Questo è Natale

Natale non è tavole imbandite,
alberi, presepi,
panettoni, spumanti.

Natale non è
luci, addobbi, festoni,
palline colorate,
luci intermittenti.

Al mattino
mi recherò fuori,
nel paesaggio di neve,
tra le case
ancora addormentate,
nelle strade
dure di ghiaccio
dove tu dimori
da sempre
e ti dirò
vieni amico mio,
dai, vieni con me,
non temere.
Oggi
mangeremo insieme,
staremo insieme
io e te,
parleremo insieme,
non m’importa
il colore della tua pelle,
so che sei
mio fratello
e questo mi basta.

Ecco, questo è Natale.

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Alba e tramonto di Lenio Vallati

Alba e tramonto -

Tu sei l’alba,
i vestiti
ancora aspersi di rugiada
nel cuore i misteri della notte
e negli occhi luccichii di stelle.

Io sono il tramonto,
foglie secche nell’anima
e negli occhi
rossastri bagliori
di un sole cadente.

Ma dentro sento
tanta voglia d’amare
come se io e te
non fossimo poi
così diversi
in fondo,
soltanto il giorno ci divide.

*** [Leggi tutto...]

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Desiderio di volare di Lenio Vallati

Marco ricorda ancora quelle volte che erano insieme sulla spiaggia, i visi bagnati da uno spruzzo di salsedine, le ali di un gabbiano si libravano nell’aria, soffici come sogni, i loro sogni di allora. Un temporale estivo, sotto forma di un rapace, li portò via, con la promessa di farli volare ancora più in alto. Ricorda, Marco, le canzoni inventate in mezzo al fuoco, al crepitare lento della legna del camino, i sensi inebriati dalla gioventù, le sottili spirali di fumo che portavano i pensieri verso l’alto, come un vortice. Susanna lo guardava impaurita. Avesse dato retta a lei, alle sue premonizioni, forse sarebbero ancora ali di gabbiani. Il desiderio di provare si mescola talvolta alla paura di mostrarsi codardi davanti agli altri. Una volta, una volta sola non può cambiarti la vita, pensava, invece sì. Una sola volta si nasce e una sola volta si muore, ormai ha imparato la lezione, ma adesso è troppo tardi. Da allora la vita di Marco e di Susanna divenne un oscuro labirinto la cui chiave aveva la strana forma di una siringa. Una piccola pressione e una strana euforia si impadroniva dei loro corpi, li faceva volare come non mai in cieli scevri di problemi. Ma era solo un’illusione. Al ritorno da ogni volo, la cui durata diminuiva costantemente, la solita vita di sempre, i soliti problemi e il bisogno di ripartire di nuovo. Il desiderio si era trasformato in schiavitù e la schiavitù in bisogno di iniettarsi altra roba tra le vene, ma costava maledettamente. Marco si ricorda ancora dei suoi primi goffi tentativi di furto. Susanna la prima volta che aprì le gambe per una dose, poi non ci si fa più caso, tutto assume il sapore sciapito dell’abituudine ed è come quando si vive, si va avanti ogni giorno senza sapere dove, né il perché. [Leggi tutto...]

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Un criceto al computer di Lenio Vallati

Ciao bambini, sono Gino, il vostro amico criceto. La mia storia comincia nell’estate di due anni fa. Una calda sera di metà settembre mi trovavo in una grande gabbia insieme ad almeno un’altra decina di miei simili quando vidi avvicinarsi un tipo non molto alto dalla corporatura robusta.
Mai avrei potuto immaginare allora quanta parte quel tizio avrebbe avuto nella mia vita futura. Si avvicinò al banco e chiese di poter giocare. Davanti a lui c’erano dei recipienti sferici di vetro di tutte le dimensioni. L’uomo del luna park gli mise in mano un cestino con delle palline di plastica. Capii subito che il gioco consisteva nel far entrare le palline nei recipienti, e questo mi sembrò estremamente semplice. Dio mio che imbranato! Che brutta mira! Tiro troppo lungo. Troppo corto! Ma il tizio era anche un po’ sfortunato, perché una pallina danzò beffarda sull’orlo di un recipiente e si perse di poco a lato. L’uomo si spazientì. Prese un altro cestino, però la mira non migliorò. lo sono un criceto molto educato e non amo darmi arie, comunque meglio di lui avrei certamente fatto anch’io. Perbacco, ce l’avevi quasi fatta! Ma per quale motivo ti affanni tanto? Ah, capisco! Mi sporsi dalla gabbia e vidi un cartello appeso appena sopra ai recipienti: un centro il pesce, due centri il criceto, tre centri il pappagallo. Il fatto di essere considerato di valore inferiore ad uno stupido volatile mi dette ai nervi! Ad un certo punto l’uomo si arrese. “Quanto costa il criceto?” domandò rasssegnato. “Sei euro”. “Lo prendo”. [Leggi tutto...]

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Una favola d’amore

“Papà, mi racconti una favola?”. “Certo! Che animali vuoi stasera?”. “Allora… un leone, un topo e… un elefante! Con tanti, tanti scherzi!”. Certo, ho nostalgia di quei momenti quando tutte le sere raccontavo a mia figlia una favola. Adesso è grande, ha diciannove anni e non ne ha più bisogno. Non era facile inventare così, su due piedi, qualcosa che la facesse ridere. Ecco, ci sono! Il leoncino compie sei anni e stasera darà una splendida festa di compleanno! Naturalmente ha invitato il suo migliore amico, il topo e… quel grassone dell’elefante! Il quale entra nella sala e sfascia tutto, compreso il tavolo con le tartine e i dolci preparati con tanto amore da tutti gli animali della foresta! Ma ecco che arriva la torta. Il leoncino soffia con tutta la forza che ha sulle sei candeline azzurre ma non sa che quel birbone del topolino ha nascosto una bomba all’interno del dolce. Che boato! La criniera del futuro re della foresta è tutta ricoperta di crema chantilly! Mia figlia ride divertita, con i suoi dentini impastati di dentifricio. “Adesso a letto!” le grido. “Ancora, papà, un cane, un gatto…”. “A letto! E’ tardi!”. “Va bene, e allora quella del dottore cieco… e poi vado a dormire, te lo prometto!”. Questa favola era la sua preferita. Raccontava di un cagnolino malato e di sua madre che, a causa dell’alta temperatura che aveva suo figlio, era costretta a chiamare un dottore. Questi arrivava e preparava una grossa siringa, ma poi, cieco com’era, sbagliava sempre mira e finiva col fare la puntura alla madre oppure l’ago andava a conficcarsi in una parete della cameretta. Mia figlia ride ancora, poi mi dà un grosso bacio sulla guancia e se ne va davvero a dormire. Le favole! Mi piacciono tanto, forse perché sono senza tempo, c’era una volta, ricordate? Oppure, tanto e tanto tempo fa…Sono anche senza uno spazio ben definito, per esempio l’azione non si svolge in una data città ma in un castello lontano lontano…oppure in un regno ai confini del mondo. Vorrei ancora raccontarti favole, figlia mia, perché penso che siano più vere di quanto non si pensi. La favola è sorella del sogno, e parla di quello che noi desideriamo essere o vorremmo fare. Un castello incantato, un verde bosco nel quale vivere al posto di queste nostre inquinate città che ci fanno ammalare i polmoni. E storie d’amore, con tanti animali felici, e maghi, e streghe, e una dolce principessa che alla fine della favola incontra il suo principe azzurro. Vissero sempre felici e contenti, così finisce la storia. Nessuno muore di fame, nessuno viene dilaniato dagli orrori della guerra o finisce violentato in qualche angolo buio. Anche la nostra vita, sai, è stata una favola. Proviamo a scriverla. C’era una volta, in un paese lontano lontano …un castello incantato con altissime torri che sfioravano le nuvole. Ci vivevano un re e una regina, che si amavano moltissimo ma erano tanto, tanto infelici. Il motivo della loro infelicità era che desideravano avere un figlio che però non arrivava. Un mago disse loro che avrebbero dovuto compiere un lungo viaggio perché da qualche parte esisteva una bellissima bambina che li aspettava. Si misero in cammino e dopo tanto, tanto tempo giunsero in un paese dove c’era una grande casa con bambini dentro che aspettavano un babbo e una mamma. La loro figlia era chiusa lì dentro, e come aveva previsto il mago, li aspettava. C’era però un incantesimo da rompere, un antico incantesimo imposto da una maga cattiva, nemica acerrima della famiglia reale. Il re e la regina dovettero ripartire alla volta del castello senza la loro figlia. Era necessario che aspettassero ben sei lunghi mesi trascorsi i quali sarebbero potuti andare a riprenderla. Pioggia, grandine accompagnarono quel triste periodo che non finiva mai. Il gelo attanagliava in una morsa il cuore dei due poveri regnanti. Finalmente, un giorno di primavera, giunse il momento tanto atteso, e i tre poterono riabbracciarsi di nuovo e intraprendere insieme il lungo viaggio di ritorno. Al loro arrivo al castello incantato si accesero tutte le luci e fu fatta festa grande . Il re e la regina finalmente erano felici, e la loro felicità non avrebbe mai avuto fine. Sono passati tanti anni e qualche volta ripensano al loro viaggio e ai tanti bambini chiusi nella grande casa. Sono ancora là, e stanno ancora aspettando qualcuno che vada a prenderli. Ma questa non è una favola, questa è la realtà.

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Padre

E ti rivedo, padre,
sicuro e dritto sull’impalcatura,
la mestola in mano,
sporche le vesti di calcina, o nei campi,
intento alla zappa o alla vanga
secondo le stagioni.

Adesso, padre,
c’è nebbia nei tuoi occhi
e melagrana amara a sgranare
é l’amarezza dei tuoi giorni a venire.
Un terribile morbo ti fiacca l’anima.

Ben lo sapevi, padre che non c’è premio al fine
in questa nostra umana avventura
e solo vecchiaia e morte saran la ricompensa.
E’ nel sogno l’unico senso della vita,
l’unica gioia che ci è data, quando la mente pensa
e la mano esegue il suo progetto, incurante della stanchezza.

Di te, padre, mi rimarrà il ricordo
di uomo forte e buono che realizzò molti sogni.
Di te parleranno le tue opere di mattoni e pietre.

C’è una crepa nel muro da riprendere, sai
e nell’orto l’ortica di nuovo insidia il solco.

Ma altre mani eseguiranno, padre,
ciò che la tua mente
ancora confusamente insegue.
Riposa adesso, e attendi
il meritato riposo fra le stelle.

Immagine: La raccolta delle olive di Andre Deymonaz

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Sogno d’amore

Brividi sulla pelle,
fruscii di seta.
Canne al vento
intonano una canzone
nell’aria rarefatta della sera.
Ti stringo a me,
e i nostri cuori
vibrano d’infinito,
mentre rubiamo al sole
un suo ultimo raggio.
E poi
tutto tace d’intorno,
parla soltanto
il linguaggio muto dell’amore,
mentre noi
scivoliamo lenti
nel cuore della notte
e abbiamo negli occhi
luccichii di stelle.
Ci troverà il mattino
addormentati,
i  corpi ancora stretti
in un sogno d’amore.

Immagine: Romance di Claude Theberg

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Storia di un chicco di grano

Eravamo un centinaio nell’incavo di una mano rugosa, pronti ad essere lanciati nei solchi aperti dal vomere a fecondare la terra. Per tanto tempo restammo immobili. Venne la brutta stagione. Vento, pioggia, lampi. Noi sentivamo solo il frusciare delle foglie sul terreno, il sibilo del vento che le trascinava via e il ticchettio della pioggia che le macerava lentamente. Una mattina mi svegliai e mi sentii avvolto da un freddo intenso. Trascorse tanto tempo da allora. Intanto il mio corpo si era come ingrossato, e aveva lasciato fuoriuscire due foglioline verdi che ogni giorno si allungavano verso l’alto. Finalmente l’ultimo velo di terra si schiuse e riuscii a vedere il cielo. Un grosso albero era accanto a me, e dai suoi rami verdi pendevano tanti fiori rosa. Ogni giorno crescevamo  di qualche millimetro. Il sole si faceva sempre più infuocato e le nostre spighe si erano gonfiate di grossi chicchi. Lunghi baffi neri spuntavano dalle cime. Eravamo dei veri guerrieri, il nostro era un poderoso esercito che si estendeva per tutta la pianura. Di lì a poco sarebbe venuta la trebbiatrice, e ci avrebbe falciato per fare di noi pane, farina, crusca. Sul campo sarebbero rimaste solo stoppie riarse. Ma io ero contento. Sarei servito a fare la felicità di tante persone, al alleviare la fame di tanta gente. Il mio sacrificio, insieme a quello degli altri miei compagni,  avrebbe significato gioia per l’intero villaggio. Forse è questo il vero motivo che ci fa sopportare  il vento, la pioggia, la neve, la morte, il vero motivo per cui siamo nati, l’amore.

Immagine: Mietitore – Vincent Van Gogh

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Cercami

Se un giorno tu
non mi trovassi più al tuo fianco,
non credere
che ti abbia abbandonata,
ma cercami,
cercami tra le fronde degli alberi
al tramonto,
tra le spighe di grano
ondeggianti al vento,
cercami
nei mille silenzi della notte
o nel tepore
di un nuovo mattino
e mi troverai
da qualche parte
seduto ad aspettarti.

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Luce d’alba

Pigre e solitarie
corrono le ore
verso un epilogo
d’attese.
Non resta che un respiro,
affannoso,
che si fa preghiera
alla prima luce
che traspare
a inondare
il nuovo mattino.

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