Buona fortuna ragazzi

Li osservo, per un attimo, prima di prendere la borsa della spesa dall’auto e salire in casa. Lei ha una camicetta bianca e una gonna nera, lui una maglietta sportiva e dei blue jeans di marca. Avranno sedici anni, si baciano, si stringono, si toccano e, mentre li guardo, sorrido.
Mi dico “adesso tocca voi, ragazzi! Il mondo vi appartiene.”
e ripenso ai miei sedici anni, fatti di solitudine e di stanchezza, come può essere stanco un pendolare che tutti i giorni è costretto a prendere i treno per andare su e giù da un’altra città per studiare.
Salivo sul treno ancora in corsa, mi sistemavo accanto al finestrino e guardavo fuori per non dover salutare o sorridere alla gente che saliva dopo di me, mosso da un risentimento cieco verso un mondo che mi appariva banale e ipocrita, che non riuscivo ad amare in alcun modo, e che ripagava il mio malanimo con tanta emarginazione e tanto duro isolamento.
Sapevo che soltanto una storia d’amore avrebbe potuto fare il miracolo, tirarmi fuori da quell’inferno in cui mi ero cacciato, condannato da chissà quale oscura ancestrale colpa .
Sapevo che Anna avrebbe potuto guarirmi. Anche lei pendolare, per motivi di studio, aveva quindici anni,e tutto lo splendore dei suoi anni.
Spesso abbandonava le amiche per starsene un po’ con me. Aveva due occhi neri, stupendi, che incrociando i miei, parevano volessero dirmi: “ecco sono qui, non voltarmi le spalle ancora una volta, per favore”.
Invece finiva ogni volta con un semplice saluto senza una parola affettuosa, senza un bacio, senza una tenerezza tra noi.
Me ne tornavo a casa solo, arrabbiato e scontroso, con stampato in testa il suo sorriso triste e dolce allo stesso tempo.
No,non sono mai riuscito a colmare le distanze tra di noi, quelle distanze che soltanto io vedevo, che piano piano sono diventate un abisso.
Non sono mai riuscito a dirle che l’amavo,che ero ostaggio di un demone che m’impediva di mostrarmi e rivelarmi, nonostante i miei sforzi, le mie lotte feroci per annientarlo.
Alla fine, delusa, se n’era andata e dei suoi occhi mi era rimasta soltanto la pena di doverli incontrare in qualche rara fortuita occasione.
Ecco ragazzi, voi che siete riusciti ad andare oltre, che siete riusciti ad aprirvi all’amore, ora avete il difficile compito di far vivere la sua bellezza, giorno dopo giorno, e qui si parrà la vostra nobilitate.
Non date retta al resto, sono soltanto chiacchiere, non fatevi abbindolare da altri falsi scopi della vita. Questo è quello che conta. Beh, io ora devo salutarvi, devo tornare a casa, i lupacchiotti avranno fame ed Elena deve ancora preparare la cena. Mi devo sbrigare. Allora, buona fortuna ragazzi, adesso tocca a voi!

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Natale coi pomodori

Me lo ricordo quel Natale coi pomodori sott’olio sulla tavola in bella vista tra gli sguardi compiaciuti dei parenti .
Un giorno d’estate eravamo andati al fiume a fare il bagno, in un posto appena fuori dal paese, dove non ci andava quasi mai nessuno, così, tanto per cambiare.
Eravamo arrivati sudati dopo una lunga camminata sotto il sole. Mia madre con la cesta del bucato sottobraccio, mio fratello ed io con la voglia matta di entrare in acqua e giocare, ma restammo a bocca aperta davanti a uno spettacolo inaspettato.
Una piena aveva portato via le sementi dagli orti vicini e aveva trasformato la riva in uno splendido tappeto di pomodori rossi.
A quel tempo lavorava solo mio padre e pagavamo le rate di mutuo della casa. Era duro arrivare a fine mese coi pochi soldi che restavano nel cassetto e quella manna a mia madre doveva sembrare la ricompensa del Cielo ai nostri sacrifici.
Aveva vuotato la cesta dei panni da lavare e ci aveva invitato a lasciar perdere per una volta il bagno per aiutarla a raccogliere i pomodori.
Stavamo attaccati per la paura che ci vedessero e poi sparlassero di noi in paese. Mia madre se ne stava china, raccolta in un pugno, eppure la paura non riusciva a cancellarle il suo bel sorriso, mentre mormorava: “E’ un miracolo! Qui siamo a posto per un mese e ce n’è anche per Natale, grazie al fiume e al buon Dio che l’ha creato!”

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Il riflesso della luna sull’acqua di Antonio De Santanna


Le strade vanno e vengono senza un ordine apparente. Giungono da lontano per incontrarsi da qualche parte e poi andarsene per proprio conto. Ma a ben guardare sono tutte legate da un filo sottile ed il disordine che a prima vista appare è soltanto il dettaglio di un disegno vasto e grande.

“Giacomo! Sei davvero tu?” disse la donna sgranando gli splendidi occhi verdi pieni di stupore.
“Guarda chi si rivede! Claudia!” esclamò l’uomo sorpreso.
“Non mi par vero. Avrei immaginato piuttosto d’incontrarti al polo, tra gli esquimesi e gli orsi bianchi, ma mai qui, ad un congresso sulle nuove strategie di mercato.”
“Come vedi la vita è piena di sorprese. Che ci fai da queste parti?”
“Curo l’organizzazione del congresso. Tu, invece, che ci fai qui?”
“Faccio l’inviato di cortile per un giornale di provincia.”
“L’inviato di cortile? Che vuoi dire?”
“Che razzolano più pavoni che aquile da queste parti.”
“Non hai perso smalto col passare del tempo.”
“Beh, lo smalto è un genere che tratti tu e non voglio portarti via l’esclusiva.”
“Non cominciare, per favore! Faccio solo un lavoro che mi piace e che mi permette di conoscere gente nuova ed idee nuove.” rispose la donna accennando una smorfia amabile.
“Fai solo cose senza senso che spacci per una vita creativa.” disse l’uomo sorridendo dello sberleffo, che aggiunse: “Hai messo su famiglia?”
“Con un marito che vedo poco e male.”
“Mica l’imprenditore con cui condividevo le grazie che generosamente elargivi?”
“Risparmiami almeno il sarcasmo, per favore. Ti avevo chiesto qualche giorno per decidere se restare con lui o rompere il fidanzamento e per tutta risposta mi hai voltato le spalle e te ne sei andato. Ci sono rimasta male e sono tornata alla vita di tutti i giorni. Che altro potevo fare?”
“Ti sei solo incaparbita nel recitare la favola della principessa e del ranocchio che non fa parte del tuo repertorio e che ti ha creato qualche problema di troppo.”
“Posso aver fatto degli errori, ma non è tutto scontato come vuoi far credere e troppe domande sono rimaste senza risposta.”
“O troppe domande hanno ricevuto una risposta scomoda ed hai preferito tornartene su strade più agevoli e sicure.”
“Non essere indisponente, per favore. Serve solo a ferire. Ho cercato tante volte, invano, di scoprire le ragioni di certi tuoi comportamenti, ed ora, che si presenta l’occasione per un chiarimento, sono in un mare di guai e temo di non avere neppure le parole adatte per chiederti di rinviare il nostro incontro al dopo congresso.”
“Stai facendo un bel giro di parole per defilarti ancora una volta con eleganza da certe questioni spinose.”
“Non sto mettendo le questioni personali in secondo piano rispetto il lavoro e non sto nemmeno tentando di riaprire vecchi discorsi definitivamente chiusi. Stai fraintendendo.” disse la donna accendendosi in viso.
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