Russia, luglio 2008 -
Svetlana e Victor -
Il sole basso del pomeriggio accende di verde brillante il susseguirsi monotono di abeti e betulle dalle foglie d’argento. Sopra il saliscendi delle chiazze di bosco, tra i rari declivi delle alture e delle sterrate tra le izbe, un cielo grande come l’Asia copre il mio animo di nebulose grigie riflesse dalle pozze pantanose. Non dormo. Sono tormentata dalle ultime parole. Dal mio stesso nome Svetlana pronunciato da lui. E immobile, rimango immobile mentre rumoreggia il vagone, bevo la linfa del bosco e di un vapore azzurro e lontano per non cedere sul pavimento del corridoio.
Svetlana mi ha mollato, alla chetichella. Cosa pensate, che non l’avevo previsto? Le avevo già sfilato 1600 rubli e un bel gruzzoletto di euro e dollari dalla tasca ieri sera, voglio vedere dove arriva. Anche se dovessi prenderla per il collo e staccargliela con le mie mani, quella testa di gallina. Buono, buono! Devo stare buono. Lo sapete che lo sono, non c’è bisogno di dirmelo. Darò un altro pugno al muro… ecco! Mi esce ancora sangue, non voglio che soffra solo lei, sanguino anch’io. È giusto, ora lo sapete anche voi, vedete che ho le nocche rosse!
Stasera mi faccio questa roba tutta io. Ho i suoi rubli e i dollari. Poi la trovo, so dove e faremo i conti per l’ultima volta. È lei che mi ha portato a vivere nella strada, cosa credete? Tre anni fa avevo anche un lavoro, poi è venuta Svetlana con le sue moine e la noia dei villaggi radicata dentro di lei, e una madre senza pensione. Tutte le sere fuori, fuori per la noia, una fuga continua. Adesso so di che pasta è fatta. Lo capisco quando vomita di cosa è fatta perché vedo cosa le esce dalla bocca. Anche ieri sera l’ho tenuta mentre lordava la strada. Dicono che sono sporco, che anche l’asfalto a causa mia e di quelli come me è sporco… ma non sanno chi davvero vomita negli angoli. Io lo so bene.
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