A Silvia, una qualunque, ma questa è vera

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Non hai nulla da farti perdonare,
ma ti perdono lo stesso:
era le volte che mi cercavi,
e sbagliavi lo spazio, non il tempo;
era le volte che mi volevi,
e volevi toccarmi soltanto;
era le volte che mi parlavi,
e parlavi alle nuvole;
era le volte che mi pensavi,
e pensavi di notte;
era le volte che mi sognavi,
e sognavi di giorno.
E per scale antiche o nuove di zecca,
dai gradini di vetro o di fili di biada,
dalle rughe di gesso o delle tue mani,
sui gradini della notte o dei tuoi seni di mandorla,
ti bacerò sugli occhi e sul ciglio del cuore.

Cattivi pensieri

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Chissà come passerà questa notte
che allunga le sue mani su una metà del cielo,
come faccio io sui tuoi fianchi!
Chissà se riuscirà a trattenermi
dall’andare a cercarti un diadema di stelle
per convincerti a me;
chissà che all’ombra del buio
non sia una specie di gioco;
e chissà che a giocare col buio
non ci pensi anche tu…

era il 25 ottobre 2005 alle ore 23,31

Titolo originale: Cattivi pensieri (all’ultima delle mie 17 Muse)

***

Immagine: Feeling di Andrei Protsouk

Senza titolo e comunque a M.P. da M.P.

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Ed ora che sai come …’non ti voglio’,
lasciati sfogliare come un libro,
oppure spogliare come una poesia;
oppure gioca tu con la mia allegria,
e la tua fantasia me la compro
per un pugno di sogni,
e con un pugno di mimose appassionate!

Cercando ancora la POESIA…

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Cercando ancòra “la POESIA”, la mia almeno, una poesia qualsiasi

Ed è una bella SIGNORA con la gonna e un po’ di rimmel,
ma senza trucchi di ciprie nè cinture di vimini sotto;
e che tu sappia ballare e ridere di gusto, e anche di niente!
Così mi piace pensarti, come una donna di facile allegria,
e di pochi costumi di amido e di gesso.

Ballata onirica per una donna

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C’era una donna più o meno bella
ed era sempre più o meno quella:
donna di mare, di terra e d’argento,
venduta per caso ai fruscii del vento;
donna di ghiaccio, di paglia e di biada,
sempre a cercare di trovare una strada.
E quando a un’alba decise di andare,
venne e poi di nuovo a danzare!
E allora danza, vestita di poco,
fino a che mi vedrai prendere fuoco,
danza da sola, danza per me,
fallo, se vuoi, come Salomè;
e non temere di annoiare i tuoi piedi,
tanto ti vedo e forse mi vedi,
e non fermarti, nè maledire,
ma danza fino, sognando, a venire.

(ovverosia sbirciando candidamente tra le righe del Cantico dei Cantici)

***
Ascolta questa poesia cantata da Paola Di Capua

Audio clip: é necessario Adobe Flash Player (versione 9 o superiore) per riprodurre questa traccia audio. Scarica qui l’ultima versione. Devi inoltre avere attivato il JavaScript nel tuo browser.

***
Immagine: At Last, my Lovely di Jack Vettriano, particolare

Estate 2005 e dintorni: sproloqui notturni in cerca di audizione…

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08 dicembre 2003 -

Finibus Terrae -

(al paese natale, passando per un compagno di scuola che ormai non c’è più
e per la prof.ssa Concettina Franco)

C’era una volta e forse c’è ancora,
un posto incantato di biade e scogliere
scheggiate dal mare più intenso del mondo
e mai più profondo di un palmo di mano….

…E c’era una terra, mia madre da sempre,
affogata in due mari invidiosi di lei:
Madre bianca e imbrunita, oltre i bagliori del buio,
da ulivi assetati e ubriachi di luce.

C’è ancora una terra, che si perde nel mare,
scivolandovi dentro senza troppi clamori,
tra ondeggiare di biade e fumi alti e lenti,
tra silenzi assordanti e dolcissime nenie,
tra il tramonto che muore dove il mare comincia
e il ricordo nostalgico del tempo più lento,
che tardava anni luce a passare in un colpo
ed adesso, in un attimo, divora gli anni e la luce!

Dove sono i viottoli scavati nei campi
da sandali umani e impronte di bestie?
Dov’è ormai la mia terra, invecchiata anche lei,
sfregiata da solchi di liscio catrame,
rovente in estate di una febbre glaciale,
senz’anima e… un corpo, intarsiato dall’uomo
non so più se a sua immagine o a suo abuso e consumo!

Dove sono i miei campi, dov’è la “mia scersa” (*),
tutt’al più tratteggiata da due linee perfette
di strada ferrata, corteggiata e nascosta
da petali vermigli e assonnati e fauci dischiuse di leone
e il timido timo, confuso tra corolle di muschio….
… e, anche d’inverno, su uno sfondo sfumato,
sembra dare l’idea dello spazio infinito!

Restano… i sassi di pietra scheggiata
e qualche muggito di buoi e l’odore gustoso
della biada bagnata, svogliata e cullata
dal vento impalpabile nelle notti d’estate,
mentre dove lo scoglio si confonde con l’acqua,
sembra proprio il confine tra la vita e la morte:
qui… re Carlo, penultimo di undici Capi,
si diverte a contare le conchiglie di Leuca
e Concetta, fumando, forse è raggiante di noi.

(*) Luogo all’aperto incontaminato, selvaggio, libero, dove correre senza direzioni prestabilite

17 luglio 2005

Senza titolo

Nenie di grillo intonano petulanti
le stelle, ad animare il silenzio
e il ronzio scivola nella penombra della luce
come il vento tra le foglie immobili della quercia,
solleticando le ghiande e la mia fantasia
e io mi pavoneggio come un re in questa valle
di stupide impressioni, piovute tra l’arabescarsi
frenetico dei miei pensieri dubitanti e un po’ confusi..

***

Dal libro ESTATE 2005 E DINTORNI: sproloqui notturni in cerca di audizione e comunque, fatalmente, alle stelle!… di Anonimo Capuano, recensito da Nicla Morletti nel Portale Manuale di Mari.

Per ordinare il libro e ricevere una copia con dedica autografa dell’autore al prezzo di € 15,00 (sconti particolari per chi ordina più copie) CLICCA QUI.

Di me, col sorriso sulle labbra

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Quasi come un poeta,
un lirico piuttosto,
poligamo, impunito, impenitente,
17 volte almeno,
o 17 volte 17;
ma una sola era
la ‘dea ex machina’:
mia madre,
‘dea ex anima’.

Era il 28 febbraio 2010 alle ore 04, o2

Alle Muse, le mie almeno, numerose e straordinarie

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Diciamoci ADESSO tutto,
perché niente vada ad imbrattare,
DOPO, il diario di bordo;
e lasciami sul bordo di una foto
o di una notte ubriaca di stelle,
gli appunti che non ho saputo prendere.
E con fili di biada, intinti nel calamaio della sera,
traccio di getto, su lavagne a a perdere,
arabeschi di umori e monili di fantasie;
e ti lascio pagine sparse,…
tra un fuso orario e il mio telaio di vetro.

Era il 20 febbraio 2010.

Quasi come un poeta

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Io sono un venditore di parole,
anche usate, che dico : abusate!
Nella bottega della mia fantasia,
le passo rapidamente al setaccio
e poi, d’istinto, giù a comporre
come bouquet di viole del pensiero,
o ghirlande di fresie e tulipani,
o fasci di rose gialle e appassionate,
o piccoli mazzi di ciclamini di bosco,
o corone ieratiche di garofani piangenti;
e mescolando pochi tipi di fiore,
doso daltonicamente i colori
e ogni tanto l’effetto non è male;
male semmai é che i fiori sfioriscono
e le parole più belle non hanno un corpo.
“I poéti,  che strane creature,
ogni volta che parlano é una truffa!”

(a Francesco De Gregori)

da “ESTATE 2005  e dintorni”.

Primum movens

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PRIMUM MOVENS (ovverosia come é iniziata questa mia disavventura letteraria).

L’occasione fa l’uomo ladro
e, certe volte, …poeta;
e come un ladro alquanto sprovveduto,
mi son messo a rubare parole alle parole,
così, sull’onda misteriosa del tempo breve
e degli spazi lunghi, quelli che avvicinano le cose;
e come un ladro meno sprovveduto, ho rubato
infinitesimi fotoni alla luce
e li ho incastonati sulla carta magica,
a trattenere il tempo fuggitivo;
poi, un caso necessario ha fatto il resto,
ma un poco anch’io.

(a Jaques Monod e, per l’occasione, a Eugenio Montale).

da “ESTATE 2005 e dintorni: sproloqui notturni in cerca di audizione e, comunque, fatalmente alle stelle”

Alla penultima delle mie 17 Muse ispiratrici…

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Alla penultima delle mie 17 Muse ispiratrici (nel giorno in cui la prima, Martina, compie gli anni)

Io, “allevatore di bambini”,
ormai abbastanza vecchio di muscoli e di idee,
bevo ancòra “acqua del fiume della notte”
e s’allarga, fino a tracimare, l’onda della fantasia,
ma poi, ritorna, e “pitta” di sapori antichi più di me
l’attesa dell’alba e di un altro tramonto;
e in questo mare di stupide impressioni,
vagano boe dal volto di donna
e coralli infinitesimi di stelle!

Era il 14 dicembre 2008 alle ore 05,11

A mia madre, che mi insegnò…

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A mia madre, che mi insegnò a scrivere con la mano destra

Mancino, daltonico, del Capo di Lèuca,
‘acquario’ un po’ geniale, forse,
di certo sregolato e appassionato,
<indefinito presente>,… indefinito ma PRESENTE io,
ho ricevuto in dono da mia madre
il piacere curioso di scrivere piano e bene,
di scrivere CHIARO insomma;
ed è con la metà sinistra del cuore
che accarezzo e corteggio il senso delle parole,
provando a imbrigliarne i toni più sfumati.

Era il 24 dicembre 2008

Al mio mestiere ovvero “allevatore di bambini”

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Trentanni e quattro mesi,
con ogni luna della notte,
ho scritto su ‘fogli di pelle’
e il pennino era una lama affilata;
e venivano a galla ‘pupazzi di carne’
scocciati di nuotare nell’aria.
Adesso uso ‘penne di filo’
e ricamo cianfrusaglie di umori.