Cantata ultima di Modesto Baseotto

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Da Cantata ultima -

Ancora pochi metri ed il sentiero bruscamente si aprì su una radura che i pini attorno racchiudevano come un’ aiuola.
Steno si fermò accarezzando con lo sguardo l’erba alta dei prati e i fiori su cui alcune farfalle a turno sostavano: non avevano ancora falciato, si disse. Poi si diresse ad una tavola posta su due tronchi, in un angolo, si sedette e bevve dalla borraccia che portava a tracolla; quindi stirò con la mano, accuratamente, il quadernetto tolto dallo zaino ed osservò la sequenza di note che, il mattino, aveva in fretta segnato sul pentagramma.
Era ad un terzo della Cantata, per soli-coro ed organo, che si era proposto di scrivere quasi a coronamento della propria carriera di musicista. L’idea gli era venuta un giorno, durante la visione di un film di guerra: accompagnato da un canto intenso e struggente, un gruppo di soldati camminava su un campo di girasoli; lo scenario era di una bellezza incomparabile. All’improvviso la terra si era sollevata e tutto aveva cambiato aspetto: del campo di girasoli non era rimasto che qualche stelo nero, della canzone più nulla; solo fumo e silenzio. Terminata la visione del film, lui si era alzato, si era diretto al pianoforte e si era messo a suonare, cercando di dare una voce alle emozioni che gli si accavallavano nell’ animo, di trasformare in suoni i pensieri che via via gli comparivano nella mente. Era nato così il tema della composizione che si era prefisso di scrivere. Aveva anche scelto la tonalità: sol minore. Senza parlarne ad alcuno (se non agli amici più intimi), si era messo all’opera: i temi conduttori gli erano venuti di getto, poi si era un po’ bloccato nel comporre la grande fuga che avrebbe concluso il primo dei tre tempi in cui doveva essere suddiviso il brano musicale. Leggendo ora le ultime battute scritte prima di fare colazione, si disse che l’idea di fondo c’era; aveva però bisogno di un certo sviluppo. La sua opera doveva parlare del grande mistero (da dove veniamo, dove andiamo), ma circondandolo di fragranze di terra; doveva richiamare l’infinito, trattare dell’inconscio desiderio di andare oltre la comune realtà, ma presentare anche le nostre angosce, i nostri piccoli drammi quotidiani. L’aveva compreso il giorno in cui aveva assistito al pianto di un bambino muto.
Si trovava in città, allora, per un concorso di composizione. [Continua...]