Era una delle stelle più piccole del firmamento.
Ogni notte illuminava il buio profondo del cielo con le altre stelle, e la sua luce, anche se piccola, era tra le più splendenti.
Un giorno, dopo aver attraversato nello spazio una tempesta di onde magnetiche molto violente, iniziò a sentire alle sue punte dei dolori che col tempo divennero sempre più forti. Sperò di guarire, ma il Medico-delle-Stelle dovette purtroppo toglierle ogni speranza: ai danni delle onde magnetiche non c’era rimedio, la stellina era dunque destinata a non poter più salire con le sue sole forze ai livelli più alti del cielo.
Ma lei non si scoraggiò: si fece dare dagli angeli un piccolo bastone per sostenersi e tentare di salire più in alto che poteva.
Non capita tutti i giorni di vedere una stellina che si sposta nel cielo appoggiandosi a un bastoncino, e grande era la meraviglia delle comete e degli asteroidi che la incontravano. Le stelle sue sorelle, che ogni notte la aiutavano a salire, la chiamarono Bastoncina.
Ma con il trascorrere degli anni le stelle si stancarono di aiutarla: erano troppo impegnate, c’era tutto un universo da illuminare, non c’era tempo per lei.
E così Bastoncina, tristemente, dovette rassegnarsi a rimanere confinata nei livelli più bassi del cielo, orbitando lentamente intorno alla Terra sempre appoggiandosi al suo piccolo bastone.
Passò forse qualche decina di secoli, poi una notte la stellina stava percorrendo il suo solito cammino quando scorse la figura luminosa di un angelo che le si avvicinava rapidamente. [Continua...]
Bastoncina
Arcana Cajetana
Questa sera scenderò dalla montagna. Percorrerò i bastioni del Grande Castello saltando da una torre all’altra più veloce di qualsiasi essere mortale, sfiorando le ali dei gabbiani in volo, poi mi inoltrerò silenzioso e invisibile ad occhi umani per i vicoli della città vecchia. E’ lì che ho eletto da qualche tempo il mio domicilio.
A dire il vero, ho eletto a mio domicilio questa terra e questo mare dall’inizio del mondo.
Zona meravigliosa, la mia: una montagna di roccia spaccata a metà, ricoperta di boschi e di bastioni; una sabbia finissima, il cielo, le onde. Una zona incomparabilmente dolce, con dolci campi coltivati e dolci colline in discesa verso un dolce mare.
Ho visto qui uomini d’armi trovare riposo, filosofi trovare risposte e religiosi venire ispirati dalla voce divina.
E’ sufficiente ascoltare, abbandonarsi all’incanto e la mia terra, il mio mare parleranno. Io parlerò.
I primi uomini ascoltavano trepidanti, mi celebravano sacrifici e da me ricevevano messaggi per bocca delle mie donne ispirate. Poi, l’oblio. Chi conosceva il mio nome non l’ha più pronunciato, ed il nome è morto con lui.
Ma io non ho cessato di esistere, né di abitare questa terra. Dopo tutto, se da duemila anni che sono per me brevi istanti, i mortali non mi offrono più sacrifici ma c’è ancora chi crede agli angeli protettori, allora è un po’ come se credessero ancora in me.
Ormai molte migliaia di anni fa, ho visto arrivare le prime navi a vela e a remi. Gli uomini sono sbarcati sulla mia terra, hanno costruito porti e villaggi, hanno pescato nel mare e coltivato i campi. [Continua...]
Il giornalino di Tito di Timur Lenk
- Dal Primo quaderno -
Mi chiamo Tito. Tito Barozzo. E scusate il disturbo.
Forse ho disturbato, venendo al mondo.
Ieri sera sono fuggito dal collegio Pierpaoli. Fa tanto freddo e il mio mantellino di collegiale non riesce a coprirmi, meno male che ho trovato un fienile con il chiavistello della porta rotto, così sono riuscito ad entrare e ora almeno sto all’asciutto.
Penso al mio amico Giannino. Quando mi ha salutato ci siamo abbracciati forte forte poi… non ce l’ho fatta più a trattenere le lacrime e sono scappato. Giannino, spero che non ti puniscano.
Nel mio sacco ho una camicia ed una maglia, e indosso dei pantaloni che ormai mi stanno corti: li portavo il giorno che sono entrato in collegio tre anni fa. Le sole scarpe che ho le porto ai piedi, e a parte il mio mantellino non ho nulla della mia divisa di collegiale: sarebbe troppo ingrato per me continuare ad indossarla, e poi i pantaloni grigi con la banda rossa mi farebbero subito riconoscere. Sarei preso e riportato in collegio, forse in prigione. Non voglio.
Ora smetto di scrivere perché devo risparmiare le poche matite che ho portato con me, ma tenere questo quaderno mi aiuterà a sentirmi meno solo. Anche Giannino aveva un giornalino su cui annotava tutti i suoi pensieri e i fatti di ogni giorno, farò anch’io così.
Scrivo quindi sulla copertina il suo nome: “Il Giornalino di Tito” e lo inizio con la data di oggi. È già passata mezzanotte, credo, quindi oggi è:
VENERDÌ 14 FEBBRAIO 1913
Faccio solenne proposito di non subire più nella vita le ingiustizie che ho patito dal mio tutore e dai direttori del collegio, il signor Stanislao e la signora Geltrude. Mi batterò sempre per la giustizia.
MORTE AGLI OPPRESSORI!
È mattina, e durante la notte ha piovuto. Ora la pioggia è cessata ma fuori fa tanto freddo e c’è una nebbia che si taglia col coltello. L’inverno qui in Toscana è così, ma io ricordo che a Napoli, quando ero bambino, faceva bel tempo anche a febbraio. Mamma e papà erano ancora vivi e mi portavano a passeggiare lungo il mare. Ricordo un castello circondato dalle onde, e anche una grande porta di fronte al mare, un grande arco di pietra o forse di marmo, che io sognavo di attraversare come se fosse un ingresso magico a tutti i mari del mondo.
Ora ho fame, meno male che ho portato con me un tozzo di pane dalla cucina del collegio.
Ho trovato anche una mela in un angolo del fienile, è marcia a metà ma l’altra metà è ancora buona, e non posso certo fare lo schizzinoso: quando si è mangiata la minestra del collegio Pierpaoli, preparata con la risciacquatura dei piatti della mensa di una settimana intera, si è pronti a mangiare di tutto!
Il fienile è vuoto ma almeno ho trovato un po’ di paglia per farmi un giaciglio, anche se non potrò restare a lungo: il collegio avrà certamente denunciato la mia fuga e mi staranno già cercando.
Oggi ho sentito un paio di volte il fischio di un treno, domani raggiungerò la stazione e cercherò di prenderne uno. Per dove, non importa.
***
Dal libro Il giornalino di Tito di Timur Lenk
Alida di Timur Lenk

Nel “Paese che non c’è” -
Ricordava perfettamente quando aveva percorso quella strada per la prima volta.
Le colline boscose delle Marche erano sempre lì, la strada era sempre la stessa.
L’unico ad essere cambiato profondamente era lui. Ma fino a che punto?
Max accelerò con la sua Alfa all’uscita dello svincolo per Senigallia. Era partito quella mattina da Como, e sarebbe arrivato a destinazione verso la metà del pomeriggio. Il “Paese che non c’è” ormai non era lontano.
Erano passati due anni, e di una cosa era certo: non avrebbe trovato nulla di cambiato a Bellisol, dove aveva vissuto la più importante esperienza della sua vita anche se ora erano molti i dubbi che lo tormentavano. D’accordo, quel paesino invisibile non si chiamava con quel nome, come Max aveva saputo in seguito, ma non importava: per lui sarebbe sempre rimasto Bellisol, il “Paese che non c’è”.
E in effetti, anche adesso stentava a trovarlo. Pensava di andare nella direzione giusta, invece si ritrovò su una strada sterrata. Girò e tornò indietro sentendosi piuttosto disorientato; quelle colline continuavano a sembrargli tutte uguali.
Mentre guidava, ricordò il suo colloquio telefonico con Lina. Era stata felice di sentirlo dopo così tanto tempo, l’aveva subito informato che Dante e Nelson stavano bene, e Dante aveva detto di mettergli a disposizione la sua casa in qualsiasi momento avesse voluto venire. Max non ci aveva pensato due volte: era estate inoltrata, aveva diritto a un mese di ferie e soprattutto aveva bisogno di restare solo con se stesso.
Per questo scopo, Bellisol era il luogo ideale e l’occasione che gli veniva offerta era la migliore; aveva detto quindi a Lina che sarebbe arrivato il sabato successivo e sarebbe rimasto per tutto il periodo delle sue ferie. Lei, contentissima, gli aveva assicurato che la casa sarebbe stata pronta per il suo arrivo, e che avrebbe provveduto a sbrigare le faccende di casa durante il suo soggiorno.
Ora però si trattava di trovare la strada giusta.
Un cartello stradale indicava la via verso Pergola. La prese, ricordando quanto il “Paese che non c’è” si trovasse vicino a quella città. La strada gli appariva ora più diritta lungo i fianchi di alte colline ricoperte d’alberi, fece un giro ampio verso destra e di nuovo un rettilineo in discesa. A circa cento metri distinse il bivio di una strada secondaria che scendeva verso sinistra e poco prima di quel bivio, sulla destra, un altro cartello indicatore.
Fu allora che la vide. [Continua...]
I ramarri esistono ancora

Era mattino inoltrato mentre guidavo la mia auto lungo quel litorale a me così familiare. Da giovane l’avevo percorso innumerevoli volte, prima che la vita mi conducesse in altri luoghi, diversi e lontani.
Ora invece ero vicino alla spiaggia della mia giovinezza, non era stato difficile ritrovarla. Sceso dall’auto, m’incamminai per uno stretto passaggio che conduceva al mare, e vidi che il vecchio stabilimento era ancora lì, anche se era cambiato.
In peggio.
Lo guardai dall’area libera confinante, ricordando che era vietato fermarsi su quella spiaggia riservata ed era mal tollerato anche il semplice passaggio lungo il bagnasciuga. Notai che la costa sabbiosa era arretrata di parecchi metri rispetto alla sua estensione di una volta: era stata divorata da un mare sempre avido e da uomini che non avevano saputo difenderla.
La suddivisione delle cabine era rimasta del tutto identica: una lunga fila senza docce per i gradi più bassi e, su una piattaforma sopraelevata, una fila di cabine con letto e doccia per i gradi superiori.
Da un lato c’era sempre il bar–ristorante, con dei tavolini sotto una tettoia che ormai lasciava intravedere i segni del tempo. Ricordai quante volte avevo pranzato lì con i miei genitori, ora invece non avrei potuto nemmeno prendere un caffè al bar, anche quello interdetto agli estranei.
A quel tempo la stagione delle vacanze durava da giugno, quando finivano le scuole, fino a settembre, quando a volte si dovevano sostenere gli esami di riparazione e poi tornare a scuola: iniziava il nuovo anno, e a noi ragazzi restava solo un po’ di tintarella sulla pelle assieme ai ricordi del mare e dei “filarini” dell’estate.
Cercai istintivamente con lo sguardo la terza cabina di sinistra sulla piattaforma, ricordandomi dei baci che avevo scambiato proprio lì dentro con la figlia di un collega di mio padre, una ragazza dai capelli biondi come l’oro e gli occhi azzurri come il mare. Onestamente, più dei baci e di qualche carezza eccitante non si poteva combinare: a quell’epoca pareva che i nostri genitori fossero stati istruiti dai Carabinieri su come sorvegliare i loro figli…
A tale proposito, guardando lo spazio sotto la tettoia del bar, mi ricordai di quella festa che una sera organizzammo proprio lì e di quando, mentre ballavamo un lento, a qualcuno venne in mente di spegnere le luci, suscitando l’immediata reazione “Luce, ragazzi !” da parte di una madre lì presente, in servizio di guardia. Per contro, capitava talvolta che alcuni inquilini delle cabine importanti (quelle con letto e doccia, per intenderci) arrivassero accompagnati da cugine o nipoti, o almeno signorine presentate come tali.
Erano tempi, quelli…
Il destino aveva poi scelto per noi ragazzi strade diverse, e dagli anni dell’università non c’incontrammo più su quella spiaggia per parlare dell’amore e del lavoro, delle nostre aspirazioni, dei pochi successi e dei molti fallimenti…
Mi chiesi che fine avessero fatto la ragazza dai capelli biondi e i miei compagni di giochi, o quel mio amico così studioso che a scuola prendeva sempre 8 mentre io prendevo sì e no un 6 (se non era un bel 4…).
In compagnia di questi pensieri mi allontanai dal bagnasciuga, dirigendomi verso una macchia di cespugli bassi, tipici delle spiagge mediterranee, che avevo sempre visto lì fin da bambino.
Fu in quell’istante che notai un movimento in uno dei cespugli di fronte a me.
Un fruscio leggero tra le foglie e uscì, splendido a vedersi.
Era un ramarro dai colori abbaglianti. Lungo quasi mezzo metro, il suo verde acceso si stagliava sulla sabbia, esaltando l’azzurro splendente della gola. La testa sollevata, mi squadrò con le puntine nere dei suoi occhi, come per chiedermi cosa stessi facendo lì. Dovevo aver invaso il suo territorio, e mi venne di chiedergli scusa.
Credevo di non ricordare da quanto tempo non vedevo un ramarro, ma subito realizzai che non avveniva proprio da quelle estati che erano nella mia memoria: da ragazzo ne avevo visti tanti con mio padre nella vicina pineta…
Rimanemmo a guardarci fino a quando non decisi di prendere la via del ritorno e mi allontanai, mentre lui restava immobile ad accertarsi che io lasciassi il suo territorio.
Mantenendo negli occhi l’immagine di quel ramarro, meditai che in quel luogo della mia giovinezza erano passati gli anni, si erano dispersi gli amici ma lui esisteva ancora, e mi apparve come una stupenda espressione della natura eterna, che ogni giorno continua a rinnovarsi al di là delle vite e delle nostre vicende umane.
Immagine: Paradise Dawn di Klaus Strubel




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