Stupidi presagi – IV puntata

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Non si accorse che il sole era sparito, coperto da una coltre di nuvole grigie. Se ne rese conto solo quando fu riportata nel presente dal rumore di un tuono in lontananza e dalle prime gocce di pioggia. Si alzò e corse alla macchina.
Qual era dunque il detto… ah, sposa bagnata, sposa fortunata!
Salì in fretta, giusto in tempo per evitare lo scroscio d’acqua. Era uno dei primi temporali estivi di fine primavera, con lampi e tuoni a non finire. Francesca si rannicchiò sul sedile accanto a quello del guidatore per stare più comoda, con l’intenzione di aspettare che passasse.
Aveva sempre avuto paura dei temporali. Matteo la prendeva sempre in giro per questo, soprattutto perché non erano i lampi a spaventarla, cosa che sarebbe stata anche lecita, ma i tuoni.
I rumori forti non le erano mai piaciuti. Il suo cervello li amplificava ed anche dopo qualche minuto continuavano a rimbombare, rimbalzando come un’eco tra una parete e l’altra all’interno dell’orecchio. Era una sensazione sgradevole e solo per questo motivo non sopportava i tuoni, ma siccome spesso non aveva voglia di spiegare tutta la storia, faceva prima a dire di averne paura, la qual cosa invece suonava del tutto normale alle orecchie della gente. Strana davvero la gente.
Cominciò a sentire freddo. Con una mano cercò di arrivare nel baule per prendere una vecchia giacca di lana che teneva sempre lì, per le evenienze. Era una giacca informe, con le maniche troppo lunghe, uno dei suoi primi esperimenti di lavoro a maglia, di sicuro tra i meno riusciti, ma era pur sempre una cosa fatta da lei e ci era affezionata. Finalmente la trovò e se la mise sulle spalle.
Guardò l’orologio sul cruscotto: erano le dieci. Chissà cosa stava facendo, lui!
Di sicuro non era il tipo da turbamenti prematrimoniali. Tutto preordinato, organizzato alla perfezione, non un capello fuori posto. Si chiese come fosse la vita per una persona così.
Probabilmente aveva già in mente anche di pianificare la sua. Orrore! Il fatto che lei non fosse ancora arrivata a capire quale fosse la sua strada non giustificava per nulla che fosse qualcun altro a decidere per lei. S’immaginò quarantenne senza scopo ad aspettare qualcuno che non arrivava mai.
Valeva la pena vendersi così?

Stupidi presagi – III puntata

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Gaetano Ligrani - Fuggire

Avrebbe dovuto sposarsi nel pomeriggio, alle 16.30, nella chiesa di San Bartolomeo. Mancavano otto ore alla cerimonia. Le venne voglia di prendere la sua auto, una scassata 2 cavalli color limone, e farsi un bel giro per la campagna circostante. Lo faceva spesso quando era nervosa o sotto pressione, la aiutava a rilassarsi e poi le piaceva il silenzio della campagna, rotto solamente dai rumori tipici dei campi e dai versi degli animali.
Che immagine inebriante un cane addormentato al sole, arrotolato davanti alla porta d’entrata di un casolare. La faceva sentire come se il tempo non avesse importanza e comprendeva la bellezza del crogiolarsi nel non far niente, come se fosse un compito importante da portare a termine.
“Mamma, io esco.”
Dopo aver guidato per una decina di chilometri, vide una bella radura ai bordi della strada e decise di fermarsi. Parcheggiò in uno spiazzo e s’incamminò attraverso il campo fino a giungere sotto ad una grossa quercia. Si appoggiò al tronco e diede libero sfogo ai suoi pensieri, accarezzata dal sole ancora tiepido del mattino. Stava veramente facendo la cosa giusta? Era veramente innamorata di lui? Lo vide con l’occhio della memoria la prima volta che si erano incontrati.
Non era sicura che Matteo fosse l’uomo dei suoi sogni. Non che avesse un ideale preciso da rispettare, soprattutto dal punto di vista estetico: neanche da bambina aveva sognato il classico principe azzurro sul cavallo bianco, anzi, le favole di Biancaneve e di Cenerentola la indisponevano.
Nonostante questo, dentro di sé, sapeva che la sua era una ricerca ardua: di solito non si accontentava molto facilmente, in ogni senso. Non era stato un colpo di fulmine. Quasi lo aveva odiato, con quell’aria un po’ saccente, la fronte alta e fiera, come se il mondo girasse intorno a lui. Non era neanche “il suo solito tipo”. Tutte le storie che aveva avuto, fino a quel momento, erano state con ragazzi timidi e schivi, dolci e silenziosi, presenti.
Aveva annusato il pericolo, ma questo non era bastato per tenersi alla larga da lui. Eppure aveva tentato. In tutti i modi. Ora, dopo neanche un anno, stavano per diventare marito e moglie.
Chiuse gli occhi.

 

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“Stupidi presagi” di Mynona è un racconto a puntate pubblicato nell’ambito dell’Iniziativa “E giunse Amore” lanciata dal Blog degli Autori insieme a Zenzerocandito. Per maggiori informazioni e partecipare segui questo link.

Stupidi presagi – II puntata

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Maschera Azteca

Non si rese conto di quanto tempo fosse trascorso, persa nei suoi ricordi, fino a quando si girò verso la finestra e vide che la luce proveniente da fuori si era fatta più calda. Aveva un sacco di cose da fare, ma non ne aveva alcuna voglia e questo certo non la spronava a decidere di alzarsi.
Nonostante tutto, lo fece. Come tutte le mattine, mise il piede sinistro per primo sul pavimento di legno, accompagnandolo subito dopo con il destro. Francesca non era una ragazza superstiziosa, di solito, ma quello era una specie di rituale, che la seguiva da quando era bambina e non aveva mai cambiato questa abitudine, senza sapere perché.
A pensarci bene, non era l’unica. Quando frequentava la terza media, per il suo compleanno le avevano regalato una radio sveglia di quelle elettriche, con il quadrante a cifre luminose. La prima cosa che faceva appena sveglia era di guardare l’ora per trarne un presagio: se la somma delle cifre indicate era un numero divisibile per tre, allora sarebbe stata una giornata fortunata.
Senza rendersene conto buttò l’occhio verso l’orologio a led luminosi del videoregistratore, ma subito abbassò le palpebre. Voleva proprio fare quella verifica? E se la somma non fosse stata come doveva? Visto il suo umore già abbastanza instabile, decise di non rischiare di rovinarselo ulteriormente con stupidi giochetti infantili. Con passo lento si diresse verso il bagno.
[Continua...]

Stupidi presagi – I puntata

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Amedeo Del Giudice - Risveglio

Non era ancora giorno quando sentì le palpebre sollevarsi. Nella penombra, provocata dai lampioni ancora accesi giù nella strada, vide con orrore che la sveglia segnava le cinque.
Francesca avrebbe voluto dormire fino alla fine dell’eternità quella mattina, ma c’era qualcosa che glielo impediva. La sua mente era già sveglia, ma il corpo proprio non ne voleva sapere e come un peso morto le impediva di scendere dal letto. Occorreva rimettere in attività tutte le funzioni vitali: iniziò a scrutare la stanza partendo dal soffitto, misurando con la mente la distanza tra il lampadario e le tende della finestra. Le tapparelle abbassate, ma non serrate, ora lasciavano filtrare i primi barlumi dell’alba, un’alba lattiginosa e fredda, metallica.
[Continua...]

Fino al termine della notte

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Vorrei abbracciarti,
farmi vestito per la tua pelle
e calore per il tuo cuore.
Aggrovigliarmi a te
fino a sentirmi rovo,
in un gioco di luci e ombre sovrapposte
allo specchio.
Son rumori forti i nostri respiri,
un ansimare confuso di toni,
persi tra diesis e bemolle
fino al termine della notte.
L’alba mi sorprende,
ancora una volta.

La noia e lo stupore

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Promettere d’amare per sempre
è come camminare sull’acqua:
è un falso movimento,
stupisce ma annoia.
Parole di un’altra vita,
prima di conoscere te.
Ora mi stupisco ma non m’annoio.
La verità è che le cose cambiano,
e se non cambiassero,
noi le vedremmo diverse:
quindi…nessuna regola.
Specialmente in amore.
E di questo si tratta.
Ora non prometto più,
mi basta il tuo sapore in bocca.

Sul materasso

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Lo senti il rumore?
Se chiudo gli occhi quasi la vedo.
Salgo alle sorgenti del fiume
per ascoltarla sgorgare,
per poi seguire il suo corso
giù, fino al mare,
prima limpido e sottile
poi torbido e immorale.
Sento alla foce
il riflusso delle onde,
un caldo penetrare,
come questo incontro di corpi
qui,
sul materasso ad acqua.

Cinque frammenti di un delirio

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Giornate vuote
nell’attesa di un momento.
Lacrime nascoste
in ore disperate.
Cosa c’entravi tu
nella mia vita?
Eppure sei entrato,
piano piano,
come un’infiltrazione,
neve che si scioglie sul tetto
e penetra nei muri,
lasciando umidità e rabbia.
Ma avevo bisogno di quel dolore,
per evolvere da me stessa.
Notti insonni nel desiderio,
giorni nervosi da riempire
nell’immenso vuoto di te.

Ora
ti sorrido.

Sortilegio

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Spalancami gli occhi con i tuoi gemiti,
fa sì che restino aperti dilatando il tempo.
Getta le urla dell’amplesso fra noi e il mondo
come fosse un sortilegio
e sarai la mia maga segreta
ed io il tuo servo.
Affinché tutto di te resti integro,
intatto ed eterno,
ti condurrò nel cuore del mondo.
Da lì spieremo insieme tutti gli amanti,
carpiremo i loro segreti
e ne faremo mantelli
per scaldarci al calore dell’amore
e ne regaleremo ai cuori aridi
per condurli verso l’eterno.

Cercandoti

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E cerco la tua voce…
Nei silenzi delle mie notti,
nel ticchettio dell’orologio
che m’accompagna nella veglia,
nel rimembrar ore liete
trascorse vagabondando,
di città  in città,
in stanze tutte uguali.
E cerco il tuo viso…
Nei recessi della memoria,
nelle immagini dentro ai miei occhi,
sulla soglia del fluir dei ricordi
che s’ancorano saldi,
di giorno in giorno,
come vecchie scatole cinesi,
alle radici dietro le mie orbite.
E cerco le tue mani…
Nelle pause della mia pelle,
nei frammenti d’intimità  rubati
che la tua voce mi sussurra,
lieve come un neonato libeccio.