Ero seduta su di una panchina…

 Invita i tuoi amici a leggere e commentare Invita i tuoi amici a leggere e commentare

Ero seduta su di una panchina con sagoma arrotondata e sinuosa, fatta di cemento misto a pietrisco. Una di quelle panchine apparentemente massiccie, con schienale ondulato e scomodo, nella sua durezza, che si potevano vedere nei giardini pubblici delle cittadine italiane negli anni ’70.

Queste davano il senso dell’inutile solidità. Infatti ben presto, col tempo, cadevano loro gli angoli o grossi pezzi , mettendo spesso a nudo il ferro dell’ ‘armatura’ che stava all’interno. Il che svelava la loro natura fragile, a dispetto dell’aspetto falsamente resistente e robusto. A queste, chiamiamole panchine, mancava il vezzo tipico delle semplici panchine in doghe di legno su agile struttura portante in ferro, tipiche nella loro fattura, di un’epoca che sembrava e sembra oramai tramontata.

Ero conscia di aver salito inutilmente una scala fatta di scalini d’aria: ero rimasta esattamente al punto in cui mi ero trovata un anno prima, con l’aggravante che adesso non mi era rimasto neanche un briciolo d’entusiasmo. La mia mente vagava sulle e fra le macerie delle mie illusioni. [Continua...]

Cosa può fare l’amore per una donna?

 Invita i tuoi amici a leggere e commentare Invita i tuoi amici a leggere e commentare

Cosa può fare l’amore per una donna?  Può anche ridare lucidità alla mente annebbiata di un uomo in pieno deserto, risvegliandolo da un torpore che assomiglia tanto al prologo della morte.

Avanzavamo in silenzio sul costone che interrompeva bruscamente, a picco, l’altopiano, godendoci lo spettacolo del deserto sconfinato che spaziava sotto, alla nostra destra. Era uno spettacolo così suggestivo, nella sua spietata bellezza, che avevamo tutti  dimenticato anche l’insopportabile caldo secco che toglieva il respiro.

Era il tardo pomeriggio, ma v’era un cielo azzurro luminosissimo, tanto che s’aveva la netta impressione che vi fosse, acceso, un immenso riflettore posto dietro la volta celeste.

L’immagine del deserto, il quale si distendeva in basso, senza fine, annullava la sensazione, oltre che il raziocinio, del concetto di distanza.

Quella distesa sconfinata era terrificante ed ammaliante insieme. Avrebbe potuto trattarsi di metri, come di decine o centinaia di chilometri: l’occhio umano non poteva realizzare, e nemmeno ipotizzare, un calcolo, anche approssimativo, delle distanze.

I cammelli, una diecina in tutto, mantenevano un’andatura lenta, ma ritmica e continua.

Trascorrevano i minuti o le ore? Chi lo poteva dire senza guardare l’orologio!? Anche il tempo sfuggiva ad ogni controllo della mente.

Di tanto in tanto il vento soffiava con improvvisa furia, sorprendente per la sua forza immediata ed insistente, insinuando nelle nostre vesti la soffice polvere dai piccolissimi, infinitesimali, impalpabili granuli. Ciò mi costringeva a ripiegare sulla bocca la maglia che circondava, avvolgendosi su se stessa, il mio capo ed il mio collo; così come mi avevano insegnato a fare i carovanieri.

Dovevamo, anzi avremmo dovuto, perché nulla sembrava scontato, scendere gradatamente, costeggiando il precipizio, perché era previsto che, continuando verso oriente, avremmo  raggiunto, alla sera, una macchia di verde. Mi era difficile anche immaginarla, in quei momenti, una macchia di verde.

Venne un attimo, forse un attimo fatto di molti minuti, in cui, per me, la situazione aveva tutto di surreale, anche i miei pensieri, cui cercavo penosamente di aggrapparmi per confermare la realtà che sembrava essersi persa nella mia mente.

Allora provai a tentare di ricordare lo sguardo di Raffaella: chissà dov’era in quel momento!

Certamente era viva e stava facendo qualcosa, nella mia città in Italia.

Cercai con tutte le mie forze di immaginarla in piscina, mentre annaspava col suo modo goffo di tentare di nuotare, come fanno i bimbi con la ciambella.

Così affascinante il suo sguardo ed il suo volto, con la meraviglia di un bambino e quegli occhi così abili nel sedurmi allorquando mi chiedeva aiuto! Con l’innocenza dei malati che non accettano il male.

Dolcissimi i suoi grandi occhi che muoveva lentamente per evitare le vertigini, in acqua.

Dolcissime le sue languide e supplichevoli lamentele, allorquando mi descriveva il dolore “a cintura”, che partiva dai suoi lombi.

Dolcissima la maniera con cui mi conquistava con le sue sofferenze.

Anche lì, in quel deserto in cui la forte tentazione di mancanza di speranza, era l’unica cosa che non sapeva di surreale. Anche lì il ricordo del miele del suo viso riusciva a sedurmi, di nuovo ed ancora, in barba a quello spettacolo senza pietà, il quale sembrava porre due sole alternative: il nulla o l’infinito.

Soltanto il pensiero di te poteva dissolvere lo sgomento di quel deserto, perché io non esisto senza essere conscio che tu esisti. perché io posso considerare come realtà la mia esistenza soltanto se in questa realtà ci sei tu.

E’ per questo che m’hai tirato fuori da quell’esperienza in cui avevo perso la lucidità della mia mente. Ciò significa che io mi considero esistente soltanto se sono convinto che esisti anche tu. A cos’ è  servita questa mia fuga nel deserto, se io perdo la mia realtà qualora non sono certo che tu ci sei  da qualche parte in questo mondo? Io perdo me stesso, se perdo la certezza che tu sei viva e stai bene. Avrei potuto anche essere solo ed in fin di vita in quel deserto, ma non mi sarei smarrito fino all’ultimo istante della mia vita, se solo avessi pensato a te.

Da che cosa ero fuggito, decidendo di recarmi a fare il medico in Africa?  Che cosa avevo cercato di dimenticare? Quale aspetto della mia vita avevo cercato di modificare? Se non era cambiato nulla? Anzi l’abbandono psicologico che avevo esperimentato in quei minuti, in quelle ore, di surrealta’, mi aveva fornito, solo in apparenza casualmente, la prova del fatto che la mia vita, anzi la mia esistenza (poichè potrebbero essere vissute più vite in un’esistenza) era indissolutamente, necessariamente, legata alla tua esistenza.

L’energia d’Amore che mi legava obbligatoriamente alla tua esistenza, ne ero certo, partiva da Giulia, la bella, splendida donna, conturbante, fascinosa, esuberante nella sua fisicità sensuale, coinvolgente e protettiva nel suo sentimento travolgente ed assoluto nei miei confronti. Era lei, ne ero oramai sicuro, che mi dava la inesauribile forza di rivolgere tutto il mio essere al pensiero di Raffaella, anzi, per la precisione, allo struggente desiderio che Raffaella guarisse dalla sua malattia. Se Raffaella, in ragione del miracolo che ogni istante chiedevo al Signore, fosse guarita, l’incantesimo che mi legava a lei sarebbe svanito, così come avviene quando una bolla di sapone si estingue in silenzio, con semplicità e con naturalezza. Sarebbe allora svanito anche il grande Amore che Giulia mi riversava adosso? Chi lo poteva dire? Chi lo può dire? Ormai era tutto chiaro: il flusso di questo grande Amore partiva da Giulia ed, attraversando me, giungeva, con tutta la sua forza irrefrenabile, a Raffaella. Sarebbe finito tutto questo? Avevo terrore che ciò accadesse. Ed, insieme, in alcuni momenti, desideravo che tutto ciò svanisse, in specie quando avvertivo che questo transito d’Amore mi consumava, mi assorbiva, in ogni aspetto della mia psiche.

Io esistevo, ed esisto, solo in ragione di questa mia funzione di conduttore d’Amore? Mi sembrava proprio che fosse così.

***

Brano tratto da “Aspetti dell’amore” di Sabatino Di Filippo

Nel dormiveglia…

 Invita i tuoi amici a leggere e commentare Invita i tuoi amici a leggere e commentare

Nel dormiveglia, atterrito dai soprassalti dei risvegli improvvisi, mi sembrò d’immaginare la presenza di mia moglie seduta su quella panchina, lì accanto a me: non ero mai riuscito a parlarle come avrei voluto e dovuto. Forse perchè mi ero sempre stato convinto che fosse scontato quello che invece avrei dovuto dirle.
Provai allora a recitare a me stesso il le parole che avrei finalmente voluto rivolgerle, proprio quella squallida notte, se l’avessi avuta vicina:

‘Nel labirinto dei miei pensieri il tuo ricordo è come una silenziosa sirena, dallo sguardo sfuggente, che mi conduce per mano sempre più giù;  dove l’acqua è più blu e non si vede più la luce del sole. E mi smarrisco fiducioso in quella guida, che mi fa volteggiare in un veloce e vorticoso turbinio di sentimenti contrastanti. Eppure così coerenti da convincermi ad arrendermi a lasciarmi trascinare. E  l’ebbrezza di quella stretta di mano  mi convince, oramai abbandonato nell’abbraccio inebriante e soave di un’ ineffabile dolcezza, a  portare avanti un viaggio alla cieca, troppo veloce per capire dove mi porterà.
E continuo a riemergere improvvisamente per prendere respiro ed a rituffarmi per scendere sempre più giù nei sentieri del tuo cuore e della tua mente; troppo semplici ed, insieme,  troppo complessi, per avvertire qual’ è il giusto percorso da seguire.
Eppure non so perchè devo farlo, affiancato da mille interrogativi e mille certezze, ma con un convincimento profondo che il miele del tuo pensiero mi porterà ad approdare su di una spiaggia calda e sicura.
Lì il sole continuerà ad inondarmi gli occhi e l’anima, nutrendo la mia fame mai sazia d’assoluto , ma saziandomi di motivi per continuare a vivere;  e per  convincermi che vale la pena di tentare una nuova strada.
Forse  è quella che ha in serbo il Destino per me, un Destino che sembra essere, finalmente,  sempre più intelleggibile, ma sempre più inaspettato; cui non posso, per definizione, sfuggire.
Devo seguirla questa sirena, anche se ho paura di perdermi e di morire a me;  per poi rinascere in un’altra realtà, troppo piena di incognite perchè possa immaginarla. [Continua...]

Arrivammo in una piccola oasi…

 Invita i tuoi amici a leggere e commentare Invita i tuoi amici a leggere e commentare

Arrivammo in una piccola oasi allorquando il sole, impietoso fino ad un’ora prima, si stava inabissando dietro l’orizzonte delle dune. Dovevamo trovarci a circa metà strada fra al-Farafrha ed El Kharga. V’era uno specchio d’acqua del diametro, all’incirca, di una cinquantina di metri, di forma quasi ovalare; circondato per due terzi da una doppia fila di palme altissime. Il mattino dopo saremmo giunti nel villaggio in cui ero diretto.
Omàr, il cammelliere, alle cure del quale ero stato affidato in Nunziatura al Cairo, scaricò la soma dei due cammelli e si apprestò a preparare per la notte.
Prima di noi era arrivata in quell’oasi un’altra carovana di cammelli più grande della nostra.
Fu allora che venne un arabo con un lungo kaftano color corda e disse qualcosa ad Omàr.
Eravamo stati invitati a cenare su di uno dei grandi tappeti del capo di quella carovana.
Non sapevo accovacciarmi sulle gambe incrociate, alla maniera dei tuareg. Quindi scelsi, dopo aver chiesto il permesso, per bocca di Omàr, di sedermi con gli arti inferiori distesi e la schiena appoggiata al tronco di una palma.
Sulla sinistra il tramonto ardeva, riverberando diffusamente sui nostri volti.
Eravamo una ventina di persone, seduti in cerchio sui tappeti ed, al centro, il fuoco divampava e veniva governato perché cedesse alle braci, per cuocervi sopra le carni.
Fu solo allora che notai, a destra del capo, vestito di una lunga tunica color oro, il cui colore veniva ravvivato dalla luce calda del fuoco, la presenza di una donna.
Doveva essere una persona di gran riguardo, molto vicina all’uomo alla cui destra era seduta. Forse una sua figlia, o una sua favorita, perchè, altrimenti, non avrebbe partecipato al banchetto insieme agli uomini. Le sue vesti, di un colore blu cangiante, lasciavano scoperti solo i suoi occhi. Questi ultimi, grandissimi, sfoggiavano delle ciglia scure e rigogliose, sotto a delle sopracciglia folte, lunghe e dal disegno flessuoso, ma deciso. Le pupille sembravano di velluto nero e mi fissavano,
imperiose ed  immobili.
In pochi secondi riuscii a notare dei cambiamenti, in sequenza, di quello sguardo: prima risoluto ed ardente come le fiamme che vi si riflettevano sopra, ma il cui riflesso risultava come smorzato dall’intensità del modo con cui mi fissava. Poi più pacato, ma sempre fiero e penetrante. Infine quasi indulgente, in un atteggiamento soavemente nobile ed elegante.
Mi fu servito il thè che io bevvi, sbirciando, col capo chino, quello sguardo troppo esplicito per essere quello di una donna araba.
Il crepuscolo oramai era alla sua fine e già rilucevano come fari lontani le stelle, in un cielo ingigantito come da una enorme lente, tanto grande come l’intera volta dal nitido colore azzurro cupo.
Rinfrancato dalla bevanda calda e da quegli occhi che mi proteggevano, poggiai la testa sul tronco della pianta, che già sorreggeva possente il mio dorso; e chiusi le palpebre, certo di essere parte necessaria di quella scena.

Secondo brano tratto da “Aspetti dell’amore” di Sabatino Di Filippo

Aspetti dell’amore, brano

 Invita i tuoi amici a leggere e commentare Invita i tuoi amici a leggere e commentare

Stasera ho, più che mai attivo nella mia mente, il mio pensiero circolare, rincorre sé stesso, è come se mi volesse suggerire che i conti ritornano sempre. I conti dei miei fallimenti tornano, e finalmente capisco perchè hanno profonde significazioni e giustificazioni. Non possono che andare così le mie cose! E’ del tutto ovvio! E di ciò sono certamente pago: i conti tornano! Farsene una ragione così non è doloroso, ma del tutto normale. E’ normale che le mie faccende vadano come sono andate sempre. Non avrebbero potuto andare diversamente! Sono sereno che io lo capisca così bene: che lo senta anzi, che lo avverta! Avverto “a naso” il significato di tutta la mia vita! E’ tutto chiaro adesso. Non poteva che andare così com’è andata. Le mie donne, le mie ambizioni, i miei amori, i miei sogni frantumati, tutti, le mie realizzazioni non sognate, le mie caparbietà, i miei sacrifici, le mie scelte-non scelte!

Sì, perché le mie scelte non sono mai state tali. Sono sempre state, per dir così, delle scelte obbligate. Ogni volta che ho scelto non potevo che fare la scelta che ho fatto: era l’unica cosa si potesse fare: quella che aveva il numero più elevato di lati positivi, e dentro di me sapevo che quella scelta non era “libera”; che quella non era una “mia” scelta. Oh Dio, perdonami! Quanto male mi sono fatto! E quanto male ho fatto a qualcuno! Se solo fossi stato più sincero con me stesso e con gli altri! Non ho avuto il coraggio di testimoniare la verità, che montava nel mio petto, ogni volta! Avrei dovuto ribellarmi allora. Tanto ho finito col farlo lo stesso adesso, anche se in ritardo, terribile ritardo: ribellarsi alfine! Non si può sopportare una falsità , anche se la si permea con tutte le proprie forze di amore, di bene. E’ come costruire una casa, che è bene, sulla sabbia che è la falsità. E la falsità, l’artificiosità, la “ragion di stato” applicata ad una vita, è sempre male! Oh, arrivare a lambire la tanto ricercata giusta propria identità! Illudersi, almeno, di essere divenuti finalmente sè stessi!

Brano tratto dal Romanzo inedito “Aspetti dell’amore”, vincitore del 3° Premo Città di Fucecchio, 2008, CAPIT

Può un’identità sconosciuta appartenerci?

 Invita i tuoi amici a leggere e commentare Invita i tuoi amici a leggere e commentare

Mi trovavo in posto pieno di luce, in cui l’aria era più che tersa, leggera, come se fosse inesistente tanto era inavvertibile il senso dell’atmosfera. Avevo l’animo pieno di felicità, una felicità contenuta, definitiva;  avvertivo un vero e proprio stato di grazia. V’erano altre persone con me, ma non vicine a me. Eravamo in ordine sparso. Erano, queste ultime, come me, tutte rivolte verso la fonte di luce che ci attirava tutti. Non riuscivo a distinguere come tutti fossero vestiti, ma notavo chiaramente il viso di ognuno: era un viso giovane, raggiante, che era come se rifrangesse quella luce così calda, soave e dolce, libero da qualsiasi pensiero che potesse rivestire caratteristiche di preoccupazioni. Non riuscivo nemmeno a distinguere il paesaggio in cui mi ritrovavo. All’improvviso vidi il mio secondo figlio.  Ma non aveva l’età attuale, non era un quattordicenne com’è in realtà adesso. Dimostrava poco meno di trent’anni. Ed il suo volto assomigliava, negli atteggiamenti e nell’espressione, a quello di tutti gli altri: era felice e trasmetteva felicità. Io l’avvicinai subito. “Figlio mio!”, gli dissi, “Sei proprio tu? Si sei tu, di certo. Ma sei un giovane, ormai. Come sei cresciuto così presto?”. “Sei proprio certo che sia cresciuto?” mi rispose. “No, non sono cresciuto: sono sempre stato così. E’ soltanto che tu avevi un’immagine diversa di me.”. “Ma mi sembra sia passato tanto, ma tanto, tanto tempo.” Ripresi, ed ancora continuai: “E non mi ricordo dove io sia stato tutto questo tempo. E’ come se non avessi più memoria. Sento soltanto che è passato tanto di quel tempo che non mi riesce di immaginare quanto.” Egli mi rispose: “Tu invece sembri ringiovanito rispetto a quello che mi sembra ricordare di te. Dimostri anche tu meno di trent’anni. E poi, ci hai fatto caso alle tue gambe? Non sono più malate come una volta. Adesso cammini come tutte queste persone che ci circondano: non sei più uno zoppo com’eri una volta. Anche io ho la netta impressione che sia trascorso un tempo lunghissimo. E poi non ricordo neanch’io dove io sia stato fino ad ora. Ma l’importante è che adesso ci siamo reincontrati. Scusa ma non riesco a fissarti per più di qualche attimo: c’è questa luce che mi attira, come d’altronde, attira tutti quanti noi qui, compreso te. E poi non ricordo più il tuo nome, per quanto mi possa sforzare.”. “Succede anche a me, figlio mio” ribattei, “non ricordo nench’io qual era il tuo nome.’.

Brano estratto da “RACCONTO PER IL CARNEVALE” intitolato: “PUO’ UN’IDENTITA’ SCONOSCIUTA APPARTENERCI?”, VINCITORE del PRIMO “PREMIO VIAREGGIO, SEZIONE CARNEVALE 2009″, CAPIT, 16 maggio 2009