Una vita difficile di Vittorio Sartarelli

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Quando la Terra trema-

Il racconto che ci accingiamo a narrare è una parte delle vicende che hanno accompagnato la vita di Marco fino al suo felice matrimonio e riguarda proprio la coppia di giovani sposi, Sara e Marco, alle loro prime esperienze lavorative ed alle loro altre, prime e molto più importanti esperienze di novelli genitori. I fatti, reali e veri, sono ambientati nella Sicilia Occidentale ed il periodo storico è quello degli anni ’60 con tutte le caratteristiche e le problematiche socio economiche di quell’epoca.
Mentre Marco lavorava, duramente in Banca, la moglie, insegnante fuori ruolo, faceva la sua parte cercando d’inserirsi, coscienziosamente, nel mondo del lavoro che riguardava la Scuola. Faceva le supplenze e gestiva dei corsi d’istruzione popolare promossi da Enti Sociali, tutte esperienze lavorative che le facevano acquistare punteggio utile a farla avanzare nell’affollatissima graduatoria provinciale degli insegnanti non ancora di ruolo.
Parallelamente, portava avanti un’altra esperienza, molto più impegnativa, era incinta e quella gravidanza le avrebbe consentito, ad un anno quasi dal matrimonio, di diventare mamma. Nacque così, di lì a poco, il loro primo figlio: era una splendida bambina alla quale dedicarono tutto il loro affetto e le cure più amorevoli di novelli genitori.
La nascita di un figlio, indubbiamente, rappresenta una delle gioie più grandi della vita di coppia e significa tante cose, è come un suggello tangibile all’amore tra due persone, il perpetuarsi di una parte di noi stessi nel futuro, il tramite del realizzarsi di speranze e desideri non completamente raggiunti dai genitori. Significa anche, attribuirsi consapevolmente l’impegno di educatori, con tutte le implicazioni conseguenti, in definitiva, avere un figlio significa anche avere creato un nuovo mondo, tutto da scoprire e da plasmare che poi, probabilmente, non sarà come si sarebbe voluto che fosse.
Del resto, ogni individuo è un’entità a se stante, indipendente e diversa dalle altre, spesso, completamente dissimile dai genitori, almeno in alcune cose, che la porteranno ad avere una sua esistenza con idee, obiettivi, speranze e personalità diverse. A due anni di distanza da quel meraviglioso primo evento, se ne aggiunse un altro, con la nascita del loro secondo genito, questa volta si trattava di un maschio, del quale furono felicissimi soprattutto sua moglie che lo aveva tanto desiderato. [Continua...]

I racconti del Cuore di Vittorio Sartarelli

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Rimembranze -

Ascoltare i “suoni e silenzi dell’anima” equivale a raccontare e decodificare tutto quanto è insito nella sensibilità di ciascuno, mettendone a nudo gli aspetti più reconditi e profondi. L’anima, principio vitale di tutti gli organismi viventi è, più specificamente, la parte immateriale ed incorruttibile dell’uomo, di origine sicuramente divina e considerata sede delle superiori facoltà umane, come il pensiero, il sentimento, la volontà, la coscienza morale.
Tutto questo ci induce a considerare, “i suoni”, le espressioni estrinsecate materialmente nelle varie facoltà umane, “il silenzio”, i pensieri, i sentimenti, i ricordi. Tutto quanto, in definitiva, attiene all’essenza più intima ed elevata di una persona, con il corredo della sua cultura, dell’esperienza, delle passioni e del suo intelletto.
Il silenzio, spesso, incute timore e, al tempo stesso si configura come un’esperienza che affascina. Perché incute timore? Perché ci rappresenta l’ignoto, ciò di cui non abbiamo cognizione e che, quindi, temiamo e, tuttavia, induce a guardarsi dentro, a fare un’indagine retrospettiva nelle profondità della nostra anima. Personalmente , mi è sempre piaciuto il silenzio, sarà perché sono piuttosto introverso e mi piace anche la solitudine. “Il silenzio è d’oro” dicevano i nostri avi e questi per esperienze e per saggezza, difficilmente sbagliavano. Nella mia vita ho sempre privilegiato il silenzio, sono di poche parole, parlo sempre il meno possibile e mai a sproposito, sono fatto così.
In silenzio si riflette meglio, si può meditare su ciò che si è fatto o su quello che si vuol fare e poi, si apre uno spazio segreto e molto privato che può avvicinarci a Dio con l’anima e la preghiera. Perché, poi, il silenzio può affascinarci? Perché esso ci appare come un luogo magico ed ancestrale, nel quale possiamo rifugiarci e dedicarci, al riparo da sguardi indiscreti, ad un faccia a faccia con noi stessi. Alla scoperta  dei meandri più oscuri ma, anche più eccitanti e sconosciuti della nostra psiche. A ricordare fatti, sentimenti e sensazioni, che hanno il contorno dolce e sfumato di cose che costituiscono le nostre “memorie” più care degli anni trascorsi. [Continua...]

L’amore

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Si era quasi alla metà dell’estate, quando, un giorno Marco si accorse casualmente che in spiaggia, a distanza di alcune cabine dalla sua, c’era una ragazza che lo fissava intensamente e con insistenza. All’inizio non lo notò più di tanto, era consapevole d’essere un bel ragazzo e non era la prima volta che era stato fatto segno dell’attenzione da parte delle ragazze, pensò che la cosa sarebbe finita lì.
Constatato, invece, che anche nei giorni seguenti quella ragazza continuava a fissarlo, il fatto l’incuriosì alquanto. Era una ragazza bruna, piccolina, piuttosto rotondetta, perfettamente formata e proporzionata, con un corpo da donna adulta. Quella cosa in sè così strana, era anche intrigante e avvincente perchè, a quell’epoca, stiamo parlando dei primi anni ‘50, non accadeva tutti i giorni che una ragazza prendesse l’iniziativa, cercando di provocare in ogni caso una reazione da parte sua. Marco decise che doveva trovare il modo di conoscerla….
Tenuto nel giusto conto le consuetudini e i pregiudizi ambientali dell’epoca, non era facile iniziare un rapporto di conoscenza con una persona dell’altro sesso, bisognava trovare il modo. A questo punto, bisogna fare un inciso di carattere sociologico che sia utile a chiarire qual’era, in Sicilia, la così detta “morale dominante” che regolava, senza possibilità di trasgressioni, i rapporti tra due persone di sesso diverso. In ogni caso,il rapporto di conoscenza e di frequentazione doveva avere la sua ragion d’essere che di solito era identificata nella finalità del matrimonio. Alla luce di queste considerazioni tutto sembrava molto complicato e quasi impossibile da realizzare, tenuto conto che Marco e quella ragazza avevano appena quindici anno ciascuno.Quel codice tribale di comportamenti che regolava l’instaurarsi di un rapporto fra due persone di sesso diverso, si riconosceva in un’epoca e costituiva la “summa” di tradizioni, usi e costumi d’intere generazioni passate e costituiva il retaggio, atavico, nella formazione della cultura e della morale delle popolazioni d’intere regioni….
E venne il giorno della dichiarazione d’intenti, accadde tutto com’era cominciato, fu lei Sara, che disse a Marco d’essere certa di amarlo perdutamente e che, se lui voleva, il suo amore sarebbe durato per sempre. Marco rimase in silenzio, affermare che non se l’aspettava sarebbe stato un mentire a sè stesso, forse avrebbe voluto prendere lui l’iniziativa ma, non si sentiva sicuro forse, aveva paura d’impegnarsi per il futuro. Non si sentì di dire niente, erano entrambi molto giovani, prendere un impegno del genere per tutta la vita a quindici anni gli sembrava un’enormità. Si sentiva confuso, aveva bisogno di riflettere, la cosa lo faceva diventare, per il ruolo che doveva assumere, più grande di quello che era in realtà. Quella notte Marco non potè chiudere occhio, mille pensieri affollavano la sua mente; per la prima volta, nella sua vita si ritrovò a farsi un profondo e sincero esame introspettivo. Si trovava di fronte ad un evento nuovo come non mai, qualcosa che lo aveva aggredito improvvisamente e lo teneva stretto, prigioniero di sè stesso. L’estate stava finendo, forse la stagione più bella che egli avesse mai trascorso e non solo per quell’ultima cosa che gli era capitata. Stranamente, non si rendeva ancora conto che proprio quest’ultima cosa, era la più importante e la più bella che gli potesse capitare: si era innamorato! (…)

Tratto da “Viaggio nella memoria” di Vittorio Sartarelli, pubblicato nel 2005. – L’AMORE -

Racconti. Ricordi, Esperienze, Sentimenti di Vittorio Sartarelli

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Si vedeva, bambino, quando scorrazzava per i prati e le strade di campagna di un piccolo paese pedemontano dell’interland cittadino, dove era sfollato con la famiglia, perché c’era la guerra, la II Guerra Mondiale, un ricordo questo, nonostante il numero d’anni trascorsi, che era rimasto impresso nella sua mente in modo indelebile, per la serie di circostanze, alcune drammatiche, alle quali aveva dovuto assistere, suo malgrado. Poi c’era stato il ritorno in città, la scuola elementare, la media, infine il Ginnasio ed il Liceo, dolci anni quelli, che ricordava con nostalgia ed una punta di triste rimpianto, erano stati, forse, i migliori anni della sua vita.
Ora, era quasi, al quarto anno di corso nella facoltà di Giurisprudenza, si trovava in ritardo con il piano di studi, tuttavia, una giustificazione valida a questo ritardo egli l’aveva. Da un paio d’anni, suo padre, valente artigiano meccanico, titolare di un’officina molto bene avviata e con una numerosa clientela, si era ammalato di depressione, facendo precipitare nel baratro della miseria e della disperazione tutta la famiglia, perché oltre tutto, l’unica fonte di guadagno e di sussistenza era il lavoro di suo padre.
Marco si era dovuto occupare dell’attività del padre, per un certo periodo di tempo, egli conosceva anche il lavoro svolto dal suo genitore, era sempre stato vicino a lui, mentre lavorava, sin dalla tenera età e fino al conseguimento della maturità classica. Inoltre si era dovuto occupare della  salute e delle cure mediche da offrire a suo padre che, nonostante tutto, non era guarito dalla depressione, che anzi si era quasi cronicizzata rendendolo invalido al lavoro.
Tutta una serie di guai, difficoltà economiche e gestionali, sofferenze psicologiche, lo avevano segnato profondamente, sentiva la responsabilità della famiglia, lui era il più grande, d’una decina d’anni, di quattro fratelli, tutti ancora in età scolare. Aveva dovuto dismettere l’attività paterna e trovarsi un lavoro; era stato assunto presso un giornale locale, con una paga piuttosto misera e nessuna garanzia previdenziale, tuttavia, faceva il corrispondente di un quotidiano nazionale, con una retribuzione che gli permetteva, integrando la paga del settimanale, di condurre una vita dignitosa, aiutando la sua famiglia. [Continua...]

Il professore di Latino

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Coastal Ride di Brent Lynch, particolare

Iniziare il primo anno di Liceo Classico la consideravo un’avventura molto stimolante e, tuttavia, circondata da un alone di mistero e molte curiosità, alcune delle quali sarebbero state poi delle sorprese.
L’avere già frequentato i primi due anni di Ginnasio mi aveva abituato ad una forma di studio nuova e, per certi versi, piacevole. D’ora in poi, però, si cominciava a fare sul serio, era come se si ricominciasse tutto dall’inizio: nuove materie, nuovo sistema di studio e nuovi insegnanti.
Il primo di questi che ci diede il benvenuto, all’inizio del nuovo anno scolastico, fu il professore di Latino e Greco. La prima impressione non fu delle più felici, di età indefinibile sembrava un manichino robotizzato, tanto si muoveva a scatti e talmente era metodico nel sistemare le sue cose prendendo possesso della sua cattedra, da farlo sembrare un automa.
Di statura media aveva un fisico asciutto e molto efficiente, di carnagione molto chiara, i capelli rossi tagliati cortissimi incorniciavano un viso tirato ma, ben curato. Portava gli occhiali con una montatura di celluloide arancione, dietro i quali facevano capolino due piccoli occhi da miope che non incontravano mai, direttamente, lo sguardo altrui.
Vestito in modo convenzionale e, tuttavia, accurato nei particolari dava l’impressione di una persona che accordava molta importanza alla pulizia, all’igiene ed alla salute. Appena entrava in classe, prima ancora di sedersi in cattedra, esigeva che si aprisse la finestra, poco importava se fosse inverno o estate e qualunque fosse la temperatura ambientale, lui voleva respirare aria pulita. [Continua...]

Territorio e motori

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Territorio e motori

Questa che voglio raccontare è una storia vera che prese le mosse verso la fine degli anni ’40, mi riferisco, ormai, al secolo scorso e, dipanandosi sino a noi sospinta dagli echi, spesso a lungo sopiti, della storia, delle tradizioni e del sentimento connessi al culto per il nostro territorio.
La vicenda che narrerò è piena di sentimenti umani e di autentica passione sportiva e, nel ricordo di avvenimenti che si sono verificati durante la mia infanzia, non possono prescindere dall’affetto e dalle profonde radici che mi legano ad una persona cara della mia famiglia.
E’ mia intenzione raccontare di mio padre Francesco, pilota e costruttore automobilistico che, nei lontani anni ’50 si mise in evidenza in Sicilia, per la sua genialità inventiva e le imprese sportive. Scrivere di lui, lo considero un privilegio unico, come del resto si considerano, ancor oggi, dei privilegiati coloro che come me lo hanno conosciuto e gli sono stati accanto anche fisicamente. Il resto lo esprimerò con l’orgoglio di appartenenza alla mia terra di Sicilia ed alla mia città natale Trapani, lasciandomi trasportare dall’onda emozionale dei ricordi che mi riconducono con nostalgia alla mia gioventù.
La storia dell’automobilismo sportivo a Trapani, comincia nel lontano, ormai, 1948 quando un meccanico con una grande esperienza di macchine e motori ed una non comune abilità nella guida, decide di ritornare alle corse, con una macchina nuova, interamente da lui costruita nella sua officina meccanica. Egli, dopo avere effettuato un lungo periodo di apprendistato e di specializzazione tecnica presso le più grandi e rinomate officine meccaniche di Palermo ed avere accumulato numerose esperienze come pilota di macchine da corsa, con la partecipazione a tre edizioni della “Targa Florio” e ad una del “Giro di Sicilia”, nel 1930 si trasferisce a Trapani. Quell’esperto pilota e quell’ingegnoso meccanico era mio padre !
Siamo appunto nel 1948, quando Francesco Sartarelli, nato a Jesi nelle Marche ma, trapanese d’adozione, con una corposa esperienza di tecnico e di pilota, tornava alle corse e precisamente alla VIII edizione del “Giro di Sicilia”, con una macchina della quale era il costruttore.
[Continua...]

Cara Trapani… di Vittorio Sartarelli

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Noi, studenti universitari di quel periodo, (primi anni ’50 del secolo scorso) soprattutto quelli che avevano scelto una facoltà che non prevedeva la frequenza, non avevamo impegni pressanti di studio per cui, coccolati dalla famiglia, con una certa disponibilità finanziaria della quale si preoccupava in genere il padre di ciascuno, potevamo spendere i nostri soldi ed il nostro tempo anche inutilmente.
Eravamo giovani di buona famiglia di una città di provincia e passavamo la maggior parte della nostra giornata bighellonando tra il caffé, il bigliardo, la passeggiata, il cinema e qualche scherzo “da prete” che dispensavamo all’allocco di turno.
In pratica, caratterialmente, potevamo essere assimilati ai “Vitelloni” di Felliniana memoria, nella cui rappresentazione cinematografica ciascuno si poteva identificare, secondo l’ambiente e la circostanza specifica. Dei monellacci, non abbastanza cresciuti, fortemente rappresentativi di una certa fascia giovanile italiana di quell’epoca ma, forse anche attuale, chissà.
Vivevamo la nostra goliardia come un patrimonio vitale, nell’attesa di una lenta e consapevole maturazione. Vivere quella “bella vita” era per noi come vivere un sogno, lasciarsi andare con indolenza tutta “araba”, farsi cullare, dolcemente e trasportare dal trascorrere della vita, come se questa fosse stata un fiume che, scorrendo molto, ma molto lentamente, ci avrebbe portati fino al mare, ma il più tardi possibile.
Il mare, simbolicamente, rappresentava per noi una sorta di traguardo della vita, oltre il quale, sarebbe finito “il bello” e ciascuno avrebbe dovuto smettere di sognare per affrontare, di persona, le reali difficoltà dell’esistenza, consegnandosi alle proprie responsabilità di persone finalmente mature. Noi, tuttavia, i “Vitelloni”, belli, grassi, incoscienti e soddisfatti, non ci curavamo di questo, tutto al più, forse, era l’ultimo dei nostri pensieri.
Certo, il grande Regista cinematografico, con i suoi film tutti impregnati di neorealismo, aveva centrato il problema sociale mostrando un vero  e proprio spaccato di un’epoca, sicuramente irripetibile, che anticipava un altro grande fenomeno sociale degli ultimi anni ’50, il boom economico che fece volare l’Italia per un certo periodo.
Forse, quel modo di comportarsi della nostra giovane generazione trovava la sua motivazione psicologica nel benessere, da poco acquisito, dalle famiglie dopo l’incubo della fame e della paura generate dalla guerra. L’importanza della famiglia nella società italiana, il suo ruolo, nello stesso tempo protettivo e limitativo sui giovani, aveva portato a concedere troppo ai figli e, per una sorta di rivalsa sociale, aveva voluto che essi avessero avuto tutto quello di cui essa, per tanti anni, si era dovuta privare.

Leggiamo e commentiamo insieme I vitelloni – brano tratto dal libro Cara Trapani… di Vittorio Sartarelli, recensito da Nicla Morletti nel Portale Manuale di Mari.