschiena
la tua pesantezza
che fa dolce il tuo sorriso e lo sguardo.
Grazie
se non cerchi l’espressione che atteggia
se non imbrogli la voce per sembrare più bella
se non hai letto nelle sere d’estate
che quei libri che ti discorron nel sangue
e la pelle sincera
delle tue mani.

Grazie se non cerchi l’eccesso

se non muovi le labbra
quando porti la sigaretta alla bocca
se non confondi la tua vita in un gesto
che diventa finzione.
Io vorrei abbracciarti per come fumi e poi guardi
e per come affronti i miei silenzi ed ascolti
anche gli altri parlare:
essere il sospiro di chi ti accarezza,
l’ombra della tua gentilezza che separa
l’essere bravi a vivere
dal capire la vita -
- vorrei guardarti
come si guarda un bambino.

***

Immagine: Autunno di Lerri Baldo, particolare

Amore

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Voglio provare a
scriver d’amore!
l’onda che invade il cuore
a volte pian piano,
a volte con furore
e lo colma di mille
emozioni che roteano
fisse, ossessive,
inebrianti e che lasciano
in bocca sapore di fiore.
Anima occupata, protesa;
e la gioia traspare dagli occhi,
colora di rosa
la vita, la casa, e
ogni più piccola cosa.
Passione, anelito,
voluttà di due esseri
che si cercano,
che si vogliono
che anelano ad unirsi
attraverso gli spazi
del tempo e del sogno.
Mendicanza a quell’Uno
intero creato per
la vita compiuta,
risposta al bisogno.
Canto di sirena che
attrae alla meta del
desiderio appagato,
alla pace raggiunta
per la vita che si vuol
essere piena.

Mio giovane amore

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Mio giovane amore, mia sete,
la mia terra riarsa ti divora
e divento con te gemma di grano
e vite gonfia per la tua vendemmia.

Mia fresca voce d’uomo
tu penetri il mio corpo col tuo suono
ed apri la mia festa
per le cinque porte dei sensi.

Mio giovane amore , mia sorgente,
la mia terra riarsa ti divora
e divento per te gemma di grano
e vite gonfia per la tua vendemmia.

Tu mi percorri tutta,
le tue carezze
fioriscono fontane traboccanti,
scendi nell’orto dei meli selvatici
cresciuti fra i rovi
e mi fai mordere frutti dolcissimi.

Mio giovane amore , mia tempesta,
la mia terra riarsa ti divora
e divento per te gemma di grano
e vite gonfia per la tua vendemmia.

Fiore di spiga
fiore di cactus
in te fermo il mio tempo,
occhio di ghepardo
io ti guardo ti odoro ti tocco
Fioredivento fra le mie bandiere,
fiamma di un fuoco spento
acceso dal tuo soffio.
Fiore del mio passato
in te vivo e mi perdo,
o mio santo peccato.

Mio giovane amore, mia sete,
la mia terra riarsa ti divora
e divento per te gemma di grano
e vite gonfia per la tua vendemmia.

Un uomo senza baci

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Cosa è un uomo
senza amore
Cosa è un uomo
senza una sera
in testa
Cosa è un uomo
senza baci
senza ricordi
Cosa è un uomo
senza amore
E’ un cielo
senza luna
un mare
senza blu
un panorama
senza orizzonte
un cuore
senza speranza
è sabbia
un uomo così
che il vento
disperde
in un attimo
Cosa è un uomo
senza te
che mi baci
con gli occhi
e mi accarezzi
con la mente
è nulla
un uomo così
non esiste
un uomo così
ed io esisto
perché ti amo
perché io e te
siamo insieme
per fare poesia
per fare l’amore
e l’universo
è più bello
è un castello
che colora
di rosa
il cielo
con un bacio [Continua...]

Concorso di Emozioni, si è conclusa la sesta edizione

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Con una bellissima immagine, tratta da “Una storia italiana”, lo spot televisivo della Banca Monte dei Paschi di Siena e dolcissimi versi d’amore, il Blog Manuale di Mari annuncia la sesta edizione del popolare Concorso di Emozioni.

“Un amore sognato, un amore vissuto, un amore nuovo. Condividi belle emozioni d’amore nel Blog Manuale di Mari!”. Questo è l’invito che si legge nell’annuncio pubblicato nel Blog ideatore dell’Iniziativa dove s’incontrano dal 2005, all’inizio di primavera, moltissimi poeti, scrittori, blogger e amanti della scrittura per pubblicare le loro opere e commentare quelle di altri autori.

Quest’anno grandi novità! Con la sezione “Poesia e Musica” i versi di una poesia potrebbero diventare le parole di una canzone d’autore!

Gli autori di opere edite potranno partecipare anche con poesie e brani estratti dai loro libri.

Tutte le informazioni per partecipare e le novità di questa nuova edizione nel post di presentazione dell’Iniziativa nel Blog Manuale di Mari:
http://www.manualedimari.it/blog/2010/03/01/concorso-di-emozioni

Dove ho imparato ad amare

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 Da giorni con la stessa tuta, quella usata in casa, con la scritta smile. Ma come si fa a sorridere, proprio qui, sotto questa piccola tenda, senza niente, con una sensazione di instabilità, di galleggiamento su un pavimento incerto, insicuro. Con un’angoscia di morte imminente in un campo di battaglia, tra autoambulanze, soccorritori, sfollati, maltempo, di fronte alla perdita di familiari, della casa, di punti di riferimento. Di fronte a un futuro che si preannuncia comunque difficile. Invece Maria vuole vivere. Lottando con la terra che trema ancora, crudele, come se volesse dire a tutti di non permettersi nemmeno di pensarlo, di continuare a vivere. Comunque non si può rinunciare a sperare. Perché suona ancora la campana di Onna, il paese simbolo della devastazione del terremoto, la drammatica premessa alle lacrime e ai morti allineati sul bordo della strada. La campana suona a distesa, nella vallata, sui prati, tra i sopravvissuti, con tutti i suoni più familiari perduti tra le macerie, con il dolore atroce per la scomparsa dei bambini e dei giovani del piccolo paese, perché a morire sono stati soprattutto loro. Suona su squarci di case che mostrano l’intimità di un letto intatto, un armadio aperto, immagini di santi, fotografie di famiglie che condividono ora lutti tra remote storie di parentele, su antiche pietre crollate di case, cantine, ovili. Sono viva – dice Maria – sono più forte del terremoto che ha distrutto la mia terra. Non ho ancora pianto, non è il tempo. Ora è il tempo di ricominciare, soprattutto per chi non c’è più. Rivoglio il mio posto com’era. Non posso immaginare di volgere lo sguardo e non vedere l’incanto delle mie chiese, delle mie case, delle mie strade. Non c’è altra immagine nella mia mente che quella del luogo dove sono nata, dove ho imparato ad amare. Giovanni la incoraggia: – Andremo avanti – le dice.

Come Un’Infinita danza

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How fortunate the man Joanna Zjawinska

E’ una sera strana, questa.
Una sera impalpabile e muta del tuo primo Dicembre fiorentino, in cui i confini del tempo e dello spazio si perdono tra mille fili, e la memoria sfuma nel reale.
Ed è così che, dopo tanta attesa, le tue mani afferrano la penna e, quasi dotate di vita propria, gli scrivono.
Gli scrivono una lettera che non leggerà mai.

“Ti ho sognato stanotte, sai?
Eravamo al Mare, seduti sul bagnasciuga, l’uno accanto all’altra.
Un silenzioso pomeriggio d’Inverno, la spiaggia umida e deserta, solo il volo basso dei gabbiani a farci compagnia.”

E parlavate, pacati e lenti – come a voler essere parte di tutta quella quiete – vi raccontavate guardandovi di tanto in tanto negli occhi, vi annusavate, vi sfioravate appena.
E mentre le onde si rincorrevano festose proprio davanti ai vostri piedi, sorridevate.
Sì, sorridevate – questo lo ricordi bene – come due naviganti stanchi e fieri, con addosso l’odore delle acque e delle rotte attraversate. Ma sereni. Sereni per essersi ritrovati lì, dopo tanti viaggi, porti, mappe, cieli e maree.
Dopo chissà quanti diversi sguardi, dita, corpi, voci, parole. Dopo chissà quanta strada percorsa lontani e mai condivisa. Dopo chissà quanti fogli scritti senza che l’altro potesse più farne parte.
Sorridevate come due bambini un po’ cresciuti, con in bocca il sapore delle favole ascoltate e poi dissolte.
Ma felici. Felici di esserlo voi, forse, una Favola.
Voi che eravate di nuovo e ancora insieme, per terminare le frasi lasciate a metà, pitturare le tele incompiute, sciogliere i nodi e ricomporre i ricami. Voi che avevate di nuovo e ancora il tempo, il fiato e la voglia per essere voi e basta, come una volta, come forse sarà sempre.
Quando ti sei svegliata non saprei dire esattamente che cosa hai provato.
Malinconia? Nostalgia? O smarrimento?

“Non lo so, Piccolo Principe – per quanto tempo ti ho chiamato così – non lo so, come non so adesso dove sei, con chi sei, come stai. Se, da qualche parte, ancora, ci sei.” [Continua...]

Punta Spartivento

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Riflessi sul lago di Pedro Roldan

No, non era un addio. Eppure lo era, dentro la sua feroce negazione. Il lago era sotto di loro, vorticoso di vento e di onde spumose e ghiacciate. La punta Spartivento al suo limite estremo, sul piccolo molo proteso, aveva consegnato ai mulinelli di aria fredda le loro parole bisbigliate, i loro occhi lucidi.
Non si poteva dire di più. Lei era appena nata e appena morta, lui un malato miracolato in quel momento, subito dopo ammalato ancora. Sfiorati da un’eternità effimera, lo spazio di una notte, avevano vissuto in poche ore una simbiosi talmente perfetta da lasciarli senza fiato, stupefatti e felici e straziati dentro contraddizioni incomponibili, dentro quella perfezione volatile e crudele.
Allegria sovrapposta per sopravvivere. Risate splendide e tenerezze struggenti, e ancora pochi giorni strappati dentro quel correre insieme come due bambini dietro un aquilone. Indicibili strazi taciuti, beatitudini che volavano fra quattro iridi dilatate, strette feroci di mani a trattenere impronte, a conservare carezze.
Forse non era giusto. Sicuramente era molto pericoloso per la futura pace di entrambi quel fulmineo riconoscersi e afferrarsi senza pensare, senza se e senza ma. Un attimo di perfetto, meraviglioso egoismo.
Lo voglio, sì. Ti voglio, sì. Ti sposo in questo momento,sarò la tua compagna e la tua amante e tua sorella e tua madre,sarò il tuo complice di mille inganni e l’alleato di ogni tua battaglia. Sarò l’alfiere delle tue verità. Saprò difenderti da te stesso e dal mondo.
Saprò camminare da sola senza te, e aspettarti, mentre il mondo sarà per sempre privo di tutti i colori che non siano i colori di questo lago.

***
Immagine: Riflessi sul lago di Pedro Roldan