Premio Manuale di Mari 2009, vince Dorella Dignola Mascherpa

Ci fa molto piacere annunciare, proprio in questa speciale data dell’8 marzo, che è una donna, Dorella Dignola Mascherpa, a vincere il Premio Manuale di Mari 2009. Auguri a tutte le donne!

Nel Portale Manuale di Mari il Comunicato ufficiale della Giuria con la motivazione del Premio e tutti i nomi dei vincitori degli altri titoli della Stagione letteraria del Portale Manuale di Mari, assegnati per il Libro, l’Autore e il Lettore dell’Anno.

Nei commenti a questo post complimentiamoci con i vincitori.

Robert

Il giornalino di Tito di Timur Lenk

- Dal Primo quaderno -

Mi chiamo Tito. Tito Barozzo. E scusate il disturbo.
Forse ho disturbato, venendo al mondo.

Ieri sera sono fuggito dal collegio Pierpaoli. Fa tanto freddo e il mio mantellino di collegiale non riesce a coprirmi, meno male che ho trovato un fienile con il chiavistello della porta rotto, così sono riuscito ad entrare e ora almeno sto all’asciutto.
Penso al mio amico Giannino. Quando mi ha salutato ci siamo abbracciati forte forte poi… non ce l’ho fatta più a trattenere le lacrime e sono scappato. Giannino, spero che non ti puniscano.
Nel mio sacco ho una camicia ed una maglia, e indosso dei pantaloni che ormai mi stanno corti: li portavo il giorno che sono entrato in collegio tre anni fa. Le sole scarpe che ho le porto ai piedi, e a parte il mio mantellino non ho nulla della mia divisa di collegiale: sarebbe troppo ingrato per me continuare ad indossarla, e poi i pantaloni grigi con la banda rossa mi farebbero subito riconoscere. Sarei preso e riportato in collegio, forse in prigione. Non voglio.
Ora smetto di scrivere perché devo risparmiare le poche matite che ho portato con me, ma tenere questo quaderno mi aiuterà a sentirmi meno solo. Anche Giannino aveva un giornalino su cui annotava tutti i suoi pensieri e i fatti di ogni giorno, farò anch’io così.
Scrivo quindi sulla copertina il suo nome: “Il Giornalino di Tito” e lo inizio con la data di oggi. È già passata mezzanotte, credo, quindi oggi è:

VENERDÌ 14 FEBBRAIO 1913

Faccio solenne proposito di non subire più nella vita le ingiustizie che ho patito dal mio tutore e dai direttori del collegio, il signor Stanislao e la signora Geltrude. Mi batterò sempre per la giustizia.

MORTE AGLI OPPRESSORI!

È mattina, e durante la notte ha piovuto. Ora la pioggia è cessata ma fuori fa tanto freddo e c’è una nebbia che si taglia col coltello. L’inverno qui in Toscana è così, ma io ricordo che a Napoli, quando ero bambino, faceva bel tempo anche a febbraio. Mamma e papà erano ancora vivi e mi portavano a passeggiare lungo il mare. Ricordo un castello circondato dalle onde, e anche una grande porta di fronte al mare, un grande arco di pietra o forse di marmo, che io sognavo di attraversare come se fosse un ingresso magico a tutti i mari del mondo.
Ora ho fame, meno male che ho portato con me un tozzo di pane dalla cucina del collegio.
Ho trovato anche una mela in un angolo del fienile, è marcia a metà ma l’altra metà è ancora buona, e non posso certo fare lo schizzinoso: quando si è mangiata la minestra del collegio Pierpaoli, preparata con la risciacquatura dei piatti della mensa di una settimana intera, si è pronti a mangiare di tutto!
Il fienile è vuoto ma almeno ho trovato un po’ di paglia per farmi un giaciglio, anche se non potrò restare a lungo: il collegio avrà certamente denunciato la mia fuga e mi staranno già cercando.
Oggi ho sentito un paio di volte il fischio di un treno, domani raggiungerò la stazione e cercherò di prenderne uno. Per dove, non importa.

***

Dal libro Il giornalino di Tito di Timur Lenk

Introspezione di Giusi Rollo

M.: C’era una forza che mi sollevava da terra ogniqualvolta lui stendeva le braccia in avanti per catturarmi.
Il mio inconscio era in grado di generare un fatto simile?
Eppure quando lui compiva quel gesto sicuramente rapido e improvviso, io non vedevo né l’inizio né lo svolgimento della sua azione poiché di rado mi voltavo indietro e mai quando si trovava a pochissimi metri di distanza dalla mia ombra. Avvertivo invece la presenza delle sue mani: sentivo la pulsazione del cuore che fluiva velocemente attraverso l’arteria radiale e si propagava all’esterno sottoforma di onde meccaniche longitudinali, e percepivo, oltremodo, come fosse una preziosa fonte energetica, il fortissimo calore, quasi ustionante, che le avvolgeva  e quando questo si propagava con un formicolio crescente dalle mie spalle via via in tutto il corpo, mi sol-levavo in aria con un balzo violento e spaventoso che mi faceva nuovamente oltrepassare le infrangibili nuvole, le quali continuavano inesorabili a dilatarsi ed infittirsi nel sottostrato dell’atmosfera, e nel mio continuo e genuino stupore volavo per pochissimi istanti sopra di esse, ma non riuscivo ancora a domare quell’immane energia che nasceva probabilmente dal nulla e che successivamente invadeva ogni centimetro della mia materia. Tale energia era completamente fuori del mio controllo e tutte le volte che involontariamente ne usufruivo o che essa intenzionalmente beneficiava del mio corpo, mi sentivo debilitato e tramortito.
Da dove proveniva questa energia? Perché mi aiutava?
Ancora una volta vivevo delle situazioni di assoluta irrazionalità occultamente ornate da principi e concetti per me completamente astrusi che andavano anche oltre lo scibile umano.

B.: Era il male! Quella potenza insita in lui di cui avevo tanta paura era il male che lui rappresentava: era quel male che dovevo sconfiggere, era quel male che momentaneamente lo dominava.
Non erano per niente assurde e fallaci le parole di quell’ammaliante oratrice! La sua nefasta profezia – ormai da me totalmente appurata – si stava sorprendentemente avverando; un anticipo poco gradito, stimolato, probabilmente, dall’incombere di un pericolo reale ed esistente.
La mia carica goliardica, baldanzosa e imprudente, dopo l’ascesa delle mie innumerevoli elaborazioni, scemava inesorabilmente fino a stemperarsi e come un vecchio saggio, coscienzioso e solerte, prendevo atto del pericolo a cui andavo incontro, valutandone, per quanto possibile, i probabili effetti e mi veniva da rabbrividire al pensiero che tutto ciò che avevo visto di irreale e inspiegabile in quelle ore fosse soltanto una primitiva e innocua evoluzione della sua sconfinata potenza, poiché non era ancora a conoscenza della reale essenza del suo essere, e io proprio durante questa sua inconsapevolezza dovevo agire. Era l’unico modo possibile! Dovevo intervenire prima che tale potenza riuscisse totalmente a sprigionarsi; dovevo intervenire prima che fosse lui a domarla.

M.: Non riuscivo a seminarlo solo correndo e non riuscivo nemmeno a volare. Quell’energia forte e avvolgente venuta dal nulla mi aveva ingiustamente abbandonato e senza più artifici e senza più risorse affrontavo la furia cieca e irrefrenabile di un esaltato, che rigettava su di me tutte le sue innumerevoli frustrazioni.
Sentivo il bisogno impellente di una tregua; desideravo fermarmi anche solo per un istante per riprendere possesso in qualche modo della totalità della mia materia, riaffermando la legittima supremazia della mia volontà sull’innaturale autonomia dei miei arti inferiori, e come un vecchio nostalgico incallito rievocavo ossessivamente quell’introvabile pertugio, il quale – eletto da me custode temporaneo di tutti i miei beni: la mia vita, il mio corpo e la mia mente – avrebbe vegliato per più di sette giorni e sette notti sul mio sonno profondo e rigeneratore.
Volutamente m’inoltrai nel centro storico della città con l’unico intento di approfittare dei vicoli ingarbugliati e semioscuri per far perdere le mie tracce e durante il mio scompigliato e tortuoso percorso, interponevo fra me e il mio zelante persecutore qualsiasi forma d’ostacolo urbano che mi si presentava davanti, ma lui vanificava continuamente ogni mia iniziativa: era sempre lì, a pochissimi passi da me; superava qualunque oggetto di qualsiasi dimensione e sostanza con una facilità da abile circense e avevo anche l’impressione – se pur a tratti – che riuscisse a oltrepassare la materia.
Come potevo dipanarmi da una situazione surreale e incomprensibile?
Mi sentivo intrappolato in un incubo!

***

Dal libro Introspezione di Giusi Rollo

Io cerco Jolanda di Adriana Maria Martino

Amanda, come le confessò in seguito, aveva sempre covato il desiderio di incontrare i suoi fratelli e ammirava Mathilda per essere riuscita a realizzarlo. Ma nonostante questo, averli rivisti era stato emotivamente impegnativo anche per lei. Tuttavia, ora che le barriere erano state abbattute, Amanda ritenne opportuno calare un carico da undici.
Chiamò Mathilda al telefono e senza troppi preamboli le propose: «Visto che hai avuto il coraggio e la tenacia per riunire tutta la famiglia, perché non cerchi anche Jolanda?»
Mathilda, la cui testa in quel momento era a mille miglia, sul fondo dell’oceano Atlantico, stentò a comprendere che cosa le stesse dicendo la sorella. Un segnale di allarme, tuttavia, suonò dentro di lei prospettando guai in vista, perché Amanda amava moltissimo comandare e dare ordini.
«Scusa, Amanda, ma che cosa stai dicendo?»
Come se parlasse a Salvatore, la sorella spiegò: «Ti ricordi di Jolanda, quella bambina della tua età che stava sempre a casa nostra, quella con i capelli rossi e gli occhi verdi? Quella molto timida che giocava sempre insieme con te?»
«Sì, certo che me la ricordo. Era la mia migliore amica. E allora?»
«Pure quella era figlia di nostro padre».
Mathilda rimase in silenzio, pensando che se Amanda intendeva farle uno scherzo aveva scelto un modo davvero crudele.
«Ma che stai dicendo? E perché me lo dici solo adesso?»
«Mati’, stavi tanto male appresso alla storia di nostro padre che non mi sembrava il caso di darti pure quest’altro colpo.»
«E allora te lo dovevi tenere per te. Che vuoi da me adesso?» gridò, sfogando su Amanda la rabbia che sentiva montare dentro nei confronti di quell’uomo che non sapeva tenersi addosso i pantaloni.
I suoi ricordi erano offuscati, come avvolti in una fitta nebbia. In quel periodo erano tanti i bambini per le strade intorno a casa. Era come nelle favelas in Brasile. Ma Jolanda era la sola che entrasse in casa loro. Ripensandoci ora, le sembrò che passasse più tempo con loro che non a casa propria.
In un attimo, si accavallarono il desiderio di rivederla, la fatica di cercarla, la paura di non riuscire a trovarla o la delusione di scoprirla sconosciuta e diversa da quel ricordo solare della loro infanzia.
Non poteva ricominciare tutto daccapo, e ad Amanda rispose di no, che non se la sentiva, che tutto sarebbe stato troppo complicato. Non sapeva neppure da dove iniziare la ricerca. E poi rivangare di nuovo il passato sarebbe stato tormentoso e difficile.
Amanda non insistette, ma conosceva Mathilda troppo bene. Infatti le parole della sorella, dalla telefonata in poi, avevano finito per occupare tutti i pensieri di Mathilda.
La curiosità le aveva di nuovo creato inquietudine, quando si conosce il vero dolore si è più percettivi e più disponibili ad alleviare il tormento degli altri.
Chi era lei per privare Jolanda delle sue radici? Per decidere che non dovesse condividere con loro un senso di appartenenza che certamente le mancava?
Così, spinta da quei pensieri, si mise di nuovo a scavare nel suo passato di bambina, così bene occultato per tutta la vita. Ma questa volta lo scandagliava con una nuova consapevolezza, più razionale, meno coinvolta.
[…]
Ricordò all’improvviso, come per lo squarcio in una tenda, che la madre di Jolanda era entrata un giorno a casa loro, trascinando la bimba per mano, e aveva urlato in faccia a Teresa: «Datele qualcosa da mangiare, è ora che ci pensi pure suo padre a sfamare questa creatura». Mathilda, piccola anch’essa, non aveva capito, ma il ricordo le era rimasto dentro come una pena della quale non comprendeva la ragione. Neppure quando le donne dicevano che pure Jolanda “somigliava a ‘o professore”.
Dunque, se anche Jolanda era sua sorella, le donne di suo padre erano state quattro e i figli quindici. Ma cercava di pensarci il meno possibile per non ricominciare a provare la stessa rabbia nei suoi confronti.
Preferiva cercare tra i ricordi le immagini di Jolanda. Nessuna delle due parlava molto. “Quelle due sono chiuse”, puntualizzava sempre sua madre con tono critico.
Forse, quando tra due persone s’instaura un rapporto speciale come quello che c’era tra loro, non servono tante parole. Anche nel silenzio ci si intende e ci si tiene compagnia. Loro erano così. Jolanda pareva un gattino randagio, era sempre in un angolo da qualche parte, sia fuori che dentro casa. Se Mathilda riusciva a prendere del cibo, lo divideva con lei. Glielo offriva in silenzio e lei in silenzio lo consumava.
Quando Mathilda aveva voglia di giocare bastava che le andava vicino e sfiorasse il lembo del suo vestito, Jolanda si alzava e la seguiva. Andavano nella discarica, in cerca di piatti rotti, poi alla fontana nel cortile li lavavano, e quei cocci si trasformavano per magia nei piatti del banchetto domenicale per i loro ospiti immaginari. Se riuscivano a trovare degli stracci vecchi, ne facevamo delle bambole, i loro figli. Prima facevano la testa, e poi con un pezzo di carbone preso dal focolare davano loro un’anima e la facevano sempre sorridente.
Con la fantasia inventavano di tutto, avevano il loro universo privato.
Ma il gioco nel quale erano insuperabili era la trasmissione del pensiero. Una delle due pensava a qualcosa e l’altra doveva indovinare di che si trattasse. Il premio in caso di vittoria era una delle bambole appena confezionate. Spesso Mathilda, quando era sola, si concentrava e pensava a Jolanda intensamente, e lei arrivava sorridendo.
Con quell’atavico istinto materno che le femmine hanno fin dalla nascita, nei loro giochi imitavano le donne della comune in cui vivevano. Il solo ammesso a prenderne parte era Franco, che a differenza degli altri ragazzini non si sarebbe mai sognato di prenderle in giro. Tutti i loro divertimenti avvenivano quasi in silenzio e tutto era molto semplice e sereno.

***

Dal libro Io cerco Jolanda di Adriana Maria Martino

Concorso di Emozioni, le novità dell’edizione 2010

Con una bellissima immagine, tratta da “Una storia italiana”, lo spot televisivo della Banca Monte dei Paschi di Siena e dolcissimi versi d’amore, il Blog Manuale di Mari annuncia la sesta edizione del popolare Concorso di Emozioni.

“Un amore sognato, un amore vissuto, un amore nuovo. Condividi belle emozioni d’amore nel Blog Manuale di Mari!”. Questo è l’invito che si legge nell’annuncio pubblicato nel Blog ideatore dell’Iniziativa dove s’incontrano dal 2005, all’inizio di primavera, moltissimi poeti, scrittori, blogger e amanti della scrittura per pubblicare le loro opere e commentare quelle di altri autori.

Quest’anno grandi novità! Con la sezione “Poesia e Musica” i versi di una poesia potrebbero diventare le parole di una canzone d’autore!

Gli autori di opere edite potranno partecipare anche con poesie e brani estratti dai loro libri.

Tutte le informazioni per partecipare e le novità di questa nuova edizione nel post di presentazione dell’Iniziativa nel Blog Manuale di Mari:
http://www.manualedimari.it/blog/2010/03/01/concorso-di-emozioni

L’incontro di Paola Pica

E poi più niente. Solo lei nel buio di quella strada tortuosa che si inerpicava su per la collina; così pittoresca di giorno, eppure così triste di notte. Tristezza, ecco cosa l’aveva invasa.  E solitudine.  Paura, anche.
Strano, avevano sempre tentato tutti di farla riflettere sulle cose terrificanti che potevano accaderle per quella strada, ma mai e poi mai aveva provato paura.
…Incontri terribili dovuti ad una gomma bucata, oppure abbordaggi da parte di giovinastri e maniaci.  Se ne raccontavano, o forse semplicemente se ne temevano, pensava lei, di tutti i colori.  Ma niente le aveva mai infuso il senso di paura che aveva provato nell’incontrare se stessa quella sera.  L’aveva vista lì, sul ciglio erboso della curva, con l’andatura altera e trasognata, ma con lo sguardo vigile senza più rimpianti. Vigile, s’era detta nel guardarla, ma poi aveva deciso che era semplicemente acceso da qualche pena recente.  L’aveva guardata ancora e aveva scorto le belle gambe, i tacchi alti, il corpo ben fatto che aveva fatto sognare molti…poi, d’un tratto, il tonfo al cuore e la paura…Era buio pesto, come poteva aver notato tutti quei particolari?  Lo sguardo, perfino.
Eppure l’aveva vista bene e sapeva che quello sguardo teso, inosservato da chi s’era sempre fermato alle fattezze fisiche, era lo specchio sempre più cupo eppure vivo della sua anima che continuava a ribellarsi. Solo allora, d’un tratto, le era venuta la certezza che la donna era la sua immagine speculare: stesso abito aderente, stessi capelli ondulati e rossi nel collo rialzato dell’ampia giacca nera.  Rossi!…Come poteva aver notato il colore, in quel buio pesto in cui neppure un faro aveva illuminato la corsia opposta?  Aveva guardato nello specchietto retrovisore e lei era là, non solo una sagoma che spariva nella notte, ma nettamente delineata nei particolari di forma e di colore.

***

Brano tratto dal libro “L’incontro” di Paola Pica, recensito da Nicla Morletti nel Portale Manuale di Mari.

Vuoi sfogliare e leggere alcune pagine di questo libro? Clicca sull’immagine dell’ebook qui sotto. Se ti colleghi con un terminale mobile CLICCA QUI.
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Per prenotare la produzione e pubblicazione dell’ebook relativo al tuo libro nel Portale Manuale di Mari e nel Blog degli Autori contatta la Redazione.

Il capro espiatorio di Paola Pica

“Come, come?… Continua.  Questa idea del capro espiatorio non è male; direi che mi interessa un bel po’, mi intriga”.
Erano secoli che non lo sentiva interessarsi ad uno qualsiasi dei suoi argomenti, che sempre, immancabilmente, venivano liquidati da un “Ah, sì…” e dal silenzio che a questo seguiva, quando non ne scaturiva un litigio violento e totalmente privo di presupposti…la pura e semplice risposta ad una sollecitazione terapeutica e catartica, appunto.
Ma questo colloquio non avveniva nello studio di un analista.
L’idea del capro espiatorio non era certo sua o, meglio, non solo sua, anche se lei c’era arrivata da sola, attraverso il suo cammino solitario di dolore, il suo male di vivere.
I trattati di psicologia ne erano e ne sono pieni.  Così le avrebbe detto di lì a poco il terapeuta con cui avrebbe confrontato questa sua supposizione, che, dopo il primo colloquio, sarebbe diventata una calma certezza, perché supportata dal sapere ufficiale.
Non era nuova a scoperte come questa.  Le sue supposizioni erano spesso risultate conformi a teorie consolidate. E anche questo aveva sempre fatto rabbia a tutti, specialmente nella sua famiglia.
Che lei avesse ragione in qualche sua affermazione, per quanto ricordava, non era mai stato riconosciuto apertamente e serenamente da nessuno di loro, tranne che da suo padre, naturalmente…Magari tacevano, consapevoli del vecchio detto, ma di un bel “Hai ragione” non aveva memoria.
Ed Elena aveva, anche se da poco, superato i quaranta.
“Che intendi, quando dici “capro espiatorio”, espiatorio di che?”.

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Brano tratto dal libro “Il capro espiatorio” di Paola Pica, recensito da Nicla Morletti nel Portale Manuale di Mari.

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