Finestre sulla città e dintorni di Alberto Calavalle

 Invita i tuoi amici a leggere e commentare Invita i tuoi amici a leggere e commentare

Il deserto del Sinai mi passa accanto con le sue montagne striate di rosso, le sue valli levigate dal tempo, le rare dune di sabbia portate qui dal vento del deserto d’ Arabia. Il resto è polvere e sassi bruciati dai quaranta gradi di un sole implacabile.
Ma tutto resta fuori di me.
E’ come se il condizionatore dell’aria, i vetri, il tetto dell’autobus, proteggendomi dall’esterno mi permettessero di proiettare il paesaggio lontano nello spazio o addirittura sul nastro di una pellicola cinematografica. Anche lo squallido edificio di cemento di una scuola rimasta desolatamente vuota, mi lascia indifferente, come resta indifferente alla natura primitiva di questo luogo.
Solo quando scendo sulla polvere e i sassi tra i beduini che mi invitano a salire sui loro cammelli, provo emozioni inesplorate. L’aria è limpida, come di vetro, il sole è sospeso sopra di me, ma l’altitudine lo rende sopportabile. Rinuncio con un sorriso ai servizi di questa gente libera e fiera, e mi avvio a piedi in direzione del monastero di S. Caterina. Il sentiero sale nella gola stretta da montagne granitiche e brulle.
I miei sandali di cuoio foderati di neoprene, comodi a camminare in città, qui ad ogni passo diventano una tortura con la polvere e i sassi che mi entrano in ogni fessura. Ma l’emozione di avvicinarmi al luogo di Mosé è più forte di questo tormento e avanzo verso l’alta muraglia che protegge il monastero. [Continua...]

Sulla frontiera della Vertojbica di Alberto Calavalle

 Invita i tuoi amici a leggere e commentare Invita i tuoi amici a leggere e commentare

Una sera sotto le stelle -

La cena era appena terminata. A quell’ora d’estate la fatica della mietitura piegava le forze di grandi e piccini, ma come avveniva alla fine di ogni giorno, il nonno non volle rinunciare alla recita del rosario.
Nei brevi intervalli tra le intonazioni della sua debole voce e il coro forte di risposte della famiglia patriarcale, la campana dell’Ave Maria giungeva come un’eco lontana tra le pareti antiche della cucina di Ca’ Guercinello e la luce del giorno che moriva, scendeva dall’abbaino in una penombra carica di raccoglimento.
Concluso il momento dello spirito seguì un’intesa sulle faccende del giorno dopo, quindi Luigi uscì di casa per mettere il paletto alla porta delle stalle. Affascinato dalla calma della notte, sedette sul ciglio della strada all’incrocio col sentiero dell’aia.
Un leggero vento di brezza saliva dalla valle di Santa Barbara a temperare il caldo di quella giornata; portava il profumo del fieno appena tagliato e del grano maturo. In un casolare della valle un lume acceso vegliava nel buio: qualcuno si attardava nella stalla o in cucina per qualche lavoro da completare. Un assiolo dalle campagne di Sant’Andrea in Serradocre rompeva con i suoi acuti la quiete della notte, un altro gli ripeteva il verso dai boschi lungo le pendici del Montesanto. Sotto un cielo di stelle sempre più fitte e luminose, si disegnavano leggeri e lontani i profili dei monti e nei campi di grano si accendevano, come per un magico riflesso migliaia di piccole lucciole.
Respirando profondamente Luigi si adagiò sull’erba soffice, provando al suo contatto una piacevole sensazione di freschezza. Mentre osservava il ciclo, la sua attenzione fu attratta da una stella, che sembrava brillare di una luce sempre più intensa.
Una sera d’inverno di molti anni prima, quando morì il bisnonno Giovanni, egli si aggirava smarrito per casa insieme alle sorelle e ai cugini. Si vedeva da lontano che lui e gli altri soffrivano per la scomparsa del bisnonno. Mancavano loro anche le storie che il vecchio si divertiva a raccontare la sera attorno al fuoco.
Allora la nonna, mentre raccoglieva il filo all’arcolaio , decise che qualcuno doveva riempire quel vuoto. Riunì i suoi sedici nipoti davanti al camino e raccontò loro la storia di una stella che accompagna ognuno di noi nella vita e che brilla di luce più intensa quando un’anima lascia questo mondo.
Quella sera dell’ estate del 1914, a molti anni di distanza da quel fatto, Luigi pensò che qualcuno era scomparso sulla terra e la sua stella si era accesa lassù. [Continua...]

Foglie d’autunno

 Invita i tuoi amici a leggere e commentare Invita i tuoi amici a leggere e commentare

Anche per le foglie
c’è l’autunno
e c’è un istante per l’addio
ma c’è speranza
nella brezza leggera
del distacco
e il breve volo verso terra.

Ognuna vibra voci
di fruscii e di volteggi
di un correre
a giocare a rimpiattino
tra le zolle.

Tornerà la primavera
a legare l’anello della vita
nella gemma del mattino
dopo un lungo viaggio
di stagioni spente.

Immagine: Sentiero autunnale di Tan Chun

“Racconti urbinati” di Alberto Calavalle

 Invita i tuoi amici a leggere e commentare Invita i tuoi amici a leggere e commentare

Nell’ambito della Rubrica “Leggiamo Insieme” - Presentazione di libri on line, presentiamo “Racconti urbinati” di Alberto Calavalle.
Un bellissimo libro che, come scrive Nicla Morletti nella sua recensione, rappresenta “un modo originale per narrare la storia di Urbino, attraverso episodi singolari scritti in punta di penna, in uno stile fluido, che è pura armonia.”

Leggiamo e commentiamo insieme un breve delizioso racconto tratto dal libro. L’autore leggerà i nostri commenti e risponderà in questa stessa pagina.

Leggi la recensione di Nicla Morletti nel Portale Manuale di Mari.

Per acquistare il libro clicca qui

Da “RACCONTI URBINATI” DI ALBERTO CALAVALLE

Dialogo senza contatto

Durante la festività di Pasqua dell’anno giubilare Duemila, due turisti pellegrini, più turisti che pellegrini, in viaggio per Roma, giungono a Urbino e dopo avere visitato il Palazzo ducale salgono al parco del Monte, dove s’innalza il monumento a Raffaello. Sono sposati da alcuni decenni, percorrono a piedi la ripidissima via dedicata al celebre pittore urbinate. Giunti sulla sommità del colle sono senza fiato, vuoi per il peso degli anni, vuoi per la salita appena conclusa.
Il marito è più provato dall’affanno, si ferma, si guarda intorno: “Bello quassù, tanto verde, aria buona” commenta.
“Siamo venuti per Raffaello, avviciniamoci al suo monumento” incalza la moglie.
Il marito quasi senza fiato non è in grado di apprezzare l’arte e propone una sosta sulla panchina: “Siediti qui!” dice alla moglie  “Poi faremo qualche foto e a casa avremo modo di rivedere tutto con calma” quindi prende a leggere il giornale.
La moglie, stilista di moda in cerca di ispirazioni, non accetta l’invito e inizia a compiere un giro intorno al monumento, ammirando da ogni lato la statua del pittore, le altre che fanno da cornice al piedistallo, mentre controlla e annota nomi e date. Quindi compie un giro più ampio all’altezza del semicerchio di busti di uomini illustri. Si abbassa a cogliere un rametto dalla siepe di bosso nano che delimita i giardini, lo annusa: “Sento odore di cimitero” dice rivolta al lontano marito tutto immerso nella lettura di un articolo sulle tensioni etniche in alcune regioni del mondo.

Piero della Francesca: “Non è odore di cimitero e noi non siamo morti e non moriremo, la nostra arte ci rende immortali. Voi moderni, piuttosto rischiate di morire fra le vostre vanità che durano il tempo di una stagione. Avete del talento e lo usate per creare un vestito da indossare per una sola occasione e tra un mese saranno pronte le creazioni per l’autunno. E’ il consumismo il vostro male. Conoscete solo il valore del denaro”.

Stilista, rivolta al marito: “Hai detto qualcosa?”
Marito: “No, ma se qui non la smettono tra queste tensioni, tra un po’ riprenderà la guerra e ci saranno pericoli anche per noi”.

Stilista: “Ho detto che sento odore di cimitero” e riprende ad annusare il rametto della siepe di bosso.

Il marito, facendo gli scongiuri, con l’indice e il mignolo puntati in alto: Aspetta! Non ho detto che le bombe sono cadute su di noi e che siamo morti”.

Stilista: “Col tuo giornale sei sempre sulle nuvole. Parlavo del bosso…

Raffaello: “Non vorrei uscire dal tema,ma quanto a curve preferirei quelle di una donna. Non ce n’è una tra noi , dico una, che ci tenga compagnia. Una che sia stata immortalata qui su un piedistallo in mezzo a noi, una che ci guardi, che ci sorrida, che ci sollevi coi suoi begli occhi, che ci allieti con le sue forme dolci. Una che ci faccia ricordare che esistono anche le donne”.

Giusto di Gand: “Ti è certo difficile dimenticarle, dopo averne avute tante. – Persona molto amorosa  ed affezionata alle donne e di continuo preso ai servizi loro – Così si dice di te”…

G.Pascoli “Io propongo Volponi un giorno qui tra noi. Volponi è un poeta ed è anche un grande scrittore. Poi potrebbe venire Carlo Bo. Bo è un gran letterato. Entrambi hanno amato ed amano ancora questa città”.

Torquato Tasso: “Personaggi meritevoli di grande considerazione, ma parlavamo di donne”.

Raffaello: “Non siamo fuori tema, perché Bo è circondato da una corte di donne. Se viene lui, vengono anche loro”.

T. Tasso: “La ragione di tanto successo con loro?”

Raffaello: “Alcune potrebbero essere spinte da interesse: un posto all’università, una nota letteraria su un quotidiano nazionale, ma molte lo cercano per la sua cultura, per la grandezza d’animo, per il suo modo di fare. Le esalta. Ma ancora più: Le fa sentire come regine”.

G.Pascoli: “Noi ne vogliamo una che meriti la stima di Bo, una che saprà sicuramente farsi ammirare per la sua intelligenza e deliziare i nostri sensi con la sua bellezza”.

Stilista, compiendo un giro intorno al busto di Piero della Francesca: “Chi ha parlato della mia intelligenza e della mia bellezza?”

Piero della Francesca: “Cosa dice costei? Cerca di farmi la corte? Aria, aria! Non sei il mio tipo. Amo personaggi dall’aspetto solenne e sacrale”.

Stilista, rivolta al marito: “Cosa stai dicendo? Non mi ami più? L’avevo capito. E’ tutt’oggi che mi ignori!”

Marito: “Non ho detto nulla…”. – Fine

Portonovo

 Invita i tuoi amici a leggere e commentare Invita i tuoi amici a leggere e commentare

In questa stagione breve di luci
è già sera a Portonovo
a mezzogiorno
solo l’abbazia gioca ancora nella luce
e se il mare ti racconta
un concerto di sassi sulla riva
puoi udire grida prolungate
di conchiglie impaurite
nella quieta indifferenza delle folaghe
in allegra compagnia nel laghetto
e il lamento del vento
in questo tronco scavato
approdato sulla riva
consumato, contorto
nello spasimo
di un sognato ritorno alle radici.