Tresl del Lärchenhof -
Siamo partiti dal paese di buon mattino per evitare i tanti turisti che ancora in queste ultime giornate di fine estate sconvolgono con la loro presenza il silenzio e la solitudine di queste montagne.
In cammino da molte ore, andiamo quasi senza parlare, presi dalla magia dei luoghi che attraversiamo, dalla pace infinita, dal respiro della terra e delle piante, fermandoci solo qualche secondo, il fiato sospeso, per non disturbare gli abitanti del bosco: un cerbiatto spaurito che scompare subito nel fitto del fogliame; un grosso uccello che si allontana sbattendo le ali, silenzioso, forse a caccia; un altro uccello che squittisce lontano – un richiamo, un avvertimento? – il silenzio pieno di attesa, interrotto solo dallo scalpiccio dei nostri passi, dal nostro alito, dai rami secchi che si spezzano al nostro passaggio. Un silenzio cui non siamo abituati, fatto di misteriosi fruscii, vibrante di una sua vita segreta.
Usciamo dal bosco e la vista si allarga, spazia fra montagne e vallate che si perdono in un orizzonte senza confini. Su in alto avvistiamo un puntino, una baita in luogo impervio, solitario, che si addossa alla roccia quasi a cercarne protezione.
Man mano che ci avviciniamo, scopriamo una rovina, qualcosa che a noi sembra un rifugio buono solo per ospitare il viandante sorpreso dalla notte e dalla neve. Il vento ha scoperchiato il tetto della piccola stalla adiacente. Si vedono pezzi di scandola sparsi ovunque nel raggio di qualche metro. I sassi che avrebbero dovuto fare da contrappeso sono volati via come fuscelli: uno stato di abbandono non certo di recente data. Contro il vento non si può nulla, si dice nel villaggio. Quando arriva la tramontana si può solo aspettare che smetta, possibilmente in luogo riparato. Magari recitando il rosario.
Il piccolo camino, situato in un angolo protetto, vicino alla roccia, forse per non essere trascinato via dal vento, lascia indovinare una presenza umana. Fuma, infatti, anche se assai modestamente.
Qui di notte la temperatura deve scendere di qualche grado sotto zero già nel primo autunno. Ne abbiamo osservato i segni sulle ultime foglie intirizzite che pendono gelate dai rami quasi spogli; sul muschio coperto da una brina che scricchiola sotto gli scarponi sciogliendosi nel nulla: pezzetti di cristallo ancora pieni di luce pronti a frantumarsi sotto la violenza dei nostri passi, senza lasciare traccia di sé. Qui l’estate è breve. E anche l’autunno. Solo l’inverno mette radici. [Continua...]



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