E poi più niente. Solo lei nel buio di quella strada tortuosa che si inerpicava su per la collina; così pittoresca di giorno, eppure così triste di notte. Tristezza, ecco cosa l’aveva invasa. E solitudine. Paura, anche.
Strano, avevano sempre tentato tutti di farla riflettere sulle cose terrificanti che potevano accaderle per quella strada, ma mai e poi mai aveva provato paura.
…Incontri terribili dovuti ad una gomma bucata, oppure abbordaggi da parte di giovinastri e maniaci. Se ne raccontavano, o forse semplicemente se ne temevano, pensava lei, di tutti i colori. Ma niente le aveva mai infuso il senso di paura che aveva provato nell’incontrare se stessa quella sera. L’aveva vista lì, sul ciglio erboso della curva, con l’andatura altera e trasognata, ma con lo sguardo vigile senza più rimpianti. Vigile, s’era detta nel guardarla, ma poi aveva deciso che era semplicemente acceso da qualche pena recente. L’aveva guardata ancora e aveva scorto le belle gambe, i tacchi alti, il corpo ben fatto che aveva fatto sognare molti…poi, d’un tratto, il tonfo al cuore e la paura…Era buio pesto, come poteva aver notato tutti quei particolari? Lo sguardo, perfino.
Eppure l’aveva vista bene e sapeva che quello sguardo teso, inosservato da chi s’era sempre fermato alle fattezze fisiche, era lo specchio sempre più cupo eppure vivo della sua anima che continuava a ribellarsi. Solo allora, d’un tratto, le era venuta la certezza che la donna era la sua immagine speculare: stesso abito aderente, stessi capelli ondulati e rossi nel collo rialzato dell’ampia giacca nera. Rossi!…Come poteva aver notato il colore, in quel buio pesto in cui neppure un faro aveva illuminato la corsia opposta? Aveva guardato nello specchietto retrovisore e lei era là, non solo una sagoma che spariva nella notte, ma nettamente delineata nei particolari di forma e di colore. [Continua...]
L’incontro di Paola Pica
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Il capro espiatorio di Paola Pica
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“Come, come?… Continua. Questa idea del capro espiatorio non è male; direi che mi interessa un bel po’, mi intriga”.
Erano secoli che non lo sentiva interessarsi ad uno qualsiasi dei suoi argomenti, che sempre, immancabilmente, venivano liquidati da un “Ah, sì…” e dal silenzio che a questo seguiva, quando non ne scaturiva un litigio violento e totalmente privo di presupposti…la pura e semplice risposta ad una sollecitazione terapeutica e catartica, appunto.
Ma questo colloquio non avveniva nello studio di un analista.
L’idea del capro espiatorio non era certo sua o, meglio, non solo sua, anche se lei c’era arrivata da sola, attraverso il suo cammino solitario di dolore, il suo male di vivere.
I trattati di psicologia ne erano e ne sono pieni. Così le avrebbe detto di lì a poco il terapeuta con cui avrebbe confrontato questa sua supposizione, che, dopo il primo colloquio, sarebbe diventata una calma certezza, perché supportata dal sapere ufficiale.
Non era nuova a scoperte come questa. Le sue supposizioni erano spesso risultate conformi a teorie consolidate. E anche questo aveva sempre fatto rabbia a tutti, specialmente nella sua famiglia.
Che lei avesse ragione in qualche sua affermazione, per quanto ricordava, non era mai stato riconosciuto apertamente e serenamente da nessuno di loro, tranne che da suo padre, naturalmente…Magari tacevano, consapevoli del vecchio detto, ma di un bel “Hai ragione” non aveva memoria.
Ed Elena aveva, anche se da poco, superato i quaranta.
“Che intendi, quando dici “capro espiatorio”, espiatorio di che?”. [Continua...]
Errori di valutazione di Paola Pica
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L’ho odiata quasi dal primo momento in cui l’ho vista; perché sono un incantatore e lei, invece, non sarebbe mai caduta nella mia rete. Lo sentivo; lo sapevo.
Me la presentò Francesca un giorno d’inverno, in cui avevo saputo “ufficialmente” da lei che una sua cugina ci sarebbe venuta a trovare, per un caffè a metà mattina.
La cosa mi meravigliò un bel po’, perché era la prima volta che Francesca riceveva una visita.
Mi disse che s’era rifatta viva la sera prima al telefono, dopo dieci anni che non si vedevano né si sentivano.
Di quell’annuncio non ci sarebbe stato bisogno, ma lei non lo sapeva: ho detto “ufficialmente” perché avevo ascoltato tutta la loro conversazione da uno dei tanti telefoni comunicanti che avevo fatto istallare in casa.
Sorvolo sul ricordo di quella telefonata, perché mi fa stare ancora male. Sentire il calore con cui Francesca si era congedata dalla cugina, dopo la fredda accoglienza dell’inizio della telefonata, mi aveva infatti dato una fitta di gelosia furiosa. La voce della mia donna del momento, ormai nota a tutti per le sue reazioni di ghiaccio, mi era risuonata nelle orecchie come una stilettata; perché ciò significava che, nonostante tutto il mio lavoro, forse era ancora possibile che qualcuno le facesse vibrare qualcosa dentro, qualcosa di diverso e non destinato a me.
Ma che voleva questa, risuscitata da chissà quale loro passato condiviso e a me sconosciuto?
Le mie donne sono sempre state solo mie e devono apparire fredde e irraggiungibili a chiunque altro, uomo o donna che sia; perché le emozioni accomunano le persone e c’è sempre il pericolo che un po’ di calore risvegli desideri sepolti di solidarietà e condivisione. [Continua...]
Il tarlo nella mente di Paola Pica
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La “libertà ritrovata” intorno ai quaranta ha quasi sempre un effetto inebriante sugli uomini, che si ritrovano a disposizione di nuovo gli stimoli giusti per far fronte alla normale crisi dell’età. Volare di fiore in fiore fornisce loro l’afrodisiaco necessario a rivitalizzare quel ritmo che Madre Natura stava per placare, indirizzandolo verso piaceri più pacati e duraturi. La solita vecchia storia: perché fermarsi, adesso che il bello è non solo cominciato di nuovo ma sembra non avere fine?
Quando si erano incontrati, infatti, Germano aveva quarantasette anni e era un professionista arrivato, con la disponibilità economica di cui un dentista gode di solito in Italia; era di bell’aspetto…aveva, praticamente, tutto…compresa una figlia adolescente, da usare come alibi, quando non sapeva come liberarsi di qualche donna un po’ troppo pressante. A sentirlo parlare, passava con Veronica, la ragazza in questione, quasi tutti i sabato sera e spesso partiva con lei per il finesettimana.
(…)
Attraverso il vano della porta, dal soggiorno,Sara lo aveva visto chiaramente di spalle prima e poi, mentre si dirigeva nella loro direzione nell’alone di luce della lampada sulla consolle dell’ingresso, per un attimo, e mentre entrava nella luce piena della lampada a stelo sulla sinistra della porta. Il suo metro e ottanta abbondante si stagliava nitido adesso e il taglio perfetto della sua giacca lo faceva, forse, apparire un po’ più sottile di come non doveva essere. Il sorriso era il più candido che ricordasse di avere mai visto…ma era un dentista, no?
Stretta di mano a tutti, anche a lei, la nuova a tavola quella sera, a cui riservò anche una specie di piccolo inchino, quasi impercettibile, con la testa, mentre gli occhi scuri si infilavano letteralmente nei suoi.
Come da copione, dopo i saluti e le strette di mano:
- Scusate il ritardo, ma Veronica mi ha chiesto di accompagnarla al Gilda oggi pomeriggio, senza chiedermi di andarla anche a riprendere. La sua telefonata in proposito mi ha beccato mentre facevo la doccia e mi preparavo per venire qui. Credevo di farcela…ecco perché non ho chiamato.-
Coro: – Va be’…va be’…tanto lo sapevamo. –
(…) [Continua...]
L’uccello rapace di Paola Pica
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Questa è la storia di un omicidio commesso senza armi né veleni; ma solo con l’istillazione del dubbio e della paura dell’abbandono.
Lo avevano trovato morto una mattina, solo, nell’appartamento che, a detta di conoscenti, lei aveva lasciato un paio di giorni prima, sbattendo la porta come al solito, diretta verso la casa dei genitori, al sud.
Questa era stata la sua tattica fin dai primi tempi; da quando, cioè, aveva capito che lui ne soffriva fino a sentirsi male e che, una volta concessagli al telefono la promessa del ritorno, lui era pronto a darle qualsiasi cosa lei chiedesse.
Era vero che, fortuna per lui (se si può in qualche modo essere considerati fortunati, per poi morire così), la sua fine era arrivata prima che lei riuscisse ad ottenere la piena autonomia sul suo conto in banca…ma ora lei, finalmente, ne era legittima erede, anche se non l’unica.
Ma questo è solo l’epilogo di una storiaccia che si era svolta sotto gli occhi di tutti, per più di dieci anni, senza che nessuno dei suoi amici fidati avesse il coraggio di farsi avanti a cercare di fargli aprire gli occhi, che lei aveva abbagliato tanto tempo prima, con il suo sederino nel famoso bikini giallo, sul bordo della piscina di quell’albergo lussuoso sul lago di Como.
Di quell’albergo lui era stato il legale e lei la mogliettina, tutt’altro che devota, del giovane direttore.
(…) [Continua...]
Un uomo per bene di Paola Pica
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DE PROFUNDIS
dell’anima mia e del mio dolore, e senza più il minimo dubbio su quanto c’era da capire, ti metto a parte della mia condizione mentale.
Ho ingenuamente creduto che, una volta che io avessi azzerato tutti i miei circuiti di legittime ripicche nei tuoi confronti e di presunta malafede da parte tua, in nome del perdono e di quell’amicizia di cui parli così frequentemente, tu mi avresti ripagato “elargendo” alla nostra relazione (e quindi a me) ciò che è patrimonio usuale e comune di un uomo e di una donna che stanno insieme… non importa su quale livello di clandestinità o di ufficialità. Credevo cioè di avere diritto a vedere il nostro soddisfacente scambio fisico farsi, da semplice istinto brutale, comunicazione anche delle nostre anime; e che, una volta cancellato il credito per il maltrattamento di allora, avremmo respirato e saremmo volati in alto, finalmente liberi…anche se così prigionieri della tua situazione esistenziale: ti avevo già dedicato la mia libertà, in nome della qualità e non della quantità del nostro rapporto, per usare una frase davvero non originale.
Che cosa chiedevo? Che cosa pretendevo che tu aggiungessi a quello che già avevamo?
Semplicemente qualche parola che mi alleviasse il peso non della tua non presenza, che era già implicita nei patti iniziali, ma del non avere la minima possibilità di iniziativa nel contattarci. Bada bene, come ti ho detto l’ultima volta che ti ho visto, poggiandoti dolcemente una mano sul ginocchio, mentre eravamo seduti in giardino, il numero delle telefonate sarebbe potuto rimanere lo stesso o addirittura diminuire. Quello che, per soddisfare la mia esigenza in questione, andava integrato al nostro quadro generale era solo qualche tua parola su NOI, sul nostro rapporto fisico, su come vivevi la mia assenza… che credevo ti pesasse. Parole che mi avrebbero aiutato a tenere acceso il fuoco del mio erotismo con te nei “momenti” lunghissimi del tuo essere altrove e che, quindi, ti avrebbero fatto accogliere da me senza alcun ulteriore bisogno di chiarificazione, nei nostri incontri futuri. Dopo tutto, era il nostro rodaggio, no? E a tale proposito ti ho subito portato l’esempio delle tue telefonate infuocate, avvenute fra il nostro incontro “ravvicinato” ma non totale del nostro primo venerdì a studio e il secondo, del sabato mattina seguente, da me, anch’esso non completo e seguito da parole sussurrate da te al telefono con un tale calore da farmi sentire in pena per te… che avevo portato a uno stadio avanzato di eccitazione, senza sapere quando saremmo stati in grado di soddisfarci a vicenda.
Tutto questo ti avevo cominciato a dire, dopo avere esordito esprimendoti il mio desiderio di sanare le sabbie mobili e di incontrarci subito dopo sul nostro terreno solido di mutuo piacere. [Continua...]




































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