La governante aprì la porta a vetri che divideva in due l’enorme salone e, mentre si avvicinava al gruppo degli ospiti ed ai padroni di casa, si rivolse alla signora e le riferì che il bimbo, finalmente si era addormentato.
Iris sorrise e promise a tutti che alla fine della serata avrebbero potuto vedere Marco mentre dormiva.
Intanto chiese alla governante di richiudere la vetrata affinché la musica del pianoforte a coda che suo marito stava per suonare non raggiungesse le camere al piano di sopra.
Gli ospiti, intorno al pianoforte, attraverso i vetri della grande veranda che circondava l’attico, vedevano lo spettacolo della cupola azzurra della splendida cattedrale.
La luce dei lampioni della piazza del Duomo si irradiava sui tetti del centro storico.
Di fronte la montagna scura e rigogliosa di Brunate era illuminata dalle luci della funicolare che trasformavano i binari in una fascia luminosa e quasi magica.
Poi, come ogni sera, chiese alla governante di non chiudere la porta della propria camera per poter sorvegliare il sonno del piccolo Marco.
Marco aveva due anni, era un bimbo meraviglioso perché era bellissimo ed aveva un’intelligenza talmente spiccata che lo rendeva di grande precocità nella sua crescita.
I genitori ne erano entusiasti e soprattutto la giovane madre viveva la maternità come un sogno meraviglioso.
Del resto Iris era una donna estremamente appagata da tutto ciò che la vita le aveva riservato. La famiglia ricchissima ed altolocata le aveva consentito di studiare nei migliori collegi della svizzera francese e lì aveva vissuto un adolescenza ed una giovinezza dorate mentre in Italia infuriava la guerra. [Leggi tutto...]
Una camicia a fiori di Elisa Barone
Viaggi della memoria di Bruno Fontana
Dopo New York, Montreal e Parigi arrivare a Roma era un po’ come ritrovarsi in una città di provincia. Era la fine degli anni sessanta e la vita nelle vecchie strade della capitale scorreva con ritmi ancora secolari. Ma i nuovi barbari erano in agguato…
Ricordo l’arrivo a Roma con la mia Dauphine. Venivo da Aix en Provence e avevo percorso l’autostrada del sole, allora ammirata da tutti coloro che varcavano le nostre frontiere in auto. Nel resto di Europa di autostrade così ancora non ce n’erano e i miei amici francesi si lamentavano del ritardo del loro paese nella viabilità ancora collegata alle vecchie e gloriose “routes nationales”. Quella Italia, quella degli anni ’60 – ’70 in pieno boom economico aveva all’estero un’immagine molto positiva, dopo i disastri del fascismo e della guerra. Fino ad allora avevo vissuto all’estero e a prescindere dai soliti luoghi comuni stupidi e un po’ razzisti contro gli italiani che mi avevano accompagnato sin dai tempi della scuola, vi era in quegli anni molta simpatia per questo piccolo rinascimento post bellico. Per esempio nel cinema, dal neo realismo alla commedia italiana fino agli spaghetti western di Sergio Leone, i nomi di registi e attori che avevano conquistato i più sofisticati palati della critica come anche le più vaste platee, era infinito e non vi era festival o Oscar che annualmente non premiasse un Rossellini, un Fellini, un De Sica, un Visconti, un Antonioni o uno Scola, solo per citare i più premiati. E poi Mastroianni, la Loren, la Vitti, Sordi, Gassman e Tognazzi. La gente allora faceva la fila per vedere i loro film sui Champs Elysées o nel Village. La musica di Modugno, Bindi, Paoli, De André o Celentano e le colonne sonore di Ennio Morricone avevano finalmente fatto scoprire una canzone italiana che non era più soltanto quella partenopea. Ed era bello, gratificante sedersi in un caffé a discutere con gli amici francesi o americani di 8% o de “L’avventura”. Ma anche di Umberto Eco, di Moravia e di Sciascia. Insomma non solo, non solo più pizza, mandolini e… mafia… Era l’Italia di quegli anni bellissimi. Bellissimi anche perché non ero ancora un trentenne, ma questo fa parte del fardello degli anni che più diventa pesante, più fa rimpiangere i tempi in cui era lieve.
***
“Quando Roma era un villaggio” – racconto tratto dal libro Viaggi della Memoria di Bruno Fontana, edito da “Tabula Fati”
EVENTI – Rapolano Terme – Bruno Fontana al Molinello Eventi (23 settembre 2010)
Poesie di Carla Palma
- ALBA -
Una bellissima alba
spunta dal mare e ci saluta
con un buongiorno a tutti.
Una bellissima alba
ci riscalda il cuore
ci abbraccia e ci trasmette calore.
Una bellissima alba
non dice mai addio
è sempre unica.
***
- ESSERE -
Vorrei essere un uccello,
che vola sulle nazioni
cercando la pace.
Vorrei essere un uccello,
che vola sul mare
cercando la vita.
Vorrei essere un uccello,
che porta amore
e speranza nei cuori di tutti.
***
- SOGNO -
Sogno un cielo pieno di stelle,
che brillano, illuminando
il cammino della vita.
Sogno una vita piena d’amore,
con tante persone al mio fianco
sempre pronte ad accogliermi.
Sogno un mondo,
che aiuti il prossimo,
con amore per il futuro.
Sogno un mondo senza fine,
colmo d’energia
e con un cuore immenso.
Sogno tutti i problemi della vita
come se fossero un movimento
continuo dentro di noi.
Sogno un gran universo,
nel quale regna l’amore
per tutto e per tutti.
***
- VORREI -
Vorrei sognare un mondo
di pace e speranza.
Vorrei che i miei desideri
si avverassero.
Vorrei un grande cuore
pieno d’amore.
Vorrei essere sempre
una portavoce di pace.
Vorrei unire tutti i cuori,
le mani in un immenso girotondo.
***
Carla Palma è una brava e giovanissima poetessa che ha vinto il Premio Letterario Il Molinello 2010 per la Sezione Giovani. Una poetessa pura e fine, dai versi gentili che scaldano il cuore. “L’alba spunta dal mare” ed è gioia ogni giorno vivere. L’autrice invia un messaggio di pace agli uomini della terra e sogna cieli pieni di stelle a illuminare il cammino. Il suo mondo è senza fine, colmo di energia e speranza, “con un cuore immenso”. (Nicla Morletti)
***
Immagine: Donna all’alba di Caspar David Friedrich
La Fiera del Libro per l’Estate su Radio 24, ascolta l’intervista a Nicla Morletti
Radio 24 – Il Sole 24 ore -
Il riposo del guerriero
Intervista a Nicla Morletti sulla Fiera del Libro per l’Estate andata in onda domenica 18 luglio 2010. Conduce Stefano Gallerini.
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L’Amore Assoluto di Maria Caterina Festa
(…) Allora si fermò e scese dalla moto. Si tolse il giubbotto pesante e il casco con estrema eleganza e s’incamminò.
La casa era tutta illuminata, non solo di luce artificiale.
Tutto il giardino, infatti, era pieno di grandi candele accese. Erano state conficcate nella terra grazie a lunghe aste di legno. Sembravano quasi delle fiaccole che emanavano una luce intensa.
Marco sapeva che non avevano solo un ruolo ornamentale. Di solito, venivano messe in giardino per allontanare gli insetti fastidiosi. Ma quella luce si stava riflettendo su tutta la casa, avvolgendola di un pittoresco colore arancio. Anche da fuori, Marco riuscì a scorgere questo colore e l’atmosfera che si generava. Poi, vide che sopra la struttura in muratura, che sorreggeva il grande cancello di legno, erano state messe due grandi candele circolari che illuminavano tutta l’entrata.
Marco arrivò davanti al grande cancello. Guardò l’anta che era socchiusa.
La spinse con un movimento deciso. Poi, seguendo la porta di legno, fece un passo avanti. A quel punto, la sua attenzione venne richiamata sul lato destro. In quell’esatto momento, Marco avvertì il rumore delle candele mosse dal vento. [Leggi tutto...]
Ho seppellito Giove di Anna Laura Bobbi
Uno -
NOTTE NERA COME LA PECE -
La notte e quel telefono che squilla incessante. Lo squillo mi martella. Cessa. Ricomincia. Cessa. Riprende.
Alzo la cornetta:
- Scendi Lucilla, sono qui sotto casa tua. Devo parlarti.
Una volta sola, ti prego.
- Non ci penso proprio. Sono ancora piena di lividi.
- Mai più, te lo giuro, non succederà mai più.
Quante volte ha ripetuto quella frase? Tutte le volte che gli ho dato retta. Ora no, non più. Chiusura ermetica.
Stacco il telefono e provo a dormire. Il mio dormiveglia si popola delle scenate reiterate negli ultimi mesi.
Sì, è la decisione giusta. Non posso tornare indietro.
Infilo le cuffie dell’iPod
“Qui si può solo piangere e alla fine non si piange neanche più… qui si può solo perdere e alla fine non si perde neanche più”… La dolce e tagliente voce di Vasco evoca una beatitudine che avevo dimenticato. È vero, non è questo il mondo che vorrei. Finalmente prendo sonno.
La mia notte si popola di incubi. Dentro c’è lei. Sempre.
Adele, mia madre. Lampi di immagini, squarci di luce dipinti di dolore. Il primo: il volto rigato di lacrime mute. Il secondo: gli occhi spalancati a chiedere risposte.
Il terzo: il capo chino e le mani abbandonate in grembo. Mi sveglio con il cuore che sussulta in gola, arrotolata nel letto a cercare invano una sponda di conforto. [Leggi tutto...]
Contare i passi di Carla De Bernardi
L’alba tardiva regala ai viandanti un orizzonte diviso tra due colori fiabeschi.
Al confine con il terreno una bassa striscia indaco sfuma in quella superiore di un rosa intenso che si perde nella vastità del cielo ancora notturno.
Giovanna e Angela detta Lalla attraversano l’antico ponte di pietra sul fiume Elsa e percorrono una pista agricola sostituita presto da una strada d’asfalto che non le lascerà fino a Léon.
È l’ultimo tratto della lunga meseta.
Quando se la sono trovata di fronte uscendo da Burgos hanno pensato con terrore che non ne avrebbero mai visto la fine.
Centottanta chilometri di altipiano assolato, ma ti rendi conto? E dicono che ci sia sempre vento…
Invece è arrivato rapido il giorno in cui l’hanno lasciata, passo dopo passo, alle loro spalle.
Un giorno che merita di essere vissuto con attenzione, minuto dopo minuto.
La meseta incantata è stata prodiga di insegnamenti. [Leggi tutto...]
Rotta a Zig Zag, Incontri tra i naviganti degli oceani di Luigi Ottogalli
Quel maledetto bullone, completamente arrugginito, non voleva proprio saperne d’uscire dalla sua sede, Elena si sollevò un poco dall’incomoda posizione che era stata costretta ad assumere nella stretta sentina. Con il dorso della mano coperto d’unto cercò di detergersi l’abbondante sudore che le imperlava la fronte, afferrò un pesante mazzuolo e uno scalpello da legno, e iniziò ad aggredire con veemenza il legno ormai putrido della chiglia.
Il sole di giugno scaldava senza pietà la coperta del piccolo sloop, ed Elena, ormai stanca e accaldata s’issò dal boccaporto e uscì sul ponte lasciando cadere rumorosamente i suoi attrezzi sul fondo della barca, incrociò le lunghe e magre gambe coperte da uno sdrucito paio di jeans, e iniziò ad arrotolarsi meticolosamente una sigaretta con una mistura di sua personale produzione.
L’”Ogigia” era alata in secco nel piccolo squero dove un anziano maestro d’ascia costruiva ancora gozzi e lance tradizionali. Alcuni grossi puntelli di legno sorreggevano il bianco scafo, mantenendolo in una posizione leggermente più in alto rispetto alle altre barche che affollavano il minuscolo piazzale.
Dalla posizione elevata del ponte dell’Ogigia, Elena aveva una perfetta visione dell’imboccatura del porto e del mare che si estendeva vuoto e calmo fino all’orizzonte; socchiudendo leggermente le palpebre, per difendersi dal forte riverbero, aspirava con indolente voluttà la dolce e inebriante mistura.
Guardando il mare pensava a quanto questo fosse inestricabilmente legato alla sua vita. [Leggi tutto...]
Second Life di Daria Scarciglia
Ho contato le settimane, poi i giorni, infine le ore e i minuti che mi hanno separata da Carlo. È inutile negare che nel tempo che ha sospeso la routine dei nostri incontri credo di aver capito molte cose. Pensavo di essermi innamorata di lui, forse fin dal primo giorno che l’ho visto, lì nel bar, mentre sfogliava il giornale con l’auricolare del telefonino all’orecchio e beveva il suo caffè.
Pensavo, soprattutto, che questo era potuto accadere per colmare un vuoto che qualcun altro aveva lasciato nella mia vita.
Sarebbe stato facile per me dire che era stato Ettore perché in parte è così, ma solo in parte, dal momento che, per il resto, ho fatto tutto da sola. Nelle settimane trascorse al mare ho cercato, e
posso chiamare persino Dio a testimone, di fare nuovamente spazio in quel vuoto, perché Ettore tornasse a riempirlo, consentendomi di poter dire a me stessa che tutto ciò che mi aveva spinta verso Carlo aveva avuto un senso e che, finalmente, potevo cancellarlo dalla mia vita.
Una sera, una di quelle poche sere in cui riuscivamo a restare soli, sulla terrazza della casa al mare, mi sono avvicinata a lui e gli ho chiesto: «Ettore, ti ricordi quella volta, tanti anni fa, quando eravamo ancora fidanzati, che ce ne andammo per pochi giorni a Perugia? Trovammo da dormire in quella specie di casolare di campagna dove di notte faceva un freddo da far battere i denti. Ci addormentavamo tra quelle lenzuola gelate tenendoci stretti».
Si è voltato verso di me con l’espressione di chi non capisce nemmeno chi ha davanti.
«Sì, me ne ricordo. Ma perché me lo stai chiedendo?» [Leggi tutto...]
Le stazioni del vento di Nicoletta Vinciguerra
Milena ha avuto ragione. E’ stato fin troppo facile trovare la casa, tra poche centinaia di abitazioni.
Il paese è attraversato da un’unica strada, la quale è intersecata da viuzze che si inerpicano sopra i pendii al suo interno e verso gli orti.
La strada principale conduce fino a una chiesetta, situata al centro dell’unica piazza, corredata di alcune vecchie panchine di ferro battuto ingrigito dal tempo e adornata dal soffio di insopprimibile vita e intenso profumo degli alberi di oleandro rosa.
Fa molto caldo, un calore di assoluto silenzio, interrotto dai ronzii e dalle voci degli animali che giungono dalla campagna distante.
Milena e Fabio decidono di lasciarmi. Hanno intenzione di scendere al fiume per uno dei loro giri di perlustrazione nei pressi dell’antico ponte.
Il luogo è appartato e quieto, ma la casa è abitata.
“Torneremo tra qualche ora, Vittoria, così avrete il tempo per parlare”.
E io mi aggiro sola e indecisa, misurando, tre passi avanti e tre indietro e poi daccapo, la larghezza del cancelletto di legno dipinto dal quale intravedo l’ampio e lindo cortile lastricato e coperto dal pergolato dell’uva nera, con i minuscoli acini asprigni, e la fontana antica, e in fondo il portone d’ingresso in legno scuro, socchiuso.
La casa della mia prozia, che fu dei miei bisnonni, dove mia madre nacque e visse fino all’età di diciotto anni, non è molto grande, ma situata su due piani, completamente dipinta di bianco e con la soletta ricoperta di tegole marrone. [Leggi tutto...]

























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