Una camicia a fiori di Elisa Barone

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La governante aprì la porta a vetri che divideva in due l’enorme salone e, mentre si avvicinava al gruppo degli ospiti ed ai padroni di casa, si rivolse alla signora e le riferì che il bimbo, finalmente si era addormentato.
Iris sorrise e promise a tutti che alla fine della serata avrebbero potuto vedere Marco mentre dormiva.
Intanto chiese alla governante di richiudere la vetrata affinché la musica del pianoforte a coda che suo marito stava per suonare non raggiungesse le camere al piano di sopra.
Gli ospiti, intorno al pianoforte, attraverso i vetri della grande veranda che circondava l’attico, vedevano lo spettacolo della cupola azzurra della splendida cattedrale.
La luce dei lampioni della piazza del Duomo si irradiava sui tetti del centro storico.
Di fronte la montagna scura e rigogliosa di Brunate era illuminata dalle luci della funicolare che trasformavano i binari in una fascia luminosa e quasi magica.
Poi, come ogni sera, chiese alla governante di non chiudere la porta della propria camera per poter sorvegliare il sonno del piccolo Marco.
Marco aveva due anni, era un bimbo meraviglioso perché era bellissimo ed aveva un’intelligenza talmente spiccata che lo rendeva di grande precocità nella sua crescita.
I genitori ne erano entusiasti e soprattutto la giovane madre viveva la maternità come un sogno meraviglioso.
Del resto Iris era una donna estremamente appagata da tutto ciò che la vita le aveva riservato. La famiglia ricchissima ed altolocata le aveva consentito di studiare nei migliori collegi della svizzera francese e lì aveva vissuto un adolescenza ed una giovinezza dorate mentre in Italia infuriava la guerra. [Continua...]

L’ultima visione

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In quel cortile triste
volava un uccellino,
bambini lì ammucchiati
nei loro pigiamini,
capivano che a loro
mancavano le ali
per liberarsi in cielo
e poi andare verso il mare,
andare verso i prati
a cogliere ogni fiore
ed a sentir profumi
ed a veder colori
di farfalle variegate
no il il nero del traliccio
e del filo spinato.
La musica non c’era,
urlavano parole
quegli uomini cattivi
armati di pistola.
Le lacrime non c’erano,
erano giè cadute,
le mamme eran lontane
ed erano perdute.
Oggi toccava a loro
seguire quei signori
varcare quella porta
dell’ultima prigione
e l’uccellino in volo
fu l’ultima visione.

Il mio presepe

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Paesino in legno sughero e cartone,
luci soffuse fra alberi e pastori
con animali, doni e tanta gioia,
verso la grotta e la mangiatoia.
Madonna, San Giuseppe e bambinello
e dietro a loro il bue e l’asinello.
Io non ho più riavuto quel presepe,
io non ho avuto più gli occhi incantati,
della mia infanzia nel luogo abbandonato.
E quel presepe adesso lo rivedo,
con gli occhi della mente e, nel ricordo,
mi sembra di sentir le ciaramelle
venir dalle stradine del passato,
mamma, papà, le voci ricordate
risento in questa sera di Natale
in cui vorrei un presepe tale e quale
e tutto il resto che è scappato via
insieme agli anni della vita mia.

Mammaaaa… mammaaaa… mammaaaa…

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AliSogna-Alessandro-Passerini

L’orologio su cui punto troppo spesso gli occhi durante il giorno e, talvolta, anche durante la notte, segna le ore 11,20.
Comprendo che non riuscirò ad incontrare puntualmente alle 11,30 i miei clienti che dovranno aspettarmi in studio.
Mi sono trattenuta in banca più di quanto prevedessi, cerco di dare velocità alla mia andatura come se servisse ad arrivare in orario e non sortisse invece l’unico effetto di farmi inutilmente trafelare.
La gente cammina, mi viene incontro, mi supera; è gente che come al solito, per me non ha volto, non ha storia, non ha interesse.
Saluto velocemente una persona che conosco poco ma che anche se conoscessi meglio otterrebbe da me un saluto comunque veloce e necessariamente sfuggente.
Sento una voce a pochi metri da me, è la voce di una bambina avanti a un portone.
La bimba è vestita di blu e di azzurro, blu il jeans, azzurra la maglietta. Ha capelli chiari, lunghi e ricci <<mammaaa… mammaaa… mammaaaa…>> chiama sollevando al cielo la testa verso il piano forse più alto della palazzina del centro storico di soli due piani.
<<Mammaaa… mammaaa… mammaaa…>> mi allontano mentre chiama ancora <<mammaaa,mammaaaa… mammaaaa…>>.
Non è più la sua voce, è la mia voce <<mammaaa… mammaaa… mammaaa…>>.
La palazzina di soli due piani è sul lungomare di Salerno, non è un giorno di maggio ma un giorno di febbraio e non sono le 11,30 ma è un’ora del primo pomeriggio.
[Continua...]

Farfalla

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Un anno fa
il suo ultimo sorriso,
dolcezza e amore eran
sul suo viso,
il filo della vita
si allentava,
farfalla delicata
che tremava.
L’accarezzavo,
addolorata e mia,
io non volevo
che volasse via.

Il romanzo che non c’è di Elisa Barone

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CAPITOLO I -

Il dito indice pigiava il tasto numero cinque come mille e più volte fino a trentanni prima.
L’ascensore era lento e rumoroso come allora e, attraverso le grate del cancello e la fessura delle porticine, s’intravedeva il nome sulle porte centrali di ogni pianerottolo.
La donna non conosceva quei nomi e ne ricordava altri, spariti anche quelli insieme a ogni altra cosa divorata dal tempo.
Al quinto piano il solito sobbalzo e, poi, uscita dall’ascensore, fu investita dalla luce assolata che proveniva dalla grande finestra sulle scale.
Avrebbe voluto suonare il campanello, avrebbe voluto che la porta si aprisse, avrebbe voluto essere attesa e abbracciata e, intanto, girava la chiave nella toppa, uno, due, tre, quattro volte: varcò l’ingresso, accese la luce e sentì le braccia della solitudine avvolgerla in maniera stretta e malinconica, sentì uno struggimento che le fece capire che il dolore va sempre sepolto lontano da se stessi e che gli occhi devono essere chiusi e stretti per non vedere ciò che fa male.
Alla sua sinistra c’era la grande consolle ottocentesca; lo specchio dorato le rimandò il suo viso così diverso da allora.
Gli anni avevano trasformato la sua bellezza.
Non c’erano più i capelli lisci e neri, non c’era il volto tornito ma sfilato, non c’era più lo sguardo sognante, ma gli occhi e il sorriso di una matura signora bionda e ben tenuta ricordavano vagamente la ragazza che aveva vissuto in quella casa.
La donna mosse i passi verso la porta chiusa del salotto: la porta era sempre stata chiusa; dalle persiane abbassate filtrava un po’ di luce.
Si avvicinò al balcone, aprì la tapparella lasciandola a metà e ricordando le parole di sua madre: “Non fare entrare il sole!”. Già, “non fare entrare il sole!”. Non le aveva mai chiesto perché; forse aveva sempre sentito dire che il sole rovina le tappezzerie o aveva sempre capito che il sole non è amato da chi non sa cosa voglia dire averlo dentro, apprezzandone la luce e il calore. I grandi divani di velluto rosso erano intatti, l’argenteria nella solita posizione e le dame di porcellana di Capodimonte riuscivano ancora a sorridere collocate sul nero pianoforte muto come il resto della casa.
Mentre si avviava nel buio del corridoio verso le altre stanze, avvertì un senso di inquietudine e accese la luce nel soggiorno, quasi impaurita.
Le poltrone vuote di fronte al televisore, le procurarono una desolata emozione; decise di rifiutare la proposta di suo fratello di rimanere per quei giorni a dormire nella casa dei genitori.
Sarebbe andata nell’albergo in fondo al lungomare, lì dove si spingeva con la bicicletta quando era bambina.
Riprese il borsone adagiato nell’anticamera sul pavimento, cercò nella borsa il biglietto che le aveva lasciato il tassista, compose il numero e richiuse la porta, lasciando la casa alle sue spalle, per sempre.
L’albergo era più piccolo di come lo ricordava, la spiaggetta del lungomare era sempre la stessa e anche il colore del mare in quella zona aveva le solite sfumature azzurro chiaro. Lasciò il bagaglio e si incamminò sul lungomare; poco dopo, nella zona più centrale, la gente si trasformò in folla.
Attraverso la folla, lei vide in lontananza avanzare verso sé, una signora bruna, pallida, che aveva per mano una bambina di 6 -7 anni.
La signora era bella, aveva le labbra dipinte di rosso, indossava un lungo cappotto grigio, un cappello nero le copriva il capo, sulle spalle aveva come stola due pelli di volpe argentata con occhi di vetro azzurro.
La bambina indossava un cappottino rosso, sbottonato, che faceva intravedere una gonnellina scozzese con su un golfino bianco. La bimba aveva, appoggiato al braccio destro, sostenendolo con la mano, un bambolotto con un vestitino bianco… bianco? Bianco? No, non era bianco, era azzurro il vestitino del bambolotto.
Le due la oltrepassarono senza guardarla: lei le seguì con lo sguardo mentre bussavano al portone n. 34.
Di lì a poco, una ragazza con un vestitino nero e un grembiulino bianco, apriva il portone. [Continua...]