Nastri di raso

Scendevano allineati
splendenti fiocchi bianchi
che un pupazzo
attendeva per indossare
e la neve era felicità
incanto e mistero

Nastri di raso
rubavo alle bambole
e a te nonno
il vecchio inseparabile cappello
Sotto le tue ali
correvo giù
calpestando e amalgamando
quel manto che ingentiliva
ogni forma irregolare
ed il paesaggio era magia
solamente magia

Ora nevica
su arbusti spogli di ogni colore
nevica
su pietre di me incise
e su pietre che annebbiano il tuo sguardo
Niente da appianare
e nessun nastro di raso
a vestire pupazzi
Niente da rubare
dietro quella finestra
che disappanno con le mani
per ricomporre immagini
di giocattoli da tempo accantonati

(C) Riproduzione riservata
Per diffondere questo contenuto non copiarlo nel tuo blog, usa i normali servizi per la condivisione.
Invita i tuoi amici a leggere e commentare Invita i tuoi amici a leggere e commentare

La foto al capolinea

La foto al capolineaChissà perché questa sera sembra tutto diverso.
Eppure la scena è la stessa di ieri, di una settimana fa, di un anno fa, di tanti anni fa.
Siamo a tavola, mentre mangi osservo la tua mano tremare ed i tuoi occhi guardare distrattamente le immagini di una televisione quasi annoiata.
Papà, l’altro ieri siamo andati insieme in centro per la prima volta, non so nemmeno se tu a piedi lo avevi mai percorso.
Eravamo a pochi metri dal capolinea degli autobus, uno stava quasi per partire. Al suono inconfondibile del motore che si stava riscaldando, ti ho visto correre nella sua direzione con il passo incerto, guardare fulmineo l’orologio e salutare il giovane autista che spiccava in un pullman rivestito di una pellicola su cui erano riprodotte delle nuvole.
Tu avevi iniziato a fare questo lavoro in un “postale” grigio, di quelli con il motore nascosto sotto il “cofano”, come lo chiamavate voi “ragazzi del ‘30”. Allora non c’erano le cinture di sicurezza ed io e Monica stavamo accucciate lì sopra, in quella specie di piccola montagna a destra del volante. Oppure sprofondavamo  nel sedile dietro a te, mentre chi saliva e chi scendeva ti esaltava per le tue bambine così buone e vestite sempre uguali con abiti ricamati dalla mamma.
Hai sorriso all’autista come se il tempo non fosse passato, hai avuto un attimo di incertezza, poi ti sei fermato, quasi a non saper come fare.
Sembravi pensare…
Chissà quante scene ti sono tornate in mente, quante persone hai rivisto nelle tue fermate immaginarie.
Anni nella stessa linea, nello stesso tragitto. Conducevi i ragazzi dai paesi alla città per tutto il tempo delle superiori, così trasportavi la loro felicità, i loro affanni, i loro amori che avrai visto nascere. E poi tutti gli altri passeggeri, che tu raccoglievi come quando suonava la campanella in classe ed iniziava l’appello.
Quel giorno, al capolinea, ti ho scattato una foto di nascosto.
Oggi la giro e rigiro tra le mani.
Sembri quasi somigliare all’autista che ti saluta con la mano decisa, mentre la tua, aperta, sembra chiedergli di aspettare, come se tu volessi risalire in quell’autobus e prendere il suo posto.
Ma i suoi capelli sono nerissimi ed i tuoi lo erano così tanti anni fa, il suo orologio riflette di una luce che il tuo non ha, la sua camicia è quella di una divisa che tu tieni appesa nell’armadio.
A Natale ti avevo regalato il libro diffuso per il centenario di APM, tu non ne avei mai letto uno, ma ti sei messo a sfogliarlo con le lacrime agli occhi.
Sarà che oggi è una giornata piovosa, forse per questo continuo a rigirare tra le mani questa foto rubata.
Dietro al tuo saluto leggo nostalgia per un tempo che non c’è più, per un libro a cui sfogli le immagini di nascosto, per una vita salita in un vecchio “postale” e mai scesa.
Seguita a piovere, tu esci da casa senza ombrello, non ci sono fermate all’orizzonte e ti allontani  lentamente…
Mi ricordo di due giorni fa, di un pullman che partiva in orario, senza aspettarti.
E tu, con le spalle basse, che lo hai seguito con lo sguardo fino alla fine.

***
Immagine: La foto al capolinea di Cinzia Corneli

(C) Riproduzione riservata
Per diffondere questo contenuto non copiarlo nel tuo blog, usa i normali servizi per la condivisione.
Invita i tuoi amici a leggere e commentare Invita i tuoi amici a leggere e commentare

L’asciugamano nello zaino di Cinzia Corneli

Un castello di sabbia non puoi costruirlo troppo lontano dal mare perché la sabbia non è quella giusta.
Ma non puoi costruirlo nemmeno troppo vicino alla riva perché c’è sempre il rischio dell’alta marea.
Comunque vada ogni notte lo riconduce a sé perché risucchiato dalle onde o dal vento che spazza via tutto.
Inghiottito dove è nato, dalle stesse cose con cui è stato creato.
A questo penso oggi, tristemente rannicchiata di fronte al mare impetuoso.
Lui non c’è più. Lui.
Le gambe piegate e cinte da un mio braccio, l’altro con il gomito sopra il ginocchio che mi sorregge il mento.
Non è una giornata di sole.
I piedi nudi cosparsi di sabbia graffiante e bagnata, un maglione che mi ripara dal vento gelido che non viene solo dal mare, i capelli scompigliati che hanno ancora voglia di giocare sul viso scavato, uno zaino a terra che porta addosso e mostra i segni del tempo vissuto.
Dentro c’è un asciugamano stanco, un grande telo color verde militare.
Una penna instancabile getta fiumi di parole al vento.
(Capitolo I) [Leggi tutto...]

(C) Riproduzione riservata
Per diffondere questo contenuto non copiarlo nel tuo blog, usa i normali servizi per la condivisione.
Invita i tuoi amici a leggere e commentare Invita i tuoi amici a leggere e commentare

L’eco di un lungo silenzio di Cinzia Corneli

- Noi -

così tornavo a cercarlo -

Così tornavo a cercarlo.
Disperatamente, sperando che il suo nome non fosse nella lista senza speranze.
Mi facevo largo tra la folla, davo e prendevo gomitate come un’estranea qualsiasi.
Indossavo il suo pullover, lo aveva dimenticato nella mia casa una notte di tanti anni fa. Mi andava largo, ma sentivo stringermi dagli spasmi che correvano nelle mie vene.
Lo indossavo spesso, tutte le volte che la nostalgia pulsava troppo forte.
Lo avevo indossato sempre, ogni volta che ero scappata per la strada sperando d’incontrarlo, e tutto era solamente freddo.
Mentre pregavo perché Lui fosse vivo, e correvo all’impazzata per trovare un segnale della sua esistenza, venivo distolta dalla presenza di una zingara.
Una visione in cui riconoscevo la stessa persona nella quale ero imbattuta anni indietro, durante uno dei peggiori momenti della mia vita. Ero rimasta frastornata dal suo colorito grigiastro, quasi malaticcio, e da un mucchio di stracci collocati ai bordi della strada.
I capelli corvini, con una riga nel mezzo, raccolti in un grande ciuffo spettinato. Un’ampia gonna nera plissata, sopra una camicia a fiori, ingrandiva il punto di vita già abbondante.
Passanti frettolosi avevano sorvolato con noncuranza, io ero rimasta irretita dai suoi movimenti. E nel seguirla, prendevo tristemente atto che anch’io avevo mendicato.
Non soldi, ma carezze e baci.
“Signora fate la carità, ho tanti figli, fate la carità bella signora…”, ripeteva con uno stillicidio irritante.
Volevo andarmene, invece mi ritrovavo che osservava, senza parole, la spezzata linea della mia vita.
La mia mano si ritraeva, ma lei insisteva nel trattenermi e aveva ripreso a parlare.
Una cantilena, un lamento ininterrotto che rompeva il mio
silenzio assoluto.
Una monotonia con cui, quasi magnetizzandomi, ripeteva “Bella signora, lei soffre per un uomo lontano. Vedo che tornerà molto malato, ma smetta di amarlo signora, smetta di amarlo. Anche se… vedo un figlio… e poi, sì, vedo anche fortuna…”.
Non avevo voluto ascoltare più.
Avevo messo frettolosamente degli spiccioli nel suo barattolo e con uno strattone mi ero allontanata.
Ma non aveva terminato il suo numero, voleva altri soldi, così, benché distante, la sentivo ancora borbottare.
Le immagini alterate riprendevano la loro forma e quel lontano brontolio, adesso, era smantellato dalle mie preghiere.
Filtravano da un veloce movimento delle labbra, mentre disarcionavo spine, mentre sfidavo una roulette russa e una corsa forsennata contro il tempo.
“Dio mio fa che sia salvo, fa che sia salvo!”, imploravo ininterrottamente, seguitando ad avanzare quasi cadendo in avanti.
E in quella spirale di angoscia era come se fossi ferma, e la strada sembrava corrermi incontro. [Leggi tutto...]

(C) Riproduzione riservata
Per diffondere questo contenuto non copiarlo nel tuo blog, usa i normali servizi per la condivisione.
Invita i tuoi amici a leggere e commentare Invita i tuoi amici a leggere e commentare