Argento 47 e altre poesie di Miriam Luigia Binda

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L’Angelo mio -

L’usura della larva
rode piano…
solo polvere mostra
alla fine  è ciò che resta.

Tu caro angelo
ti basta accogliere.

Quaggiù   la porta
ha la maniglia  rotta
si apre in una crepa
di muro con la muffa.

L’odore dello zolfo
trabocca nelle case
gli abiti puliti
han sempre un odore cattivo.

Non sono pronti
alla messa in ordine
quel che non va
non ha la giusta taglia.

Si misurano  le braccia
anche degli schiavi.

Purtroppo un fratello
chiedeva ad un vicino
se era vero il legno
della croce  di un Altro.

Nessuno gli rispose
perché non si era accorto
che la vecchia panca
(sul quale era seduto)
si logorava piano
col duro lavoro
di un tarlo clandestino.

*** [Continua...]

Un ballo per Nietzsche

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La morte mi colga danzando
gridava il super uomo.
I poveri morenti attoniti
lo guardavano ballare
con pelle ruvida di serpente.
Pur di vivere erano pronti
a sacrificare l’agile bestiola
scivolava in coni d’ombra
come un demone di desiderio
umano, troppo umano
per essere compreso.
Il serpente continuava a danzare
sopportava impazzito, umiliazioni
scherzi boriosi di uomini in divisa
con la punta di un bastone
l’avevano colpito, ferito a morte
fu seppellito in una fossa comune
non aveva corone d’alloro
ma i militari cercavano il super uomo
ne ammiravano la specie
ripulita dalla colpa
dell’ariano Adamo e la sua Eva.
Il destino serbava un tranello
nel caos di un progetto, a dir poco, assurdo
tagliava la coscienza con coraggio
diplopia di un occhio distorto
poneva l’ordine in assoluto comando
in fondo, la guerra, era un ordine
distruggeva ogni cosa
tra il fumo, la fenice era risorta
pareva un serpente dalla pelle alata
sul capo indossava la corona uncinata.
Nel tetro mortaio un bambino era nato
tra capezzoli di ferro finiti dentro un cavo
di fuliggine annerita dalla pialla di camino
la sentinella intanto, preme una leva
tra la cenere…
Nessuno ha più voglia di ballare!

***
Dal libro Improvviso profondo… di Miriam Luigia Binda

Improvviso profondo… di Miriam Luigia Binda

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Improvviso profondo... di Miriam Luigia Binda

Filastrocca filosofica -

Giunto è il dì della festa
i clamori dell’alba
tinsero il mondo….
Parmenide disse che non muta niente
ed Eraclito l’oscuro
pianse mille volte nel fiume in cui non ci si bagna due volte
Omero inventò Ulisse
un mito quando disse “Nessuno sono IO”
Omero aveva già capito l’oracolo del destino
il fato ci sorprende quando l’uomo dice di essere niente!
Quando i Dori invasero il campo
Atene era già fiorente ma di Socrate non gliene fregava niente
la Verità fu condannata
di Lei Platone scrisse che era un Bene quando si sacrifica ogni
piacere.
Aristotele fu più cauto visse all’ombra del Grande Saggio
la filosofia era nata, dal suo Organum era cominciata
Oh natura, svela il mistero dell’esistenza fisica perché dell’anima
essenziale
non vi è dubbio che sia immortale!
La metafisica pagana soffrì l’avvento dell’epoca cristiana
Roma, intanto si faceva strada
tripudio di odio e potere divenne culla di ogni sapere.
L’impero in Oriente distrasse la scuola di Platone
ma il savio Seneca, da lì trasse consiglio per decantare
al popolo le virtù d’un vero stoico.
Sacrificati furono i presagi orfici, gli epicurei democritei
e coloro che di minima esperienza vissero nell’indecenza.
Le virtù consacrate al potere vennero amministrate dalla Chiese.
Ed i Re, come tutti sanno, fecero la corte ad ogni Papa Santo. Sant’Agostino più di ogni altro Padre, fu riverente col mondo antico
la Verità non era male se il Sommo Bene andava a cercare! La filosofia con il tempo si accese in un miscuglio d’ermeneutica e potere.
Orsù signori! Non sia mai detto che l’Illuminismo con Cartesio ha fatto effetto
solo più tardi, la storia ci insegna, l’apologia della tecnica e della scienza.
Perché no? Gridarono alcuni dagli alti laboratori la mente è laida ma così sublime la si può usare per un giusto fine!

Il pensiero anche il più esatto non trova mai un mondo perfetto.

Giunto è il dì della festa
i clamori dell’alba
tinsero il mondo.
Strana ma vera la curiosità
assapora l’origine
come zucchero sulle spine.
Sui rovi creature cieche cantano il divenire.

***
[Continua...]