Guerra

Camminammo stretti
gli uni agli altri
un umido uragano
d’orrore.
Sfilarono
sotto cieli d’acciaio
le mandrie dei deportati.
Fummo profondi occhi
d’autunno
dietro persiane chiuse.
Fummo rami librati
d’inquietudine
tra fili spinati.
Un turbine di spari
di pianti.
Sussulti di vita
poi silenzio.
L’Europa pianse.
E la ripresa.
Ognuno contò i suoi morti.
Passammo anni a fare
funerali.

GUERRA

Camminammo stretti

gli uni agli altri

un umido uragano

d’orrore.

Sfilarono

sotto cieli d’acciaio

le mandrie dei deportati.

Fummo profondi occhi

d’autunno

dietro persiane chiuse.

Fummo rami librati

d’inquietudine

tra fili spinati.

Un turbine di spari

di pianti.

Sussulti di vita

poi silenzio.

L’Europa pianse.

E la ripresa.

Ognuno contò i suoi morti.

Passammo anni a fare

funerali.

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Ibis di Olga Karasso

Allora si fecero avanti i farisei e incominciarono a discutere con lui, chiedendogli un segno dal cielo per metterlo alla prova. Egli, però, emettendo un profondo sospiro, disse: “Perché questa generazione chiede un segno? In verità vi dico che mai sarà concesso un segno a questa generazione”. Quindi, lasciatili, montò di nuovo in barca e se ne andò verso l’altra riva. (Da Vangelo secondo Marco)

In quel nido scuro di zecche e pulci furono gli occhi a colpire. Occhi neri e umidi imploranti compassione e cibo, ma forse molto più. Non esigevano probabilmente nulla ma rividi lo sguardo malizioso e innocente di mio padre, gli occhi elemosinanti degli orfani del mondo senza vergogne né pudori falsi. Non racconterò ciò che mi spinsero a fare per il rispetto che nutro nei confronti del mistero della vita e della sua tessitura. Dirò soltanto che, esasperati dalla gestualità e dal timbro di voce sovreccitato, gli addetti aeroportuali di Linate, dopo avere atteso ore e visto, mi domandarono con il sarcasmo tipico di molti maschi se fosse per lui che avessi inscenato tutto quel pandemonio tra Spagna e Italia. Era già notte e, nonostante le lacrime e le proteste sincere e ad arte, non lo liberarono ma dovetti tornare il giorno dopo.

A mezzogiorno, Ibiscus, il maiorchino, entrò così nella mia o meglio – un’ora e mezza dopo – nella vita di mia madre in un momento in cui avevo cessato di scrutare gli occhi della gente in cerca di risposte, in un momento in cui mi riusciva difficile credere di essere viva o che gli altri lo fossero. Ibis era vivo, fremeva di vita, raccoglieva tutto senza porre condizioni nell’attesa paziente che qualcosa o qualcuno nel mondo lo amasse. Io? Le elucubrazioni filosofiche di una vita sul divino, l’intellettualismo mal digerito di cui mi ero nutrita, i vagoni di domande lanciati nello spazio cui niente o nessuno aveva atteso, la cupa dolorosa sensazione di vaghezza e di vuoto al centro del petto, l’assenza di ogni legittima gratificazione, tutto scompariva dinanzi alla profondità insondabile dello sguardo di un cane piccolo e spelacchiato che stava di fronte fissandomi come se fossi una regina o non oso dire chi. [Leggi tutto...]

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I treni di Alina di Olga Karasso


Superba invenzione! La migliore in assoluto. Il popolo delle automobili e degli aerei non sa che cosa si perde!

Ad Alina piaceva viaggiare in treno. Le era sempre piaciuto. Punta di snobismo. Professava che il lieve ritmico sballottamento dei treni, pur rotto da veri e propri scossoni, le funzionava da perfetto ipnotico. Come quando da piccoli qualcuno ti cullava per farti smettere di strillare. Nei casi favoriti. Era seriamente convinta che il corpo dovesse averne profonda memoria e nostalgia per accettare, così volentieri, persino lo stridore delle ruote sferraglianti contro i binari.

Sistema formidabile per rilassarsi senza sensi di colpa per una natura essenzialmente indolente. Pigra. Alina si divertiva a raccontare che era oltremodo felice di pagare qualcuno che le trasportasse in giro la carcassa, permettendole di spiare gli altri senza sforzi sovraumani. Treni di lusso. Su treni sgangherati. Faceva lo stesso. Su quelli lerci che secondo lei pizzicavano di vita più degli altri. Minimo una doccia al giorno? Poco salutare. Come se la modernità del lavarsi troppo togliesse energia e anticorpi. Buonumore. Riteneva che lo scampanellio annunciante il sospirato carrello con bevande e panini, altro non fosse che il segnale di un imminente apporto magico da altra dimensione. …Il buon profumo dei panini fumanti con enormi würstel e senape della sua infanzia, sugli infiniti treni diretti a Vienna. Carrozza di prima classe. Indissolubilmente legati al tenero ricordo del padre che si tranquillizzava soltanto dopo averla vista mangiare. Fisime delle precedenti generazioni. Il resto aveva relativa importanza. La vita era stata spudoratamente scorretta nel servire loro la più trucida delle guerre. Le persecuzioni. Non mi fare arrabbiare! Finiscilo senza ulteriori capricci! Su, Alina, un ultimo piccolo sforzo per fare contento il tuo papà! Ancora questo pezzettino e poi basta. Te lo prometto. Se farai la brava, appena arriveremo ti compererò…

La seconda classe con inevitabilmente qualcuno che, chino su un borsone per nascondersi agli sguardi indiscreti, tirava fuori impacciato panini gonfi di salame e formaggio. Coca Cola. Aranciata. Vino. Molto meglio, mi creda, portarli da casa. Si spende di meno e sono, ci potrebbe giurare, migliori. Sai almeno che cosa mangi. Gradisce? …No davvero? Non faccia complimenti! Ho la borsa piena. …Mi fa piacere che accetti. Come lo preferisce? Lo vuole con…
L’odore acre del ferro e delle leghe che il sudore umano si illudeva, si illude di avere ammansito. [Leggi tutto...]

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