Ero seduta su di una panchina con sagoma arrotondata e sinuosa, fatta di cemento misto a pietrisco. Una di quelle panchine apparentemente massiccie, con schienale ondulato e scomodo, nella sua durezza, che si potevano vedere nei giardini pubblici delle cittadine italiane negli anni ’70.
Queste davano il senso dell’inutile solidità. Infatti ben presto, col tempo, cadevano loro gli angoli o grossi pezzi , mettendo spesso a nudo il ferro dell’ ‘armatura’ che stava all’interno. Il che svelava la loro natura fragile, a dispetto dell’aspetto falsamente resistente e robusto. A queste, chiamiamole panchine, mancava il vezzo tipico delle semplici panchine in doghe di legno su agile struttura portante in ferro, tipiche nella loro fattura, di un’epoca che sembrava e sembra oramai tramontata.
Ero conscia di aver salito inutilmente una scala fatta di scalini d’aria: ero rimasta esattamente al punto in cui mi ero trovata un anno prima, con l’aggravante che adesso non mi era rimasto neanche un briciolo d’entusiasmo. La mia mente vagava sulle e fra le macerie delle mie illusioni. [Continua...]



























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