A chi importa

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A chi importa
il mio passato
sono nata all’alba
e il crepuscolo
già si avvicina.
Ma chi dice
che devo capire
tutto in un istante
che racconta
indovinelli
e parole
sconosciute.
Sento ancora
cantare
il mio fiume
sostiene la vela
il vento forte
e l’albero gigante
ha radici di linfa.
Il tempo è un luogo
inesplorato
sul bordo aperto
del cielo.

Dalla silloge  “Graffi obliqui” di Daniela Quieti – Premio Scriveredonna  2009

L’olio di San Bernardino

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Basilica di San BernardinoOcchi disperati cercano risposte nel cielo che ora appare dall’enorme squarcio sulla cupola, quella della basilica di San Bernardino, a L’Aquila. Un gioiello architettonico rinascimentale che conserva le spoglie del Santo Protettore della città e la sua maschera mortuaria in cera, entrambe esposte in un’urna d’argento, all’interno di un monumentale mausoleo marmoreo che, scolpito a bassorilievo e firmato da Silvestro Dell’Aquila, si erige in una grande cappella affrescata da Cenatiempo.
Anche il campanile ha una spaccatura arrecata dalla disastrosa caduta delle campane. E pensare che, proprio su una di esse, è incisa la scritta “San Bernardino proteggici dal terremoto”.
Perché questa chiesa ha già subito, nei secoli, violenze da terremoti.
La costruzione della basilica iniziò nel 1454, dieci anni dopo la morte di San Bernardino. Ma i lavori furono interrotti nel 1461, proprio a causa di un sisma.
La costruzione fu poi completata nel 1542, ma una nuova scossa tellurica, nel 1703, ne devastò l’interno barocco risparmiandone, miracolosamente, il bel frontale.
Indubbiamente, guardando il cumulo di macerie di un luogo in cui più nulla è di nessuno, tra le lacrime per la perdita di vite e di speranze, forse la distruzione di una testimonianza religiosa e artistica, pur se di un prestigioso passato che ha sfidato il tempo per arrivare fino a oggi, può mostrarsi non importante.
Tuttavia, è anche la storia, la nostra, a essere stata dolorosamente ferita.
Nel primo progetto, di cui non si conosce il nome dell’architetto, la chiesa aveva una struttura somigliante a quella di Santa Maria del Fiore di Firenze. Infatti, San Bernardino nacque in Toscana, dalla famiglia degli Albizzeschi di Siena, l’8 settembre 1380 e morì a L’Aquila il 20 maggio 1444.
Fu santificato dal papa Niccolò V nel 1450.
Prese l’abito dell’Ordine dei Frati Minori a 22 anni e fu un grande predicatore, soprattutto nell’Italia settentrionale.
È citato nella storia del pensiero economico perché scrisse un’opera completa sul sistema produttivo che ha per titolo “Sui contratti e l’usura”, in cui tratta argomenti relativi alla proprietà privata, all’etica del commercio e alla determinazione del rapporto tra valore e prezzo, biasimando severamente l’usura.
[Continua...]

Solo un momento

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Solo un momento
deponi i dubbi
ignora il grido
muto del cuore
guardami
nel modo in cui
sai fare tu
fammi sognare
il paradiso come
non lo vedrò mai
l’inferno senza
perdizione
e quando sarà
tempo di andare
non paventeremo
lo spettro svelato.
Dovunque conduca
il suo sentiero buio
se resteremo vicini
saremo imbattibili.

Dalla silloge  ”Uno squarcio di sogno“  di Daniela Quieti – Ed. Tracce 2010

The return

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I have returned
from a distant land
to my home
silent for too long
I have returned
to my village
it has been told
countless times.
But how blue
this sky is
how clear
this water is
how white
this bread is
like the stone
on which I lay flowers
where I rediscover
my heart.

Da “The colours of the park” di Daniela Quieti -  Inedito

(Traduzione)

Ritorno

Sono tornato
da una terra lontana
alla mia casa
troppo a lungo
senza voce
sono tornato
al mio paese
tante volte raccontato.
Ma quanto
è più chiaro
questo cielo
quanto più limpida
questa acqua
quanto più bianco
questo pane
come la pietra
su cui depongo fiori
dove ritrovo
tutto il mio coraggio.

A story of hope

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I hear calls from the distant wood
in a silence which is almost scaring me
in this night full of fire-flies and stars.
The wolf howls he went to the white spring
he ran along the paths of the saint hermits
he knows all the colours of the park
he will not attack, tomorrow.
The sharp fox runs free
she will not make mischief, tomorrow.
And the magpie already has her teasure
of diamonds
she will not steal, tomorrow.
The trees will not call for help.
Where the hill becomes mountain
the deer will jump safe
among rocks and precipices
and where the mountain looks at the sea
it tells a story of hope.

Da ” The colours of the park ” di Daniela Quieti – Inedito

(Traduzione)

Una speranza

Nel silenzio che fa quasi paura
di questa notte di lucciole e stelle
sento voci dal bosco lontano.
È passato alla fonte bianca
racconta il lupo
ha percorso i sentieri dei santi eremiti
lui conosce tutti i colori del parco
domani non aggredirà.
Corre libera dagli inseguitori la furba volpe
domani non imbroglierà.
E la gazza ha già il suo tesoro di diamanti
domani non ruberà.
Non grideranno gli alberi in cerca di aiuto.
Dove la collina diventa montagna
salterà sicuro il cervo tra rupi e precipizi
e la montagna, dove guarda il mare
racconta una speranza.

Dove ho imparato ad amare

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 Da giorni con la stessa tuta, quella usata in casa, con la scritta smile. Ma come si fa a sorridere, proprio qui, sotto questa piccola tenda, senza niente, con una sensazione di instabilità, di galleggiamento su un pavimento incerto, insicuro. Con un’angoscia di morte imminente in un campo di battaglia, tra autoambulanze, soccorritori, sfollati, maltempo, di fronte alla perdita di familiari, della casa, di punti di riferimento. Di fronte a un futuro che si preannuncia comunque difficile. Invece Maria vuole vivere. Lottando con la terra che trema ancora, crudele, come se volesse dire a tutti di non permettersi nemmeno di pensarlo, di continuare a vivere. Comunque non si può rinunciare a sperare. Perché suona ancora la campana di Onna, il paese simbolo della devastazione del terremoto, la drammatica premessa alle lacrime e ai morti allineati sul bordo della strada. La campana suona a distesa, nella vallata, sui prati, tra i sopravvissuti, con tutti i suoni più familiari perduti tra le macerie, con il dolore atroce per la scomparsa dei bambini e dei giovani del piccolo paese, perché a morire sono stati soprattutto loro. Suona su squarci di case che mostrano l’intimità di un letto intatto, un armadio aperto, immagini di santi, fotografie di famiglie che condividono ora lutti tra remote storie di parentele, su antiche pietre crollate di case, cantine, ovili. Sono viva – dice Maria – sono più forte del terremoto che ha distrutto la mia terra. Non ho ancora pianto, non è il tempo. Ora è il tempo di ricominciare, soprattutto per chi non c’è più. Rivoglio il mio posto com’era. Non posso immaginare di volgere lo sguardo e non vedere l’incanto delle mie chiese, delle mie case, delle mie strade. Non c’è altra immagine nella mia mente che quella del luogo dove sono nata, dove ho imparato ad amare. Giovanni la incoraggia: – Andremo avanti – le dice.

Altri tempi di Daniela Quieti

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Ricordo sempre, nei momenti difficili d’incertezza, d’angoscia, di solitudine che la vita porta con sé, la calda e sicura atmosfera che circondava le mie sere d’inverno di bambina, accanto al caminetto, affascinata dai racconti del nonno.
Storie della sua vita, di quella dei bisnonni, intrisa di ricordi dei trisavoli e io, lentamente, entravo nella favola, come a risalire un lungo fiume alla sorgente.
Stagioni lunghissime, nevicate paurose, venti impetuosi, il garbino, calori estivi che spaccavano porte, belle giornate fresche e serene, verdeggianti e indimenticabili primavere di quando c’erano somari e cavalli, chiamati vetture, in gergo, per il trasporto di persone e cose, e un viaggio era una bella avventura, dopo essere stato un dolce sogno, si susseguivano.
Non c’era la luce elettrica allora e s’andava avanti a candele e lumi a petrolio. Fioche luci illuminavano appena le piccole strade di paese materializzando ombre minacciose, ma se la luna piena era alta nel cielo, ti rapiva come una magia.
Profumo d’erba fresca e di trifoglio nelle sere di aprile, quando tutto il colle ne era pervaso e, nel pieno rigoglio della natura, insetti e rane scovati nello stagno ombroso, farfalle rincorse, spedizioni a caccia di erbe nel bosco misterioso, con le sue ombre dorate e il sottobosco, con i muschi vellutati e i funghetti d’avorio.
Lunghe sere di silenziosi inverni, il tempo trascorso a meditare guardando l’incanto della fiamma di un focolare.
Se poi, su quel fuoco, c’era una padella con un po’ d’olio, d’aglio, di peperoncino e un buon bicchiere di frizzante vino, la serata era una festa.
C’era anche un cane a fare compagnia, un caro bestione, dolcissimo ma poco rassicurante per chi volesse entrare in casa senza il suo permesso.
Ricordo mitiche storie di briganti, di pastori, di emigranti. Vennero le guerre, la patria straziata, scontri duri tra scoppi di bombe su montagne nevose, scarsità di cibo, affetti scomparsi, paesi spopolati e distrutti.
Poi il nonno s’intristiva e diceva:
- È ora di andare a dormire. [Continua...]

Oksana

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Viaggio sotto il cielo azzurro della bella riviera adriatica affollata di bagnanti che si tuffano nel mare mentre io corro a tuffarmi nelle tue inquiete braccia.
Credevo d’impazzire. E’ pericoloso innamorarsi quando la vita volge al tramonto.
La tua fuga è stata una frattura che ha spezzato in due la mia esistenza. E quel mio intimo edificio, che avevo decorato d’incanti e di desideri, è crollato improvvisamente nell’amarezza.
Pure, nelle rovine di sogni accarezzati, una speranza illumina ancora il mio cuore. Mi hai chiamato per nome al telefono. Dunque mi ami ancora? Come l’hai pronunciato bene. Ho sentito il mio nome pervaso di poesia nel sospiro della tua voce vellutata, sembrava una carezza.
Significa forse che le incomprensioni sono superate, i dubbi dispersi, la tempesta placata?
Immagino un nuovo sentimento, nato dal nostro caos, sorretto da un senso di eternità. Spero di non illudermi.
O mi sono già illuso? Credimi, ho sofferto molto quando sei andata via.  Sono passate settimane e non so dimenticare.
Non vi è né ieri né domani nelle forti riapparizioni della memoria, vi è solo sempre. Il tempo può consumare i giorni ma non i fremiti della mia anima che cerca te, mio sogno, cui ho donato l’impeto del mio ultimo ardore.
So che risplende come perla il tuo occhio attento, sulla tua fronte l’orgoglio di un pensiero che non sa cedere nemmeno alla palese evidenza.
Io ti tenevo tra le braccia come lo stelo un fiore, tu sapevi dissetare la mia anima riarsa, sapevi commuovermi al rosso di un tramonto, alla nota di una canzone, al sussurro di una parola e sentivo crescere in me, attimo dopo attimo, l’intensità di questo amore.
Così sarò fortunato se sarò accolto da te in questo caldo pomeriggio, con questo colletto che mi stringe la gola, dopo il viaggio che ho fatto.
La notte scorsa ho ripensato un po’ a tutto e ti ho chiesto di incontrarci. Non voglio essere pessimista nelle previsioni.
Verrai elegante. Sarà una vertigine per me vederti, dopo averti salutato ti prenderò il braccio con l’intimità di un tempo, cammineremo insieme lungo i viali ombrosi rischiarati dal raggio del tuo sguardo, tra rondini impazzite nel cielo, mentre io riempirò l’aria con propositi di passione.
Non ti amo, ti adoro. Sei la meta delle mie aspirazioni, la dea che sa farmi volare alto. Ho creduto nel tuo sentimento, non sapevo che in esso, per riconoscenza al mio, si addensava l’ombra dell’ipocrisia. Te ne sei andata nel silenzio. Forse attendevi questo atto come una emancipazione.
Ma non sai che la vera fiamma brucia una volta sola negli anni migliori e io ho colto il tuo mattino prima della mia sera, brivido di giovinezza prima della nostalgia.
Resta con me, Oksana. Vedi, sono disposto a continuare così, senza averti accanto, senza domande. Mi hai fatto conoscere il limite della mia anima, incapace di arginare l’impeto di questo amore e, consapevole, io ti dono, come mai prima, tutto me stesso. L’accetti?

Immagine: V. Corcos – Sogni, 1896

“Cerco un pensiero” di Daniela Quieti

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Nell’ambito della nostra Rubrica “Leggiamo Insieme” - Presentazione di libri on line, presentiamo “Cerco un pensiero” di Daniela Quieti, edito da Tracce. Una silloge di poesie che, scrive Nicla Morletti nella sua recensione, “rapisce il cuore per portarlo lontano nel cielo dei sogni e delle speranze, dove ogni sospiro e ricordo è palpito di vita che si rinnova.”

Leggiamo e commentiamo insieme due poesie tratte dal libro. L’autrice leggerà i nostri commenti e risponderà in questa stessa pagina.

Daniela Quieti - Cerco un pensiero - Tracce

Leggi la recensione di Nicla Morletti nel Portale Manuale di Mari.

Per acquistare il libro clicca qui

Da “CERCO UN PENSIERO” DI DANIELA QUIETI

Cerco un pensiero

Cerco un pensiero
che somigli al mio,
cerco nel tuo pensiero,
nelle pagine di un libro,
nel campanile austero,
nel graffito nero
arabescato sul muro.
Scandisce il respiro
il tempo della notte,
la profondità delle ore
risalgo senza rumore,
fuggo verso inattese aurore.
Come l’onda un veliero,
sfida le distanze un pensiero.

***

Non disperarti

Non disperarti, è brezza
il vento che accarezza
quel ricciolo d’argento,
la mia mano sicura
sorregge la paura
della tua debolezza.
Il tuo sguardo d’attesa
rivela nascosta solitudine,
riconosco l’offesa bellezza
che al viso stanco
leviga l’asprezza.
Ti aiuterò a scoprire nuovi voli,
come ancora bambina,
tra l’oleandro e la mimosa
su petali di rosa,
entrerò nel tuo silenzio,
troverò nella tua ombra
una certezza.

Ritorno

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Sono tornato da una terra lontana
alla mia casa troppo a lungo senza voce,
sono tornato al mio paese
tante volte raccontato.
Ma quanto è più chiaro questo cielo,
quanto più limpida questa acqua,
quanto più bianco questo pane,
come la pietra
su cui depongo fiori
dove ritrovo
tutto il mio coraggio.