Domina

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Domina di Dorella Dignola Mascherpa

Già nell’adolescenza Domina era stata una fanciulla che portava nell’anima un peso esagerato, sproporzionato. Un segreto che custodiva in silenzio, in parte per l’inconsapevolezza della sua immaturità ed anche  per la determinazione che andava formandosi in lei con l’uso di ragione precocemente raggiunto. Nessuno tra i suoi compagni avrebbe potuto comprenderla ed ancor meno avrebbe potuto aiutarla perché se ne liberasse.

Si conosceva invece molto bene interiormente e la sua sensibilità la rendeva capace  di capire l’animo altrui con grande immediatezza;  ciò era molto insolito in una fanciulla di così giovane età.

Tra i coetanei si sentiva spesso a disagio sebbene le piacesse stare in loro compagnia, ma finché non ebbe raggiunto una sufficiente energia e padronanza di sé, il mondo intorno le era faticoso e a volte anche tanto doloroso da farla piangere all’improvviso e nessuno sapeva spiegarsene la ragione. Viveva in uno stato di sofferenza pressoché costante, sempre  combattuta tra la sua voglia fresca di giovane desiderosa di vivere spensierata e felice ed il peso del suo segreto. Soffriva Domina, Gli adulti  della sua famiglia non avevano qualità personali né possibilità concrete per far intervenire qualcuno che fosse in grado di accompagnare la ragazza nella fase della crescita  già di per sé critica , gravata dall’oppressione di quel turbamento.

Cresceva in altezza a vista d’occhio e ciò la faceva sentire, tra gli altri, acerba ed insicura. Il suo aspetto esteriore le era tuttavia ignoto; non si conosceva, non avrebbe saputo dire di sé se fosse bella o brutta; lo specchio era usato semplicemente per controllare se i capelli fossero in ordine o se l’abito che indossava le stesse giusto . Di sè sapeva soltanto quello che le dicevano gli altri, in casa e a scuola.  Ed era ben poco;  attenzioni particlari non non ne aveva da nessuno; tutto le ruotava attorno con indifferenza perchè ognuno badava alle proprie cose, ai propri impegni.
Cresceva senza indicazioni e pur essendo una bimba vivace ed esuberante per natura, cresceva  con carattere schivo, timoroso.  Aveva una corporatura esile ed alta con il volto appuntito dalla magrezza,  tutto occupato dagli occhi che aveva smisuratamente grandi e spandevano sul colorito roseo, una luce scura molto contrastante; aveva capelli bruni e lisci, fini come seta; la bocca piccola ma con labbra tumide che  si chiudevano a cuore sulla dentatura bianca perlacea. [Continua...]

Incipiente Autunno

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Nuvole viola orlate di sole
nel cielo vuoto di rondini:
Porto ceste di dolore
e grappoli d’amore;
spighe dorate
ondeggian nel
cielo della vita,
porte colorate s’aprono
a noi che nell’Estate
che finisce, sostiamo
sull’isola tonda,
sulla s’abbia bianca
nel blu di cobalto dell’onda
che lambisce
e scava profonda
l’anima stanca!
Lontana la sera
già scende
sulla pianura lombarda;
la nebbia nasconde
le strade e le case
e l’indomani, il sole ritarda.

***

Immagini: dipinto di Dorella Dignola M.

Mirto di Dorella Dignola Mascherpa

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Seduta nella grande poltrona del salotto, con l’abito scuro che le lasciava scoperte le ginocchia e con il colletto di pizzo intorno al collo, l’esile ragazza poteva sembrare un’adolescente; il piccolo volto leggermente appuntito dalla magrezza, era incorniciato da capelli folti e rosati; la pelle era bianca e trasparente così come erano chiari e trasparenti i suoi occhi, da far ricordare l’acqua del mare sulla sabbia bianca.
Tenendo le mani in grembo, si toccava le unghie, non lunghe e pennellate di smalto rosa. In realtà Mirto aveva ventuno anni.
Se ne stava seduta con le gambe incrociate e guardava intorno a sè la stanza tappezzata di stoffa lucida, con la mobilia di legno scuro che dava all’ambiente una austerità che la intimidiva.
Alla grande finestra che si affacciava sulla città, era appesa una tenda bianca tanto fitta che impediva del tutto di poter guardare all’esterno.
Scendeva dal soffitto, a perpendicolo sul salotto, un lampadario grande, con coppe di opale bianco a forma di fiore ed otto  bracci diritti color  bronzo brunito che giravano intorno ad una coppa centrale formando una raggiera.
La giovane indossava scarpe color coloniale, basse ed uguali alla cintura che aveva in vita, stranamente dello stesso colore del rivestimento del salotto su cui era seduta.
Il tavolo le arrivava all’altezza delle braccia, a mò di vassoio ed ella vi si appoggiò per alzarsi.
C’era un armadio grande e scuro, che riempiva la parete ed era pieno di libri richiusi da antine di vetro. Libri di ogni genere: narrativa, saggistica, libri d’arte, enciclopedie ed anche una raccolta di libri molto antichi e preziosi le cui copertine dalle raffinatre rilegature, davano un effetto cromatico vivace ed austero ad un tempo..
La ragazza guardava con interesse  i titoli ed i nomi degli autori, molti dei quali ella conosceva, per averli letti e studiati e le venne il desiderio di prendere un volume tra quelli che non aveva  letto. Pensò però che quello era il momento meno adatto, aveva il cuore in subbuglio e preferì starsene tranquilla ad aspettare.
Il cigolio di una porta che si apriva la fece sobbalzare e la distolse dalla sua riflessione sulle letture. [Continua...]

Segreto

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Intimo ti nascondi
profondo, dove nessuno
vede e sa.
Mi risali in mente,
all’improvviso,
mi riapri il cuore,
ti rifai sorriso e, lieve,
un brivido mi ritorna a te
e ricompone l’immagine
d’una gioia provata,
d’una bocca baciata,
d’una poesia ascoltata.

Immagine: Volto di donna di Dorella Dignola

Amore

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Voglio provare a
scriver d’amore!
l’onda che invade il cuore
a volte pian piano,
a volte con furore
e lo colma di mille
emozioni che roteano
fisse, ossessive,
inebrianti e che lasciano
in bocca sapore di fiore.
Anima occupata, protesa;
e la gioia traspare dagli occhi,
colora di rosa
la vita, la casa, e
ogni più piccola cosa.
Passione, anelito,
voluttà di due esseri
che si cercano,
che si vogliono
che anelano ad unirsi
attraverso gli spazi
del tempo e del sogno.
Mendicanza a quell’Uno
intero creato per
la vita compiuta,
risposta al bisogno.
Canto di sirena che
attrae alla meta del
desiderio appagato,
alla pace raggiunta
per la vita che si vuol
essere piena.

Lontananza

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Arco immenso
Ove è possibile,
nell’attimo,
incontrarti e, in
luce di memoria
riandare al tuo
dire, al tuo pensare.
Nuvole e
i più alti monti,
svaniscono;
mari e pianure,
regale tappeto
al pensier mio
che ti raggiunge
e non ti vuol lasciare.
Coincidenza d’elevazione,
palpito d’incontro etereo,
dardo, ove l’esser si libra
in contemplazione.
E’ immaginazione?
Che sia tu il vero
del viver mio;
cessi la menzogna,
più d’ogni altro
tu fosti mio.

Era il giorno di Pasqua

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Era il giorno di Pasqua, la nonna mi teneva per mano ed insieme andavamo alla Santa Messa.
Era un giorno di sole e l’aria profumava di fiori.
Uscimmo dalla cancellata che circondava la nostra casa e ci inoltrammo verso la Chiesa.
“Nonna, guarda, lo vedi quel soldato che è uscito dal ponte  con il grosso zaino sulle spalle? Lo conosci?”
“No, sono molti i soldati che circolano per la città.”
La voce della nonna era incrinata, sentii la sua mano stringere forte la mia e dai suoi occhi celesti e dolci, vidi cadere lacrime che sapevo cocenti: aveva cinque figli al fronte. Furono citati sul giornale della città come esempio glorioso.
Sapevamo che uno di essi, lo zio Giacomo, era stato fatto prigioniero e deportato in Germania. Lo avevano prelevato  mentre stava facendo il servizio di Leva Militare, senza un perché.
Non sapevamo dove lo avessero portato e per quanto tempo.
Fummo rassicurati perché lo zio non era ebreo; tutta la nostra famiglia non lo era.
“Vedrà Signora che suo figlio tornerà, non pianga, lui non è ebreo!”
Il cuore mi si strinse di vergogna e ad un tempo si dilatò per il sollievo che provavo . Poteva esserci una differenza tra un ragazzo ebreo ed uno che non lo era? Capii che era così!

Non vedi che ha la testa abbassata? Porta l’elmetto  il volto non si vede. Lo zaino deve essere pesante.
Nonna, guarda, ha alzato la testa, nonna a me pare, sì nonna, è lo zio Giacomo!
“E’proprio lui! vero nonna?”
La nonna ebbe un fremito; socchiuse gli occhi e ficcò lo sguardo presbite sulla faccia del giovane che si stava avvicinando col volto sorridente.
“Giacomo!”
Gridò: “E’ lui, è proprio lui!!!

[Continua...]

Natale 1944

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Dalla finestra spalancata,
il volto di giovani in divisa,
che a noi bambini
incuteva terrore e spavento.
Erano: il nemico!
Stavano nella casa accanto.
Quei ragazzi erano i nemici!
Un desiderio infinito di pace
nel nostro cuore bambino
ci guidò:
Ci guardammo negli occhi,
prendemmo una matita,
un foglietto,
una caramella e
con occhi amici, arditamente
lanciammo il nostro invito
che venne colto al volo,
alla nostra povera
tavola del Natale.
Vennero, mangiarono
sorrisero di continuo,
sussurrando parole tedesche
che ci facevano tremare.
A quell’Agape
Avemmo la forza di
sorridere e di mangiare
guardando Gesù nel presepe,
ignorando che dopo qualche tempo,
una bomba ci avrebbe scaraventati
a metri di distanza.
Era andata a conficcarsi
nel terreno, poco più in la
della nostra casa.
Nessuno era morto!
Non era stata vana
la nostra speranza.
Il sorriso sul volto di
quei ragazzi ci riemerse
sinistro nei cuori ma,
le loro mani avevano
sbagliato il tiro,
Forse volutamente,
chissa!
E così, il ricordo di quel Natale,
non fu mai amaro.

Nipote

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Dipinto di Dorella Dignola

“Lo accompagnerò io!”
Giulia guardò suo figlio accasciato sulla poltrona del salotto, con le lacrime che gli cadevano sulle mani incrociate, come in preghiera.
“Io non ce la faccio mamma, mi sento morire! Grazie, sì, vai tu all’aeroporto, io non sono capace di fare anche questo: accompagnarlo e dirgli addio!”
Quattro anni prima, in un mattino d’autunno, Roberto l’aveva svegliata di soprassalto per dirle che il bimbo stava nascendo.  Giulia si vestì un po’ affannata, guardò l’orologio e lesse che erano le cinque.
Corse a prendere la macchina nel garage, come se dipendesse da lei che pochi istanti in più o in meno potessero compromettere la nascita di suo nipote. Percorse velocemente, in un’alba rossa, la strada vuota del lago. Sulla riva alcune barche capovolte; in controluce, la sagoma nera di due pescatori chini a guardare il pescato della notte.
Nell’urgenza il cuore le palpitava forte nel petto; si sentiva necessaria, insostituibile. Il medico, l’ostetrica erano il corollario obbligato per l’evento, ma ciò che contava era che suo figlio e lei fossero presenti alla nascita di Simone.
Lo vide già nato tra le braccia di suo figlio con gli occhi stranamente spalancati e limpidi, stupiti come se capissero e vedessero i volti amorosi chini su di lui.
Le guance impalpabili come petali di papavero, la carnagione di pesca matura e sul capo una chioma di capelli neri del tutto inusuale.  “Gemma del mio ramo! ” Pensò.
Una tenerezza infinita le inondava l’anima e le ingorgava in gola le parole che le uscivano stridule ed anche un po’ buffe…
“Mio tenero bimbetto, mio adorato nipotino, mio diletto!” Balbettò!
Ora gli avrebbe fatto indossare le scarpe, il cappottino e lo avrebbe accompagnato all’aeroporto, dove la mamma lo aspettava per portarselo via, lontano, nel suo paese d’origine come aveva decretato il giudice del Tribunale.
Gli guardò il bel dentino nuovo, lo accarezzò sulla testa, lo prese per mano.
Grumo di viscere contorte, gemiti trattenuti, dolore acuto sul volto di suo figlio che la incoraggiava ad avviarsi.
“Guarda, è quello l’aereo sul quale salirai tra poco! E’ bello, è grande, è azzurro.”
“Sì nonna, è bello! Vieni nonna… ma dove andiamo?”.
“In un altro Paese, diverso dall’Italia!”
“Sì, andiamo nonna in quel Paese, vieni nonna!”
“Anima mia, la nonna verrà presto con un altro aereo. Ora ci vai con la mamma!”
“Nonna perchè non vieni anche tu? Nonna quando viene papà?… Nonna io non voglio andare sull’aereo, nonna io non voglio partire… voglio stare qui… non voglio andare in un altro Paese, nonna, nonna, nonna!” Simone è cresciuto e sono passati gli anni. E’ bravo, parla correntemente due lingue, canta nel coro del teatro cittadino, suona il violino nell’orchestrina della scuola, parla a lungo col papà tutte le settimane e riceve ogni mese il pacco della nonna con il pesto fatto da lei, che gli piace tanto, il maglione rosso come le Ferrari lavorato ai ferri, le scarpe nuove ad ogni stagione, l’elicottero che vola, gli amaretti soffici specialità del lago…
“Nonna, ti amo!” dice sorridente, stando seduto sulle gambe del papà, nell’abbraccio dolce e raro degli incontri stabiliti dal giudice.

***
Immagine: dipinto di Dorella Dignola

Al di qua degli occhi di Dorella Dignola Mascherpa

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Oh, finalmente sta arrivando; ma non è sola. Giacomo! C’è Giacomo, Sandra è con Giacomo; è venuto a trovarmi! Ma quanto sono agitata, sono addirittura emozionata ed ho le guance in fiamme. Non me lo aspettavo, non avrei mai immaginato questa sorpresa. Cara, cara Sandra, hai voluto dare alla tua amica una gioia speciale; ecco il perché del tuo sguardo furtivo, il tuo improvviso scappare. Lo attendevi e sei scesa ad incontrarlo; avresti però fatto bene se me lo avessi detto; mi sarei preparata, avrei indossato un abito,  mi sarei fatta fare la piega dal parrucchiere dell’hotel e mi sarei data anche un po’ di trucco. Sono così pallida. Sandra è con Giacomo! Ecco perché ha fatto preparare la cena per tre; forse già lo sapeva ancor prima di venire qui e non me lo ha detto per farmi questa bellissima sorpresa. La perdono, certo che la perdono. Però voglio recarmi in camera mia almeno per togliermi il pigiama. La cena non si raffredderà nei contenitori d’acciaio e loro due mi possono aspettare. Sandra è con Giacomo! Sono tanto debole che non riesco a reggermi in piedi, ma voglio alzarmi per salutarlo, prima che s’avvicini. Sandra è con Giacomo! Peccato, peccato che mi veda in questo stato, eppure ho desiderato tanto che venisse ma avrei voluto saperlo per tempo, per pensare a cosa dirgli, per presentarmi in modo diverso da quel giorno in cui ci siamo lasciati. Sandra è con Giacomo! Sandra è con Giacomo! Perché si guardano negli occhi? Avranno qualcosa di speciale da comunicarmi? C’è un’intesa tra loro, me ne sono accorta subito. Sandra mi guarda ed il suo sorriso è sparito. Sento nelle orecchie la sua voce che ha delle intonazioni canore, mi parla con dolcezza, mi presenta “il suo fidanzato”. Ho capito bene, ha detto “fidanzato”.
Sandra sta con Giacomo! M’è caduto qualcosa nel ventre, forse un sasso; chi l’ha scagliato così a tradimento? Mi pare di sentirmi male, ho caldo, sudo, eppure qui fa freddo. Ora me ne vado, sì, è meglio che scappi. [Continua...]

Pensieri da un’esperienza di Dorella Dignola Mascherpa

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Questi pensieri sono maturati durante l’esperienza del vivere, in circostanze consuete, talvolta banali ed impreviste, ma che hanno saputo attrarre la mia attenzione, stimolandomi ad una più attenta osservazione facendomi comprendere il valore profondo di ciò che è stato motivo di taluni modi di agire delle persone nelle quali m’imbattevo. A seguito di quanto sono andata man mano scoprendo, ho curato di non perderne l’insegnamento per la mia vita, per il mio crescere come persona e per l’eventuale e conseguente insegnamento ai figli, facendo rifluire attraverso il dialogo, un conforto, un sostegno a quelli che incontravo in situazioni difficili.
L’idea di mettere per iscritto quanto detto, mi è venuta a seguito di fatti recenti dove, nell’incontro con genitori giovani ed inesperti, ho visto compiere errori eclatanti. Ho così voluto programmare questo insolito racconto, nella speranza di trovare qualche interlocutore che abbia la pazienza e la benevolenza di leggermi e, forse, che trovi interesse per queste mie personalissime considerazioni sulla vita, che peraltro vogliono essere prive di ogni velleità, in modo da farle pervenire in seguito, ad una più ampia realtà.
Il richiamo alla memoria degli avvenimenti salienti della vita, costituiscono la fonte principale dalla quale ho attinto gli argomenti, munita soltanto della mia sensibilità e passione alla persona, quale cartina di tornasole degli eventi da me vissuti.
D’altro canto ogni nozione che si tramanda nel tempo, è esito di riflessione popolare, di gente che ci ha preceduti e ritengo che chiunque abbia qualcosa da dire lo possa fare con i mezzi che possiede e, quanto più sarà veritiera tanto più lo saprà proporre con umiltà ed allora diverrà insegnamento, suggerimento, manuale di vita.
Tuttavia, a causa della singolare specificità di ogni persona, occorre che le cose dette o scritte, abbiano in sé un filtro d’adeguamento, auspicato anche in chi ascolta o legge, affinché l’esperienza dell’uno penetri nella vita dell’altro, in un vicendevole arricchimento. Consapevolmente o no, ciò accade sempre in chiunque entri in rapporto con altri.
Attraverso la inevitabile elaborazione personale del messaggio che si riceve, ne viene costruito uno nuovo, senza scartare nulla di quanto già è presente nella personalità formatasi in precedenza. Possono mutare le opinioni, le proprie convinzioni ma una costruzione giusta e vera rimarrà poiché andrà a coincidere con quanto si è già imparato dalle categorie inalienabili preesistenti, presenti in ciascun uomo, appresi ed assimilati nella tradizione.
Allora ogni scritto, ogni informazione, diverrà contributo di cultura.
Suddividerò le mie riflessioni nei grandi capitoli dell’esistenza, distinguendoli per età: la vita prenatale, l’infanzia, l’adolescenza, la maturità, la vecchiaia. (Dal primo capitolo)
[Continua...]

Luna

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Guardando la luna di Dorella Dignola

Sei bianca e rotonda
stanotte luna e il tuo
chiarore disegna
nera la città.
Ombra sulla via;
solo là in fondo,
dove la curva cela
il proseguire,
scende il cammino
sulla riva del lago:
una lanterna,
barche capovolte
e l’incedere regale
dei cigni, azzurrino
sotto il tuo raggio
chiaro, sull’acque,
a collo chino.
Quieta serata invernale,
e il palpitar di vita
nelle case indovino,
calde d’amore,
silenti di dolore;
vive e tese al divenir
del giorno nuovo;
promessa di vita
e di continuità.
Or che sei nota,
conosciuta, saputa,
hai un po’ perduto
l’arcano fascino
ispiratore!
L’occhio umano
ti dissacra
voragini e pianure,
ma ancora sei per noi,
dolce ed attraente,
lampada struggente.
Senza te non sono
i mari e buie le notti.
Senza te questa nostra
Terra non sarebbe,
Luna!

Immagine: Guardando la luna di Dorella Dignola

Breve incanto, brano

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Giovane sorriso di Dorella Dignola

La finestra, come tutte le finestre della casa, aveva ancora i vetri colorati fissati dalle orlature di piombo; tutte le pareti erano intonacate a stucco lucido color rosa antico. Grazia Si immerse nell’acqua profumata e si sentì piena di gioia per essere tornata a casa, di sentirsi bene e di sapere che, ad una sua chiamata, una delle care persone della sua vita le avrebbe dato subito risposta.

Non così le era accaduto nell’ospedale dove era stata ricoverata per mesi. I bisogni essenziali dei pazienti erano pianificati e qualunque altro desiderio o necessità venivano severamente ignorati. Aveva sofferto la sete, la solitudine, la difficoltà a cambiare posizione nel letto, il sonno che era divenuto ogni notte il luogo degli incubi ed al risveglio non avevA nessuno che la tranquillizzasse. Quante volte avrebbe voluto trovarsi tra le braccia di sua madre, appoggiata al suo seno per sentire sul capo la carezza di lei tenera, rassicurante.

Era uscita dalla stanza del bagno vestita d’azzurro, con i capelli inanellati ancora umidi, che le ricadevano sulle spalle in una cascata color oro rosato e con gli occhi dall’indefinibile colore dell’acqua, lievemente accesi.

Notò che la madre le aveva preparato per il pranzo le buone cose alle quali era abituata da sempre. La signora Luisa era ottima cuoca ed esprimeva molto del suo amore con i manicaretti che sapeva preparare.

Diede un’occhiata al di là della vetrata della finestra antica, incorniciata dal disegno bianco,classico delle case patrizie affacciate sulla laguna. Si vedeva a perdita d’occhio l’esclusivo panorama dell’intera laguna. Quella vista le procurava una dolcezza infinita fin da quando era bambina. La città le si mostrava nei colori tenui del crepuscolo. Per lei Venezia non era mai ovvia, non vi si era mai abituata nonostante la consuetudine, quella che talvolta è capace di distrarre anche dalle cose più belle. Ogni volta le si rinnovava lo stupore per la bellezza della sua città. L’orizzonte dorato illuminava le vetrate delle case e sul mare, in contro luce, un diffuso luccichio rendeva il panorama pieno di suggestioni. A quell’ora le ombre scure degli edifici si riflettevano nelle acque, zigzagate dal movimento delle onde, con il sole che indugiava appoggiato all’orizzonte, privo di raggi, grande e rosso, prima di uscire dal cielo viola della sera.

L’incanto teneva il suo giovane ospite fermo e silenzioso, inchiodato da tutta quella bellezza che gli pareva una magia, una irrealtà, dalla quale non riusciva a staccare lo sguardo.

Grazia si sentì animata dal desiderio d’uscire; la novità dell’ospite le aveva infuso un insolito entusiasmo. Un po’ timida ma senza esitare, gli fece un breve cenno per fargli capire che desiderava andare insieme con lui per prolungare quel magico momento.
Andarono per calli, attraversarono ponti, camminarono e si raccontarono molte cose della vita passata e dei progetti per il futuro; ma in entrambi vi era uno strano bisogno di dirsi il più possibile l’uno dell’altro, un bisogno urgente di conoscersi.
Si fermarono a guardare la città tra i lampioni accesi che mostrava l’infinita fila delle sue merlature sotto la cupola stellata che a Venezia non è mai nera, neppure quando il firmamento è ricoperto dalle nubi, perché il chiarore madreperlato della città si riflette nel cielo e a sua volta il cielo si specchia nella laguna, in un mirabile scambio di chiarità.
Grazia si sentiva pervasa da un impeto vitale che le mancava da tanto tempo. Una ebbrezza di rinascita alla vita, di salute ritrovata che le accendeva nel cuore lo stupore per il suo mondo ritrovato, uguale ma infinitamente più prezioso.
Casualmente le loro mani si toccarono e fu come una scintilla che li attrasse irresistibilmente senza un consapevole perché. Non fecero resistenza all’impulso di non interrompere l’emozione del contatto fisico, si abbracciarono con passione, senza averlo previsto. La suggestione aveva cancellato l’estraneità, la non conoscenza e li aveva irresistibilmente attratti in una irrazionale felicità. Jacopo spostò lo sguardo e lo pose su di lei guardandola tutta; rapidamente abbassò le palpebre quasi a scusarsi d’avere osato dopo le poche ore dal loro incontro.
Continuarono ad accarezzarsi ed a baciarsi tra le ombre dei passanti, tacitamente convinti di una appartenenza reciproca ovvia, indubitabile.
Grazia si sentì leggera, sgombra. Dentro di sé non v’era traccia dell’angoscia che l’aveva atterrita per mesi. Nessun pensiero affiorava a turbare la gioia dell’incontro con Jacopo. Non pensava al pericolo che tutto potesse essere breve, interrotto, distrutto. Sul volto la luce del suo luminoso sorriso appariva impresso d’eternità.

Dal Racconto inedito “Breve incanto” di Dorella Dignola

***
Immagine: Giovane sorriso di Dorella Dignola

Ultimo giorno

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Non avrei voluto,
tra bianche
pareti d’ospedale,
tra l’ora del dolore
e del lavoro umano,
il ripetersi quotidiano
d’un addio mattinale,
d’un saluto finale.
E mi morde il cuore se
penso che non vi sarà
per te un venturo giorno;
t’avvolge l’amor mio e
nell’aura opaca,
alma bianca t’involi
e ti chiudi mentre ti
guardo tenera e,
soffrendo, amo
le tue membra stanche,
chiudendo tra le mie
le tue mani bianche.

Immagine: Vele sul lago di Arona, dipinto di Dorella Dignola

La polvere d’oro di Dorella Dignola Mascherpa

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Nell’ambito della nuova Rubrica “Libri in cerca di editore”, presentiamo in anteprima esclusiva il romanzo inedito “La polvere d’oro” di Dorella Dignola Mascherpa.

Scrive Nicla Morletti, nella recensione pubblicata nel Portale Manuale di Mari:
“Una bella storia narrata con stile elegante e ricchezza di immagini. Dorella Dignola Mascherpa ha una vera e propria vocazione per lo scrivere, nel cesellare immagini e personaggi, nel dipingere con parole appropriate scene e paesaggi. Nel creare atmosfere.”

Leggiamo e commentiamo alcuni brani tratti da questo libro. L’autrice leggerà i nostri commenti e risponderà in questa stessa pagina.

Per maggiori informazioni su quest’opera contatta l’autore

Dal capitolo VI di “LA POLVERE D’ORO” DI DORELLA DIGNOLA MASCHERPA


Oliviero partì dalla stazione verso le otto del mattino. Era un lunedì ancora pieno del sole dell’estate che stava finendo.
Monica e Mauro lo accompagnarono ed alla stazione trovarono anche il padre che, suo malgrado, non riusciva a mascherare una certa fierezza. Oliviero invece faceva sforzi per mostrarsi tranquillo e sfoggiava sorrisi affinché potessero apparire credibili. Gli dispiaceva tanto andarsene di casa, abbandonare gli studi, la musica adorata e Monica che aveva fatto breccia nel suo cuore.
Monica era bella e Oliviero ora la vedeva stupenda. Era cresciuta molto in altezza ed il suo corpo aveva le sinuosità che si richiedono alle modelle della moda. Aveva una massa di capelli color castano scuro ed occhi mirabilmente blu. I capelli pieni di riflessi dorati erano voluminosi e a piccoli riccioli che ella portava abitualmente sciolti. Aveva la carnagione chiara e compatta, punteggiata da piccole efelidi sulla cima delle guance e del naso. Somigliava molto alle bambole americane ed un po’ per scherzo ed un po’ per davvero, in casa la chiamavano “Barbie”.
Era venuta alla stazione recando un pacco che consegnò ad Oliviero dicendogli: “Non aprirlo ora, guarderai il contenuto quando sarai arrivato a destinazione; ti ho messo cose che spero ti piacciano e che ti facciano sentire meno solo” .
Oliviero l’abbracciò davanti a tutti, sebbene fosse soltanto la seconda volta che lo faceva e non senza impaccio. Egli capiva che appariva molto di più di quanto in realtà tra essi si fossero detti; non soltanto non si conoscevano ma non sapevano neppure se tra loro stesse iniziando un amore. Tuttavia la circostanza li spingeva ad esprimere un rapporto intimo, come fosse già sperimentato. Il padre ne era visibilmente contento e tra sè e sè già considerava il figlio fidanzato con quella splendida ragazza.
“Ci ha tenuto tutto nascosto, ma ora che sta per partire, ha sentito il dovere di farci capire come stanno le cose. Eh! Birbante!”
Egli non aveva saputo nulla fino a quel momento perché non c’era nulla da sapere; i due giovani non si erano scambiati neppure un bacio.
Al momento di salire in treno Oliviero abbracciò tutti e non esitò a prendere Monica tra le braccia ed a baciarla lungamente come nelle scene dei vecchi film; la situazione gli appariva un po’ grottesca e tale da costringerli a quel comportamento; nessuno dei due però avvertiva ambiguità: Monica pianse un pianto vero, con un dolore vero per il distacco imminente. Mauro la strinse a sè e le accarezzò i capelli mentre ella salutava con il braccio alzato Oliviero affacciato al finestrino.
Tornando verso casa, Mauro le chiese: “Lo ami molto? Mi dispiace che tu debba soffrire; con tutti i giovani che ci sono e con tutti gli ammiratori che hai, proprio di Oliviero ti dovevi innamorare che è tra i pochissimi che sono stati chiamati per questo addestramento, su tutto il territorio nazionale. [Continua...]

Fiori

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Non avevo mai notato così bello,
il garofano riccio e delicato;
coi petali abbracciati a labirinto
ed il profumo, come d’alloro, che sale
rotondo al colmo dello sboccio.
In fondo, un più intenso rosa
sfuma la corolla e ti odoro e
m’inebrio del petalo grande
di questa bianca calla,
manto di regina, casa di farfalla,
con l’oro del pistillo
eretto in mezzo al fiore:
superbo, regale, edificio arcano
pieno di magia; gentile, distinto
omaggio d’ un cuore signorile.
E grappoli di violacciocche,
volute di campanule bianche,
lilla, blu, ricordano una
città che non c’è più.
Profumati sporgono
dal verde fogliame,
risbocciando senza posa
flettendo sullo stelo inanellato;
saluto gaio al passaggio
di una sposa.


Immagine: Fiori di Dorella Dignola Mascherpa

Volto

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Senza te non c’è persona,
Specchio dell’anima
Riveli chi sei.
Negli occhi la pietra t’imprigiona
E se l’innocenza è evidente,
sei trasparente.
Togli la pietra che toglie bellezza
E luce divieni, verità;
immagine pura di tua realtà.
Senza te, tra cielo e Terra,
l’essere celato è
come il seme che non fiorisce,
il bimbo che non nasce,
l’amore che non sboccia,
l’uomo senza faccia,
latitante,
dietro un volto che non c’è!

Immagine: Dipinto di Dorella Dignola Mascherpa

Tu non amore

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Ti cercavo, non c’eri!
Ti chiamavo, non rispondevi!
Io ti amavo, m’ignoravi!
Ti parlavo, tu tacevi e ridevi!
Cercavo un po’ d’amore
Tu volevi e non volevi!
Perché cuore non t’acquieti?
Perché l’anelito ripeti?
Lo sai com’è la vita e
l’amore è un dente che si muove;
e finché è non tolto duole.
Istanti di gioia tra mari di noia;
trepidanti attese sempre deluse.
Eppure, a tratti mi guardavi
Nel silenzio m’amavi!
Mi ammiravi e soffrivi.
Mi volevi e non ti davi!
L’abisso tra noi ormai,
e so che non ci sei.
Io lasciarti non vorrei,
meglio del nulla questo
dolce dolore. Il pianto
mi prende per questo amore
che poteva essere grande!

Immagine: dipinto di Dorella Dignola Mascherpa

Il progetto, romanzo di Dorella Dignola Mascherpa

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Dorella Dignola Mascherpa, pittrice e scrittrice di talento che abbiamo potuto apprezzare già nel Blog degli Autori, presenta nella nostra Rubrica “Leggiamo Insieme” – Presentazione di libri on line, il suo romanzo intitolato “IL PROGETTO”, edito da OTMA Edizioni.
Si tratta, come scrive Nicla Morletti nella sua recensione, di un libro in cui “l’autrice evidenzia la psicologia dei protagonisti, come fa un abile pittore con i ritratti sulla tela. Ne coglie ogni sfumatura, luci e ombre”.

Leggiamo e commentiamo insieme un brano tratto dal primo capitolo. L’autrice leggerà i nostri commenti e risponderà in questa stessa pagina.

L’immagine riprodotta nella copertina del libro, è “Colori d’oriente”, olio su tela di Dorella Dignola Mascherpa.

Leggi la recensione di Nicla Morletti nel Portale Manuale di Mari.
Ordina questo libro con la dedica autografa dell’autrice (Prezzo € 9,00)
Dal primo capitolo di “IL PROGETTO”
DI DORELLA DIGNOLA MASCHERPA – OTMA EDIZIONI

Di presto mattino Violante si era alzata per la consueta corsa in bicicletta con gli amici, prima di recarsi al Liceo per le lezioni.
Guardandosi allo specchio si era piaciuta con i calzoncini, le calze corte e le scarpe di tela bianche che aveva indossato con una polo verde chiaro, adatta all’ora sportiva che l’attendeva.
Era scesa dalla gradinata di casa come avesse fretta ed era andata ad urtare il vaso di pietra che sormontava la colonna al fondo della scala, procurandosi un dolore acuto ed una abrasione al gomito. Aveva trascurato la cosa per andare svelta al ripostiglio a prendere la bicicletta, ma poco dopo aveva sentito che del sangue le era gocciolato sul braccio.
Era ritornata in casa per farsi medicare e, non avendo trovato nessuno, si era dovuta tamponare da sola la scalfittura con una pezzuola bagnata sotto il rubinetto. Aveva perso tempo ma finalmente era riuscita a pulire ben bene la sbucciatura, a coprirla con un cerotto ed a non farla sanguinare più.
Si sentiva agitata per il ritardo ma sapeva che gli amici l’avrebbero aspettata. Aveva inforcato la bella bicicletta rossa, che i genitori le avevano regalato per i suoi diciott’anni ed era andata, pedalando veloce, verso il viale che circondava la grande villa antica.
Vi abitava insieme con il fratello Rocco ed una governante di carnagione nera che era ancora giovane e di bell’aspetto: si chiamava Sophie.
L’aveva allevata come una figlia, standole sempre vicina fin dal giorno in cui i genitori erano dovuti partire per l’India per trascorrervi lunghi periodi, con intervalli semestrali e della durata di un paio di settimane.
Il Marchese Caffarelli era stato incaricato dalle Nazioni Unite per portare la sua opera di medico specialista in malattie tropicali, in un lontano paese dell’India.
Sophie era sempre stata bonaria ed aveva saputo amministrare la casa con molta efficienza; aveva diretto la servitù come se tutto le fosse appartenuto e condotto il menage di casa con una tranquilla ma energica autorevolezza.
I servitori le erano devoti e la rispettavano come fosse lei la padrona di casa; ubbidivano ai suoi ordini, a lei chiedevano i permessi per le uscite e, se tra loro sorgevano dissapori, essa riusciva sempre a sedare ogni animosità, specie con i nuovi arrivati. Alcuni di loro erano stabilmente nella casa da molti anni mentre un piccolo numero si avvicendava tra la propria casa paterna e la villa, per prestare il loro aiuto anche all’interno delle rispettive famiglie, ricche di fratellini e sorelline.
Sophie manteneva con Violante e Rocco un atteggiamento prudente anche se molto materno. Era piena d’affetto e di attenzioni e badava di non varcare mai il limite del proprio ruolo, relativo al posto che occupava.
Si prodigava affinché Violante e Rocco stessero bene e non mancassero di nulla ma la cosa che le stava più a cuore era che non avessero a soffrire troppo la nostalgia di papà e mamma.
Cercava di distrarli con mille iniziative e grazie a lei essi avevano vissuto quella lontananza con serenità, crescendo in pace.
Quando i genitori facevano ritorno, ogni volta veniva organizzato in loro onore un grande ricevimento e gli amici accorrevano numerosi oltre che per la gioia di ritrovarsi dopo le lunghe assenze, anche per l’interesse che suscitavano i filmati dei luoghi dell’India, dove essi erano andati a vivere, con le suggestive esperienze tra la gente del posto che viveva di abitudini diverse ed affascinanti.
Non scordavano mai di portare doni per tutti: tagli di tessuti di seta dai meravigliosi colori, ed una quantità di oggetti raffinati, lavorati a mano nello stile della tradizione orientale, ornati di pietre preziose naturali. Gli amici mostravano eccitati la loro gioiosa gratitudine, rafforzando vieppiù quel legame d’affetto che li manteneva saldi nell’amicizia, al di là della lontananza e del tempo.
Attraverso di essi gli amici amavamo quella terra lontana, ricchissima di tradizioni e tanto diversa, per quanto potessero comprendere dai loro racconti che, nel tempo, si erano fatti sempre più specifici e sempre più approfonditi.
Soprattutto Violante era fervida ascoltatrice tanto che, all’insaputa di tutti, coltivava in cuor suo il progetto di poter un giorno seguire le tracce dei genitori, intraprendendo gli studi di medicina per le malattie tropicali, specializzazione che anche il padre aveva preso negli U.S.A., andando in gioventù a frequentare l’Università di Chicago… 

Dolce campagna

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Andando per sentieri, tra prati e marcite,
occhieggiano su zolle papaveri e margherite.
Sopra la radura ceppi di tronchi tagliati,
La bruma nasconde le cime dei pioppi.
Lunghi ed acerbi filari di vigna,
In fondo il chiarore di case lontane.
Amici lasciati, il borgo conosco.
Dolce campagna, suon di campane!
Un frullar d’ali tra i rami del bosco
Poco più in là il fischio d’un merlo
richiama il passero che vispo saltella
e becca tra il verde del muschio.
Sul ciglio della via, nel verde cupo
D’arbusto, sporge lilla la serenella.
Saltano rane su sassi rotondi
Ride il ruscello tra campi fecondi,
Trotta il cavallo alto, maschio
A bocca aperta e il capo all’insù
Tira fiero il suo carro pieno
e subito senti odore di fieno!
Nel cielo dorato il sole discende,
continuo il frinir di cicale,
Sulla campagna la sera si stende!
Passa celiando tra nuvole rosa
alta la luna sgombra e lucente
sulla pianura che quieta riposa e
che nell’occaso è già tutta in ombra.

Immagine: “Dolce campagna” di Dorella Dignola Mascherpa