Albero storto

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Albero storto non per tua natura
ma per maligno volere,
tesi ogni volta i rami verso il cielo
e un destino malevolo che torce
il corpo in malformate pieghe
e disperate guglie
verso il cielo.

Ma il seme ad altri identico
che divise la terra;
il bel germoglio
che cingeva il giardino
- e fioriva la scala della casa -;
perché ora è mutato in quella attorta
voglia di luce…

Non ti hanno reciso. Serviva
la tua diversa
pena
per ammirare oltre misura
gli altri.

Ma ora perché il vento sulle cime
fruga i tuoi stami,
per nessuno…

O sei parte di un gioco che non sai,
e le tue spore inutili a vedere
lo stesso vento posa
su fiori a te lontani
ma in attesa
di un’altra mai pensata
nuova
vita.

***
Immagine: Tree in autumn di Emily Carr, particolare

Mio giovane amore

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Mio giovane amore, mia sete,
la mia terra riarsa ti divora
e divento con te gemma di grano
e vite gonfia per la tua vendemmia.

Mia fresca voce d’uomo
tu penetri il mio corpo col tuo suono
ed apri la mia festa
per le cinque porte dei sensi.

Mio giovane amore , mia sorgente,
la mia terra riarsa ti divora
e divento per te gemma di grano
e vite gonfia per la tua vendemmia.

Tu mi percorri tutta,
le tue carezze
fioriscono fontane traboccanti,
scendi nell’orto dei meli selvatici
cresciuti fra i rovi
e mi fai mordere frutti dolcissimi.

Mio giovane amore , mia tempesta,
la mia terra riarsa ti divora
e divento per te gemma di grano
e vite gonfia per la tua vendemmia.

Fiore di spiga
fiore di cactus
in te fermo il mio tempo,
occhio di ghepardo
io ti guardo ti odoro ti tocco
Fioredivento fra le mie bandiere,
fiamma di un fuoco spento
acceso dal tuo soffio.
Fiore del mio passato
in te vivo e mi perdo,
o mio santo peccato.

Mio giovane amore, mia sete,
la mia terra riarsa ti divora
e divento per te gemma di grano
e vite gonfia per la tua vendemmia.

Il presepe splendeva

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Era la settimana di Natale. C’era da fare l’albero e il presepe. Sarebbe toccato a me anche questa volta. Quando c’era in casa mia figlia, all’albero ci pensava lei: riusciva a fare un albero di Natale che sembrava una ceramica di Capodimonte; senza luci, ma con squisiti ornamenti, e così originale che chi veniva a trovarci ne restava ammirato. I più, tuttavia, lamentavano la mancanza di lampadine intermittenti, perché – se non c’è la luce – che albero è. Come se gli alberi fossero senza luce, gli diceva. Siete mai stati in una foresta di notte, con appena un filo di luna? Gli alberi la luna ce l’hanno tutta addosso, e dentro. Come noi respiriamo l’aria e cerchiamo la luce, gli alberi vivono del firmamento. Laura l’aveva capito e il suo albero di Natale risplendeva da solo, per chi lo sapeva guardare. Del resto – diceva – era una prova per vedere se uno conosceva ed amava gli alberi: e se non li amava, a cosa serviva ricoprirli di tutti quei lustrini incandescenti se non per far mostra di se stessi? L’albero non è mai nudo: perché lo volete rivestire, e da clown?
Da quando se n’era andata, avevo proseguito io, cercando di fare tutto quello che aveva fatto lei: ma si capiva che mancava qualcosa. L’albero mi veniva ricco (anche sontuoso) ma non era «bello». Cercavo invano di imitare la sua segreta grazia di mostrare e insieme nascondere quei deliziosi bijoux: ma a me non riusciva. O erano troppo nascosti o troppo in vista. Pareva che l’albero ritraesse le sue fronde, si irrigidisse alla mia volontà. E io ne avrei fatto volentieri a meno; anzi, se era per me, l’avrei preso, prima che morisse del tutto e l’avrei piantato giù nel campo vicino agli altri abeti, dov’era il suo posto.
Ma se non avessi “fatto l’albero” mi avrebbero detto che nemmeno a quella minuzia avevo pensato (perché si sa, l’albero di Natale ce l’hanno tutti, fa ornamento, e forse porta bene).
Insomma era un vero impiccio: perciò cercavo di farlo più alla svelta possibile, tanto eravamo estranei io e lui; e poi lo sentivo bene che mi considerava un intruso, quando gli mettevo le mani dentro per tutti quegli ammennicoli. Cosicché quand’era finito tiravo un sospiro di sollievo. [Continua...]

Ho spento gli orologi di M. Sodi e V. Tappari

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Piccoli uomini - Foto di Vittore Tappari

Piccoli uomini -

Piccoli uomini dicono
di un pianeta domato,
bello
per le sapienti mani.

Non sanno
che sapiente
è la Luce
fiorente arcobaleno
che unisce terra e cielo.

***

Rosa -

Non sei un fiore.

Sei il volto di mia madre
che mi appariva dopo il sonno
e mi attirava a sé.

Lo stupore del primo bacio, i sensi
sbocciati nelle coppe traboccanti
del primo amore.

L’abbraccio improvviso di Giuditta
rosso il viso nel volo della corsa,
occhi accesi di cielo.

Sei, nella sera dalle ombre inquiete,
la voce di un amico, il lieto invito
per il domani;
una porta che forse si schiude
ed accende la notte.

Tu la luna inventata dal cuore,
il sogno, il mio viaggio, la fortuna,
sei la cosa
invisibile più vera
tu
sei
la Rosa.

***

Raccontami

Raccontami il viaggio
di un dio
che fermò il suo sguardo
per scrutare
ogni strada ogni passo ogni ferita;
la formica sulla pietra nera
e i graffiti
unghiati
sulla chiusa caverna
del Tempo.

***

Dal libro di poesia e fotografia Ho spento gli orologi di Mario Sodi (testi) e Vittore Tappari (immagini), recensito da Nicla Morletti nel Portale Manuale di Mari.

Nell’immagine: foto di Vittore Tappari, particolare

Ciao vita

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Ciao, vita
che mi vieni incontro,
ti aspettavo, eccomi.

Quando ero giovane avevo paura di perderti,
e mi misi a correre
ma più correvo e meno ti prendevo…
Mi accorsi dopo
che tu
eri la corsa.

Ti saluto ora
come a vent’anni salutai Madeleine a Le Havre
mentre mangiava sotto l’unico albero del porto,
con una briciola sulle labbra.
Io avevo una birra e dividemmo a metà
tutto.
Mi sorprese che si fidasse di me:
disse che le piaceva il mio cappello
e lo volle provare.
E rideva rideva… Dio come rideva,
solo mia madre rideva come lei.
Da allora ho sempre portato un cappello.

Ciao, vita, lo so che mi vuoi bene.
Le rughe? Sono le strade passate insieme,
quelle importanti lasciano sempre un segno,
ti fanno riconoscere fra mille,
sono le pagine del tuo diario. Spesso le rileggo.
Le rughe più fonde sono le più belle.

Ciao vita, oggi c’è un bel vento,
un soffio che apre gli occhi e non fa male.
Nella mia testa ci sono mille uccelli
che si alzano in volo:
come quando salpai da Le Havre
e Madeleine mi salutò correndo lungo la banchina.
Forse dovevo scendere.

Ciao, mia vita, il marinaio è tornato,
sono contento di esserci.
Vedi, saluto io per primo, per farmi notare
ed incontrare uno sguardo.
Se ci provi c’è ancora qualcuno
che si accorge di te e ti sorride.

Immagine: Pier 56 di Brent Lynch

Vendemmia

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Grappolo,

- dimenticato nella vigna,
serbato per me
venuto a raccogliere foglie -

mi accosto, sento
la tua forma piena.

Mordo
avido chicco su chicco
dentro
le dita penetro succose,
mi sciali
dolce
la bocca.

Nel tuo sapore la mia creta rossa
il vocio del mattino,
il fiato
dei corpi fra i filari
la sua risata,
l’afa spossata dei meriggi.

La notte
l’ansia
per la ripida scala
sulla torre.

Il silenzio
del novilunio,
nelle sue labbra
un vento
alto
di stelle.

Immagine: Collina di vigneti – Philip Craig

Avviene

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Avviene
quando nell’ombra mi sei vicina
e dall’ombra
solo il tuo volto emerge e il biondo albore
ti nasconde e t’illumina la fronte
come quelle piccole piazze sorprese dalla luna
dopo una lunga salita -
E gli occhi che mi cercano materni
e interrogano sereni
le mie strade trafelate.
Schiudono quella foce grande sul mare
e un sole che indovino
dolceferoce in fondo a te
che mi scende alla radice
e mi risucchia tutto il mio bambino.
La tua voce
che meraviglia i sensi
come sull’albero di notte il vento
fruga le foglie.
La vita
che mi fai bere sulle tue
labbra come dalla brocca che alla fonte
mia madre andando mi versava
fresca.

Avviene…
Il tuo sorriso è un vento di bandiere
e tu mi prendi e volo;
io qui dimentico il mio stanco animale
e mi sorprendo nuovamente
a correre con te…