
I baroni di Casalnuovo (Cittanova) -
In questo ultimo lembo della penisola la natura è singolare, per il forte contrasto tra la montagna e il mare che la circonda quasi fosse un’isola.
L’Aspromonte fa parte del massiccio calabro peloritano ed è uno dei territori più antichi della penisola. La montagna è caratterizzata da forme addolcite, da altipiani e da vasti gradini che formano ampie distese pianeggianti sulle coste del monte, come immensi balconi affacciati sul mare. L’Aspromonte è fortemente inciso dalle fiumare: corsi d’acqua a regime torrentizio. Data la brevità del loro percorso e l’accentuata pendenza, esse hanno una notevole capacità di erosione. A monte la furia delle acque invernali, costrette a scorrere in gole anguste, ha creato profondi valloni, veri e propri canyon che racchiudono aree selvagge ancora integre.
In uno di quei costoni montani si ergeva maestoso con le sue poderose mura di cinta il casale dei baroni di Casalnuovo (Cittanova) che, aggrappato al declivio di una rupe rossastra, dominava l’intero feudo. I suoi abitanti: il barone Andrea, la moglie Donna Assunta, il baronetto Gerolamo e la giovane baronessina Geltrude. Il casale era poi popolato da molte famiglie della servitù che lo rendevano animato. Il feudo Casalnuovo confinava con nobili casate: a nord con il marchesato di Monteleone (Vibo Valentia), a sud-est con la contea di Gerace e a ovest con il marchesato di Palmi.
L’Aspromonte diventava bianco d’inverno: la neve si adagiava sulle sottostanti terrazze, come un grande mantello avvolgeva nella sua soffice coltre i borghi montani in un paesaggio da fiaba; mentre nel sottobosco estese faggete e abeti si alternavano, talora mescolandosi in un groviglio inestricabile. In autunno il mantello rosseggiante dei faggi divampava al tramonto come un incendio maestoso, in lontananza spiccava ancor più vivido il verde immobile dei pini.
Ai piedi del casale, il borgo di Casalnuovo si snodava tra viuzze e sentieri dove le case diradandosi lasciavano spaziare gli armenti, sotto l’occhio vigile del pastore. Le fatiche non mancavano, per soddisfare le esigenze dei nobili: si coltivavano giganteschi ulivi, grano, vigne e fichi; tutto per allietare la tavola e il cuore del barone.
Nel contadino, la faccia solcata e i lineamenti marcati contrastavano con gli occhi lucidi e brillanti di uno avvezzo sì, a piegarsi sotto il peso del tallone feudale, ma fiero nel proprio sguardo. Egli impotente guardava; gli occhi gli diventavano due fessure, sottili come la sibilante lama di un pugnale, mentre fissava il casermone in cui, nella sottostante pianura, facevano addestramento i soldati borbonici.
Le donne, a fianco dei loro uomini, lavoravano e allevavano i propri figli con lacrime e dolori, ma i pargoli erano gli unici, i soli che, come gattini al sole con i loro sorrisi spensierati, rallegrassero con le loro festose grida le case dei casalnovesi. [Continua...]


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